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La tv non è morta ma “emigrata”: ora recuperi linguaggi condivisi

La tv non è morta ma “emigrata”: ora recuperi linguaggi condivisi

Crisi di contenuti, avvento del digitale e nuovi mezzi di comunicazione. Da sempre queste innovazioni vengono etichettate come le possibili cause della “morte” della televisione. Ne parliamo con Anna Bisogno, docente di Storia e linguaggio della televisione presso l’Università degli Studi di Roma Tre. Autrice di numerosi saggi sulla televisione e sui suoi linguaggi, nonché dei libri “Questione di post televisione” (Aracne Editrice) e “La storia in tv” (Carocci Editore), Anna Bisogno è cultore della materia in Metodi e Tecnica della Ricerca Sociale al Suor Orsola Benincasa di Salerno e componente della giuria del Premio sulla Tv di Qualità di Rivisondoli. 

di Joyce

Da più parti e da lungo tempo è stata annunciata la “morte” della televisione per crisi di ascolti e di contenuti. È davvero così?
Non è così. La televisione si trova a dover esplorare nuovi territori, nel competere con gli altri mezzi di comunicazione, assumendo conformazioni diverse, che la porteranno a sperimentare e a perfezionare nuove tecnologie, allontanandosi progressivamente, per certi aspetti, dalla sua funzione principale in mutati paesaggi culturali e tecnologici. Ritengo sia più giusto dire, utilizzando una delle parole ricorrenti e dominanti nell’attuale discorso pubblico nazionale e internazionale, che la televisione è in crisi, cioè in un momento di ridefinizione e nuove scelte. Destabilizzate dalle crisi del mondo moderno e dal ciclone Internet, le industrie culturali tradizionali necessitano di un decisivo riposizionamento al quale non può sottrarsi un settore portante come quello della televisione. Dunque, la tv non è morta ma “solo” emigrata in un oceano di schermi, terminali, reti, portatili. Stiamo andando, cioè, verso una società senza televisione, che non scompare come tecnologia, ma in quanto medium e strumento di focalizzazione delle società moderne. Insomma, la televisione viene guardata altrove. Ad esempio, un programma come “Scherzi a parte” può risultare noioso e ripetitivo in tv, mentre fruito su Youtube può risultare più divertente e, addirittura, più originale. Questa è, in estrema sintesi, la post televisione.
I dati Auditel però parlano chiaro: il pubblico guarda sempre meno la tv.
Dobbiamo intenderci sul modello di televisione al quale facciamo riferimento: generalista o tematica. E di quali pubblici parliamo. In Italia, per affrontare gli scenari di casa nostra, il Censis rileva sì un decremento della fruizione generalista a favore delle altre tv (il digitale satellitare passa dal 27,3% al 35,4%, il digitale terrestre dal 13,4% al 28% e persino la tv mobile riesce a guadagnare quote, anche se poco significative), eppure, nonostante le nuove tecnologie/piattaforme frammentino l’audience e spostino l’attenzione sulla rete – e benché gli italiani siano fra i più avidi consumatori di social network – si evidenzia come sia ancora la tv il veicolo di gran lunga prevalente per l’informazione: quasi il 90% nel 2010; seguono i quotidiani col 61%; internet è per ora soltanto al 20%. Il sistema televisivo italiano cresce del 4,5% in termini di risorse e si consolida in una tripartizione delle stesse tra Rai, Mediaset e Sky: Mediaset rappresenta il 30,9% delle risorse complessive, Sky il 29,3%, Rai il 28,5% (dati 2010). Le sei reti generaliste di Rai e Mediaset conquistano ancora oltre il 73% di share medio giornaliero12. La7 poco più del 3%. I canali tematici Rai e Mediaset rappresentano complessivamente il 5,4%. Tutti i canali Sky circa il 5% (inclusa FOX). Malgrado un apprezzabile aumento degli ascolti dei canali tematici (+11%), il modello tradizionale imperante della tv generalista tiene ancora. E i principali broadcaster sono più o meno gli stessi.
Così, nonostante la somiglianza tra il monitor di un computer e quello di un televisore, gli italiani preferiscono la “scatola parlante”, affermandone il primato e preferendone il modello generalista.Vi sono dunque buoni motivi per non lasciarsi irretire nella disputa se Internet soppianterà la televisione o viceversa: questi due mezzi, infatti, proprio grazie alla loro incompatibilità, convivranno a lungo piuttosto alleandosi che combattendosi, dimostrando che, di fatto, ogni nuovo mezzo di comunicazione non solo non soppianta il precedente ma, dopo un certo, addirittura lo rafforza.
E il pubblico? O, per meglio dire, cosa accade per i pubblici?
Accade che quanto più si riduce la capacità del medium di organizzare e cadenzare il tempo libero del pubblico, tanto più esso diventa infedele e capriccioso. Si tratta di un movimento trasversale fondato sull’individualismo attivo e sulla partecipazione, sull’autonomia e sull’indipendenza di giudizio, sulla mobilitazione e sull’impegno civile che sfugge a qualsiasi riferimento ideologico, rifiuta ogni inquadramento nei partiti tradizionali e anzi pretende di orientarli e magari condizionarli dall’esterno. Non è soltanto una caratteristica generazionale quanto, piuttosto, una dimensione esistenziale, un atteggiamento mentale, una disposizione verso la società. Una condizione, insomma, d’identità e di cittadinanza mediatica. La vera grande rivoluzione mediatica è qui. Broadcaster e produttori devono abituarsi a un’audience che vive al di fuori delle vecchie logiche di programmazione.
È dunque in atto una rivoluzione mediatica che non riguarda soltanto la televisione?
Sì, il mutamento in corso è totalmente culturale. Dico questo tenendo presente l’importanza e la pervasività dei mezzi di comunicazione nella società contemporanea, e il fatto che i media non sono solo semplici protesi, ma piuttosto ambienti in cui siamo immersi. È un cambiamento che riguarda la «cultura» nel senso più ampio e antropologico della parola: “un intero modo di vita”, come l’ha definita Raymond Williams, un patrimonio di conoscenze, di nuove convenzioni sociali e di inedite espressioni di civiltà.
C’è però un problema evidente relativo alla qualità e ai contenuti proposti, in modo particolare nella tv cosiddetta “generalista”.
Il ruolo della televisione tradizionale è entrato in crisi anche per la sua incapacità di rinnovarsi. Ciò non significa che per risalire la china, la tv italiana debba ripartire da zero, bensì che dovrà recuperare linguaggi e formati già collettivamente condivisi sul piano sociale e culturale, così da renderli disponibili in formule e fruizioni diverse. Avvitata su se stessa, la tv generalista mostra oggi difficoltà a individuare le novità, con ripercussioni su tutti i generi e sugli ascolti, ago della bilancia all’interno di un contesto diversamente competitivo. L’informazione ha bisogno di più contenuti, di abbandonare la polarizzazione tra divulgazione scientifica e informazione politica, e di consolidare il ruolo di approfondimento e contestualizzazione della notizia, laddove essa può essere reperita con maggiore immediatezza e puntualità su altri media (una volta appreso il fatto, per esempio, su internet, lo spettatore chiede alla tv di analizzarlo). L’intrattenimento avrà invece bisogno di maggiore varietà (intesa come diversità, con nuovi stili e formule comunicative, un maggiore spazio a letteratura, teatro, arte), mentre la fiction di più coraggio, che si tradurrà in contenuti decisi, stili visivi più attuali, ritmi veloci e trame complesse.
Un’ultima domanda: l’Università può davvero contribuire a formare nuovi professionisti della televisione?
Sarebbe auspicabile una collaborazione tra Corsi di laurea in Comunicazione e i broadcaster per creare una sperimentazione in partnership. Gli atenei al momento possono solo offrire formazione teorica e, nei casi più fortunati, proporre simulazioni. Col risultato che i professionisti riescono a formarsi solo sul campo. E ciò vale in particolar modo per i mestieri connessi alla televisione. L’università può – e secondo alcuni deve (tra questi anche io) – fornire le basi culturali e gli strumenti concettuali per apprendere le professioni dei media, senza trasformarsi in centro di formazione professionale. Un valido percorso universitario dedicato alla televisione non può limitarsi a insegnare le tecniche, ma deve soprattutto insegnare a comprendere il senso e il ruolo della tv nella società post contemporanea.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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