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Seguiamo il figlio prodigo sulla strada della riconciliazione

Seguiamo il figlio prodigo sulla strada della riconciliazione
di Luigi Rossi

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Riconciliazione è vedere la vita con gli occhi di Dio, il quale prende l’iniziativa perché è Padre che infonde amore. La liturgia della parola di domenica invita a riflettere sul dono di una patria (I lettura Giosué 5,9.10-12), di una casa (Luca 15,1-3.11-32), di una personalità (II lettura 2 Corinzi 5,17-21). Ne consegue che la riconciliazione vista dell’uomo è riconoscenza per il dono accettato con la conversione che porta ad essere creatura nuova. Le tre letture diventano così anche guida e bussola per i cardinali che martedì si riuniranno in conclave. Auspicio dei cristiani è che i loro orientamenti siano guidati dall’amore del Padre verso la Chiesa, un Padre delicatissimo nel non rievocare il passato perché in Lui campeggia sempre la fiducia, sentimento basilare per far germinare la riconciliazione, cioè tornare in pace, in amicizia. La riconciliazione con Dio, come inizio, è la fonte di ogni altra riconciliazione, essere in pace è un suo dono. Nella prima lettura al dono della patria corrisponde un sentimento vivo di riconoscenza, espresso nella celebrazione della Pasqua. Israele-Chiesa che arriva alla terra promessa è simbolo dell’umanità di tutti tempi in cammino verso più ampi orizzonti: la libertà non sarà mai qui sulla terra una conquista definitiva. Ogni celebrazione della Pasqua è una progressiva liberazione dai condizionamenti dell’egoismo, che è negazione di autentico amore.
Di “prodigo” nella parabola di domenica è l’amore del Padre. Questo padre non è permissivo o autoritario. Ci si comporta così solo quando non si è capaci di essere realmente genitori, di instaurare con i figli rapporti che implicano il dialogo ed il rispetto della libertà. Il padre della parabola é soltanto padre, costante riferimento nella vita del figlio, nonostante i suoi smarrimenti e le sue fughe. Il Padre che Gesù ha rivelato non aspetta in casa che il figlio ritorni; con Gesù va nella casa dei peccatori e mangia con loro, un modo di fare che provoca lo sdegno dei benpensanti, occasione della parabola.
Luca precisa che nel figlio minore rilevante non è tanto lo sperperare, ma il comportamento, conseguenza della convinzione che la casa è una prigione, la presenza del padre ingombrante, l’andar via libertà. Perciò, il suo ritorno diventa conversione non perché decide di lavorare in casa come salariato, ma per aver capito che vi si sta meglio; il suo ritorno a casa non è un prezzo da pagare, ma una mentalità da cambiare. Da qui il contrasto col fratello maggiore, monumento di formale inappuntabilità, un burocrate della virtù. Pur presente in casa conserva un distacco interiore ed affettivo espresso con le parole: “questo tuo figlio” – miscuglio di ironia verso il padre e disprezzo verso il fratello – mentre il padre cerca di ravvivargli l’amore ricordandogli che a ritornare è suo fratello. Finché persiste la spavalda sicurezza mai incrinata dal dubbio la sua conversione è impossibile; è convinto di essere sulla strada buona. Figura quindi del fariseo di cui parla l’introduzione della parabola (Lc. 15,1-3), non riesce a condividere la gioia del padre e prova invidia per l’accoglienza. Pensa che peccato sia dilapidare le sostanze, non l’essersi allontanato da casa, dove egli è rimasto, ma con l’animo del mercenario, convinto che fuori si stia meglio. La sua è la fedeltà del servo, non sa gioire col padre; nel fratello non vede un povero da salvare, ma un fortunato da punire.
Ognuno di noi può essere il figlio minore della parabola. Ma il grande annunzio della salvezza è che essa è tutta nell’amore misericordioso del Padre. Si libra con ali di aquila sulle nostre meschinità, sul nostro perbenismo per cui la sterile giustizia del fratello maggiore sa solo starnazzante nello spazio chiuso di un cuor egoista, che non apprezza la fortuna di essere stato tanti anni accanto al Padre partecipando della festa d’amore. Non se n’è accorto! Quindi non capisce, è solo geloso di chi chiama “tuo figlio” e non sente fratello.
Non c’è riconciliazione più profonda di quella che Cristo ha operato, perché egli è venuto per innestarci in lui, perché fossimo una sola cosa con lui. Che domenica prossima la Cattolicità, nel festeggiare il nuovo papa, si senta confortata da questa esperienza di riconciliazione in Cristo operata dallo Spirito. La Chiesa sappia mostrare il volto del vero Dio facendo sentire ai fedeli di non essere una casa-prigione, dove domina un padre ingombrante e mortificante per cui solo allontanandosi si può respirare libertà. A tutti i cristiani, dentro e fuori il conclave, non rimane che ripetere: “mi alzerò e tornerò da mio padre” per continuare la meravigliosa avventura dell’umanità che qui sulla terra non finisce mai facendo risuonare nel proprio animo l’esortazione di Paolo: “vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”.

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