Mar. Giu 25th, 2019

I Confronti

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Il paese delle scuse tra allodole e specchietti

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di Luigi Zampoli
di Luigi Zampoli

acvL’Italia di questi giorni somiglia sempre di più alla suggestiva Roma de “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino, popolata da uomini sfavillanti fuori e miseri dentro, protagonisti di una parvenza che nasconde una drammatica mancanza di essenza.
L’inadeguatezza e la scompostezza che da tempo ormai immemorabile connotano le “epiche” gesta dei nostri politici, in questi giorni hanno assunto un volto, anzi due: quelli del vicepresidente del Senato Calderoli e del vicepremier e Ministro dell’Interno Alfano.
Il primo, autore di un’ignobile quanto stupida affermazione sguaiatamente razzista, condita di paragoni offensivi, indirizzata al Ministro per l’Integrazione Kyenge; il secondo calato nella parte dell’inconsapevole ministro, tenuto all’oscuro dell’altrettanto oscura vicenda della rapida espulsione della moglie e della figlia del dissidente Kazako. Tutti fatti realmente accaduti con il coinvolgimento del Prefetto, della Questura di Roma, dei dipartimenti competenti del Viminale, degli uffici immigrazione e di altre svariate strutture amministrative degli affari interni, ma rigorosamente all’insaputa del Ministro dell’Interno On. Angelino Alfano, vertice di questa babele burocratica.
Ciò che sconcerta non sono solo le vicende in sé, sulle quali si è ampiamente dibattuto e si continua a dibattere, soprattutto in relazione alle loro possibili conseguenze politiche, ma  è l’imbarazzante e molto “italiano” teatrino delle scuse di circostanza, bilanciate da orgogliose rivendicazioni che hanno il rumore delle unghie sugli specchi – vedi Calderoli che, austero e contrito, in Senato afferma mi scuso per le espressioni usate , ma rivendico il diritto di criticare il Ministro sulle politiche dell’immigrazione»; oppure Alfano stupito e sorpreso che si dichiara “prigioniero politico”,  è proprio il caso di dire,  del Moloch burocratico della sua Amministrazione.
Minimizzare, ridimensionare, scansare con leggerezza, esporsi quel tanto che basta al martirio, politicamente conveniente, dell’opinione pubblica, lasciar passare la bufera, far diluire il tutto e quindi ripartire, come se niente fosse accaduto.
Nervi saldi, volti bronzei e poltrone da spingere un po’ più vicino alla scrivania, rimanendoci ben seduti sopra.
Sembra il motivetto del “Gioca Jouer”, simpatica canzoncina di tanti anni fa, invece è il manuale del Potere nell’Italia del 2013, Paese che di simpatico non ha proprio nulla.

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