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Taccuino di viaggio 1 / Kyoto, lo scrigno del Giappone

Taccuino di viaggio 1 / Kyoto, lo scrigno del Giappone

Silvia Siniscalchi, impegnata a Kyoto fino a sabato prossimo per il congresso regionale dell’IGU (International Geographical Union) 2013, ci ha inviato la prima parte di un suo taccuino di viaggio in cui ci racconta, sin dal suo volo verso il paese del Sol Levante, l’incontro con una civiltà dalla quale abbiamo tanto da apprendere.

di Silvia Siniscalchi

Schermata 08-2456510 alle 18.39.34Domenica, 4 agosto. Arrivo all’aeroporto internazionale di Kansai, a Osaka, sull’isola di Honshu (parte dell’arcipelago giapponese), alle dieci del mattino. Caldo asfissiante, umido da fermare il respiro. Sono sola, un po’ in ansia, semidistrutta. Non so ancora in che direzione andare per prendere un treno o un autobus che mi porti a Kyoto. Scritte in giapponese sovrastano le traduzioni inglesi, a volte visibili altre volte no. Dove vado? Calma. Provo a usare il telefono per comunicare a casa il mio arrivo, anche se in Italia sono le tre del mattino. Preoccupazione inutile, il telefono non funziona. Per fortuna l’Iphone riesce a trasmettere messaggi. Ecco, ne invio due e sono a posto. Poi penserò al telefono, ora devo capire dove andare. Esco fuori con la mia pesante valigia, davanti a me c’è un passaggio sopraelevato; alcun docce sono posizionate per dare sollievo ai passanti con dei getti di acqua polverizzata. Allora fa caldo per davvero, se neppure i giapponesi lo sopportano … Già, perché ho trascorso il volo proprio con a fianco un giapponese di granito, probabilmente nipote di un fachiro e figlio di un samurai, che si è alzato solo due volte in 13 ore… Ho resistito anche io, immergendomi nella lettura di una guida su Kyoto, antica, moderna città, un tempo centro dell’Impero degli Shogun e oggi metropoli ipermoderna. E lo deve essere per davvero, considerata l’efficienza tecnologica dell’aeroporto. Impiego del tempo per capire dove andare, chiedo informazioni a qualche italiano che era in aereo con me, ma le indicazioni sono vaghe. Finalmente trovo la strada giusta e arrivo a un tabellone elettronico degli autobus con scritte in giapponese e, a fianco, dei numeri (il costo dei biglietti). Quello per Kyoto qual è? Difficile capirlo dalle scritte in giapponese …. Un uomo in divisa si avvicina e, in inglese, si offre di aiutarmi. Accetto senza esitazione. Mi domanda se voglio comprare un carnet di biglietti. Rispondo di no, perché me ne servono solo due, uno per andare a Kyoto e uno per tornare all’aeroporto. L’uomo opera al mio posto ed ecco i biglietti. Lo ringrazio infinitamente e mi metto in fila accanto a una ragazza con gli occhi a mandorla, anche lei in attesa del pullman, in partenza per le dodici in punto. Con un gesto mi fa capire che devo allinearmi in senso orizzontale, alla sua destra. Strano modo di fare la fila (scoprirò poco dopo che in Giappone ci si allinea a sinistra), ma alla fine funziona. Dopo un po’ arriva un altro uomo, con una tuta colorata, e ci chiede di mostrargli il biglietto. Incolla così sulle nostre valigie un’etichetta corrispondente alla nostra destinazione e ce ne consegna una copia. All’arrivo alla stazione di Kyoto recupereremo le valigie solo consegnando la ricevuta. Precisione e attenzione massima per sventare eventuali errori o tentativi di furto. Qui si gira con i contanti in tasca, ma tutti sono molto attenti. Mi accomodo finalmente sul pullman e chiudo gli occhi, esausta, al punto che nemmeno mi accorgo che procediamo sulla corsia di sinistra. Una signora con un bimbo piccolo, seduta poco più avanti, tira fuori dalla borsa delle vaschette di plastica con dei bocconcini di riso e verdure. Li prende con le bacchette di legno (la guida scrive che si chiamano “hashi” [箸]), porgendole anche al bimbo. Mangia con calma e naturalezza, senza sporcare il sedile, molto diversamente da come faremmo noi europei con un panino o una untuosa busta di patatine fritte. Io però non ho fame. Sull’aereo ho mangiato parecchio e ripenso ancora alle tre brutte figure collezionate con uno degli stewart di bordo. Prima, durante la cena, quando aveva dovuto parlarmi in tre lingue diverse perché non rispondevo alla semplice domanda su cosa preferissi mangiare. Poi quando era ripassato per distribuirci dell’acqua e, nella penombra della cabina dormiente, invece di prendere il bicchiere che mi stava porgendo gli avevo messo in mano quello sporco che avevo già usato. Infine, durante la colazione, mentre, senza molta convinzione, ingoiavo in successione un’abbinata veramente insolita (formaggio, prosciutto, erbette giapponesi, burro, cornetto, panino, marmellata…), era passato di nuovo per chiedermi se volessi del caffè e io, non soddisfatta dell’incredibile accozzaglia ingurgitata, avevo risposto di si, ma che non avevo la tazza. “Certo che ce l’ha, signora”, aveva replicato lo stewart, “è davanti a lei, vede? Basta gi-rar-la …”, mimando il movimento con la mano libera e facendomi sentire una perfetta idiota (avevo infatti scambiato la tazza di plastica rossa trasparente appoggiata sul mio vassoio per un ornamentale vasetto di yogurt …).
5Ma il volo è già passato, i pensieri si annebbiano mentre mi lascio cullare dalla voce dolce della signora che parla con il suo bambino. Ancora non so bene come raggiungere l’albergo, ma mi addormento per qualche minuto e riapro gli occhi mentre stiamo entrando nella periferia nord di Kyoto. È passata un’ora intera senza che me ne sia accorta, ma non vedo ancora i famosi giardini e le meraviglie della città imperiale. Il pullman attraversa un paesaggio fatto solo di fabbriche e case ordinarie, mentre i pescherecci dal mare ci guardano con aria triste. Sono piuttosto delusa, Kyoto non è ancora visibile. Arriviamo finalmente alla stazione centrale, scendiamo, il caldo è ancora più intenso, l’atmosfera per me nuova. Europei e giapponesi si confondono in un traffico di passanti, automobili, autobus colorati e biciclette. Sono confusa e stanca, devo cercare la metropolitana per raggiungere il mio albergo, muovendomi con finta disinvoltura in questo universo variopinto ancora sconosciuto. Nonostante il senso di spaesamento, trovo facilmente l’ingresso della metropolitana di Kyoto, una delle più avanzate al mondo. Qui però il problema biglietti si ripresenta. Mentre osservo il tabellone-rebus, un altro soccorritore giapponese mi si avvicina, spiegandomi come funzionano i biglietti. Fantastici questi giapponesi! Lo ringrazio dell’aiuto e mi avvio alla metro, in direzione Karasuma Oike. Qui, come da istruzioni, scendo e cambio per la mia impronunciabile meta (Kyotosiyakushomae), dove arrivo subito. L’albergo è a pochi passi, ma devo ancora salire due rampe di scale con la valigia, pesantissima. Un ragazzo giapponese mi aiuta a portarla su, senza che lo avessi chiesto. Lo ringrazio molto. Un altro, in bicicletta, mi aiuta a trovare l’albergo:  gli mostro il foglio con l’indirizzo, dove si legge “Kyoto Royal Hotel & SPA (京都ロイヤルホテル&スパ), Sanjo-Agaru, Kawaramachi, Nakagyo-ku (〒604-8005 京都市中京区河原町三条上ル). Il ragazzo aggrotta le sopracciglia e digita l’indirizzo sul suo telefono satellitare. Mi guarda sorridendo e mi fa cenno di seguirlo. Scopriamo che l’albergo è proprio lì, a due metri da noi, e scoppiamo a ridere insieme. Lo ringrazio e lo saluto con un inchino e un “Dōmo arigatō” (どうもありがとう), “mille grazie”, come ho letto sulla guida in aereo. Eccomi dunque finalmente arrivata, posso riposarmi e ripartire domani per la mia avventura giapponese.

(continua)

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Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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