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Le parole che non ti ho detto

Le parole che non ti ho detto
di Nicoletta Tancredi

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È una caldissima mattina di dicembre. Ma non l’avrei mai detto.
Bardata in un piumino d’oca e sciarpa saldamente annodata, scendo le scale di casa.
Come una bestia da soma, porto a tracolla due borse: una delle piccole pesti, con tutto l’occorrente per pappa, pupù e ninna; l’altra, diciamo, da passeggio, ma potrei andarci tranquillamente in campeggio per una settimana.
Con la mano destra tengo Paola, tutta impellicciata in un finissimo montoncino rosa. Anche lei ha due borse: stamattina ha avuto un eccesso di femminilità!
Sul braccio sinistro, invece, c’è Camilla, in un giubbino dai colori così variopinti (mai regalo fu più colorato!) da sembrare un pappagallo brasiliano, anche se molto sovrappeso. La piccinina non ha borse e borsette, almeno lei, ma le piacciono molto quelle della sorella e infatti continua a sporgersi per ammirarne la bellezza. Con tutto lo sbilanciamento che ne consegue.
Siamo a metà della prima rampa di scale, quando il cappellino di Paola le scende su un occhietto. La bimba ovviamente si ferma. Camilla si affaccia per vedere che succede. Io, ma ora non ricordo bene come, se non che fossi in un momento di estrema tensione fisica, glielo sistemo. E riprendiamo il passo.
Fine della seconda rampa di scale.
Adorazione davanti al Babbo Natale che la signora del piano di sotto ha messo davanti alla porta.
“Gadda (Guarda), mamma, Babbo Natale” dice la voce bianca di mia figlia, in un acuto da concerto.
È tutta sorpresa. Da quindici giorni.
“Bene, a mamma, e scendiamo” – cerco di tagliare corto.
“È bello, mamma, Babbo Natale” – continua lei a commentare l’impensabile apparizione.
“Certamente!” – le dico, cercando, con delicatezza, di farle avanzare il passo.
Inizio terza rampa, cade una delle borsette di Paola.
Stamattina mi sembra una via crucis! Ci stiamo allenando per Pasqua. Ovviamente la bambina si ferma. E per fortuna se la riprende da sola. Paola è indipendente. Pensa che, se cade e si fa male, va da sola a prendersi il ghiaccio. Dunque proseguiamo.
Penultima rampa.
A Camilla cade il ciuccio. Certo è attaccato al vestitino. Ma Camilla è contessa, non se lo riprende da sola. Spero che l’abbia sputato a posta, che dunque non lo voglia. E forse veramente l’ha fatto di proposito. Però lo rivuole. Pausa. Lascio la mano a Paola. E mentre blocco lei col ginocchio (nella sua intraprendenza continuerebbe a scendere da sola) sistemo il ciuccio a Camilla. Fatto!
Ultima rampa di scale.
Si intravede il portone. Che per fortuna è aperto. Una luce immensa mi acceca. Ma siamo a dicembre o ad aprile? Sarò anche accaldata, chissà come mai, ma sembra primavera. Insomma sul marciapiede io e le mie bimbe dobbiamo sembrare un po’ come Totò e Peppino alla stazione di Milano. Colbacco a parte.
Vorrei calarmi dalla testa gli occhiali da sole. Ma resta un desiderio al momento irrealizzabile.
Così, andiamo a prendere la macchina.
Per fortuna, il garagista ci aiuta. E tra un pianticello e un “totto, mamma”, richiesta di biscotto che resta inascoltata, partiamo.
Arrivati a destinazione, la prova del fuoco: dobbiamo scendere dalla macchina!
imageMentre parcheggio, però, davanti a un bar, vedo una signora seduta a godersi il sole come una lucertola, su una di quelle sedie di plastica con i braccioli. Comoda insomma.
“Chissà magari mi dà una mano!” penso.
Spengo il motore.
I movimenti devono essere fatti tutti sempre nello stesso ordine. Perciò, serve grande concentrazione.
“Benissimo, siamo arrivate” dico, facendo la radiocronaca alle mie bambine.
“Eeeee” Camilla si sporge come un gabbiano dal sediolino.
“Mamma, vuole cendere” (Mamma, voglio scendere) fa impaziente Paola, che parla di sé alla terza persona.
Metto l’antifurto.
Mi riannodo la sciarpa, anche se ci vorrebbe un sombrero. Quindi, scendo, apro lo sportello posteriore e prendo una borsa.
“La signora ha due bambine” dice la signora davanti al bar, dando prova di grande abilità di calcolo.
Poi l’altra borsa.
“E con i bambini piccoli ce ne sono di cose da portare!”
Sorrido, “buongiorno” dico, cercando di sembrare carina.
A questo punto devo prendere Camilla.
Mi risiedo al posto di guida. Goffa nei movimenti, visto che ho le due borse addosso, prendo Camilla e le metto in testa il cappuccio del giubbino da pappagallo,coprendola alla meglio.
Intanto Paola si lamenta.
“Signora, la bambina non vuole aspettare!” mi spiega la signora, come un sottotitolo parlante e dunque inutile.
Chiudo le portiere e vado dall’altro lato della macchina.
“Ma non glielo infilate il giubbino a questa bambina?” chiede filantropicamente la signora.
“No” rispondo in una specie di smorfia.
Ma insomma, mica si dà da parlare ai funamboli? E questo è il momento più critico.
Sempre con Camilla in braccio, più il peso e l’ingombro delle borse, slaccio le cinture a Paola e accompagnandola con la gamba, con una leggera torsione del busto, la faccio uscire dalla macchina, lei e le sue tracolline.
“Uh che belle borsette” si compiace la signora, spostando la testa di qualche millimetro. O forse solo lo sguardo.
Paola fa un salto! E indubbiamente c’è da esultare: siamo tutte e tre fuori dalla macchina. Che però va chiusa.
“Finché i bambini non crescono, ce ne vuole di fatica!” dice incoraggiante la signora.
Ammonisco Paola di starmi accanto, di non allontanarsi. Non vorrei che la signora si preoccupasse e facesse movimenti bruschi. Ma Paola ascolta, per fortuna.
“Quanti anni hanno?”
“Poco più di due anni la prima e dieci mesi la seconda”.
“Ah!”
Chiudo la macchina. Grandezza dei telecomandi!
Ora, possiamo andare.
“Allora, buona giornata, signora” mi saluta cordiale la spettatrice di uno dei miei abituali numeri da circo.
“Grazie” rispondo sillabando. E mi incammino.
Nella mente si susseguono pensieri … indicibili!

Piccole e (in)confutabile verità di Mummybook

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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