4. La bellezza

di Rino Mele

“Da un roseto si può cogliere una rosa senza che la pianta in sé ne soffra, o se ne leda la forma. A un uccello non si può tagliare un’ala, non si può mozzare la coda a un gatto, senza renderlo deforme e pregiudicare la sua gioia di vivere” (lo dice Karl Rosenkranz nella sua “Estetica del brutto”). La pianta ha una maggiore flessibilità vitale, una capacità antichissima di resistere alla violenza, non potendo eluderla: non avendo la possibilità di fuggire, le piante hanno imparato a essere compiute anche distratte da sé, distrutte dalla vanità del male, l’occasione sprovveduta cui sono sempre soggette: ed è l’animale che bruca una bella siepe, un arbusto, la ruota del carro che ne spezza un ramo, la bufera che abbatte giovani alberi, li spoglia, li sfoglia. Torniamo al roseto citato all’inizio, rosarium in latino. Nel sonetto 245 del Canzoniere di Petrarca la parola “rose” (sono due rose) è ripetuta due volte: c’è un uomo misterioso, “amante antiquo et saggio” (è Amore?) che dona a due giovani amanti (è Petrarca, è Laura?) le due rose, poi fa con essi come un giro di danza e ride e, insieme ad essi, sospira (“e stringendo ambedue, volgeasi a torno”): lo “stringere” – ci dice Mariella Bettarini – è proprio del dio Amore e ricorda i versi straziati e arsi del più antico nostro poeta, Jacopo da Lentini quando, in una sua insuperabile canzonetta, inizia proprio col doppio nodo con cui stringe amore: “Maravigliosa- mente / un amor mi distringe / e mi tene ad ogn’ora”. Nei puri versi del sonetto 245 di Petrarca, il vetro delle parole trattiene la luce, la ferma, allontana da essa l’oscurità della fine. Divina presenza o saggio amico (“così partia le rose e le parole”) l’uomo del mistero amoroso impedisce al vento freddo e distruttivo di entrare: tutto è fermo nel suo istante. Ma torniamo all’inizio di questo scritto, alla riflessione di Rosenkranz, e chiediamoci per gioco: a cosa somiglia un sonetto, come questo di Petrarca, a un denso albero, un meraviglioso arbusto, o al corpo di un bell’animale? Posso prenderne un verso, trarne una parola, senza ferirlo irrimediabilmente? Il verso tratto apparirà autonomo, riuscirà a negare la sua appartenenza a una più ampia necessità linguistica? Cespuglio, fagiano o rondine, la bellezza rischia sempre di essere ferita: ma, anche scempiata, riluce della sua memoria.

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