Edificanti macerie

Edificanti macerie

(per gentile concessione dell’autrice, brani da “Edificanti macerie”)

di Eliana Petrizzi

edificantimacerie

*Anche oggi ho trovato quello che serviva, e se qualcosa è mancato ho ringraziato per le lezioni del poco. Dovrei gioire delle cose semplici e prendermene cura. Alla fine, non mi darà pena l’aver perso la conoscenza, né la paura che il sapere non ha guarito, ma certe allegre compagnie nelle sere d’estate, il disordine di muri e strade, una riga di taccuino col nome di un posto dove andare, l’acciottolio dei piatti nei vicoli del paese, pagare una bolletta, sbucciare un frutto, ritirare il bucato, il solletico delicato di un insetto, per il quale il mio corpo era solo un pezzo di strada tra il cespuglio e la pietra.

*Pace per il mio poco corpo, e per gli incubi che ululano sotto le porte della veglia. Solo una maestosa ignoranza può medicare. In fondo, non serve che trovare alloggio nello splendore animale del giorno. Lungo la via corrono giovani, passano ciclisti, signore coi cani. Le luci dei lampioni, tepore d’erba, i solchi del campo arato, il filo di un aereo che sale, il rombo di qualcosa che accade, grilli. Quando la vita chiama alberi, acque, insetti, uccelli e montagne, loro obbediscono. Di nuovo e per la prima volta, arrivano, finiscono, ricominciano, certi sempre del giorno dopo. Non come me, che conosco solo la tristezza di aver perduto qualcosa, e di continuare a perderlo.

*Biagino

Le sue gioie spariscono in tristezza come sassi a balzi lungo un dirupo. Ha amato solo una donna, e per poco. Dice che le cose vicine sono molto più lontane di quanto immaginiamo: la nostra casa, le persone più care, è sulla loro soglia che inizia il deserto. Così, Biagino cammina per le strade dei paesi, salutando tutti gentilmente, scoprendo nei movimenti uguali e sempre nuovi di alberi, strade e persone il passo fedele delle cose che non ci conoscono. Del futuro non si è mai preoccupato. Il suo desiderio non è né di essere sepolto né bruciato, ma che le sue ossa sbianchino tranquille come pomici in riva al mare.

*Il silenzio maestro di finestre cieche, la sfocatura dei noccioli, un fumo che si stende all’orizzonte con un movimento di corpo, il nuoto dritto di una gazza, odore di pane tra le mani strette.

Ogni tanto uno spiffero sotto i vetri mi ricorda che nessuna tenuta in fondo tiene.

Nel cassetto di mio padre, oggetti spenti verso cui mi dirigo: case di paese che non ho voluto mai abitare, ma che quando è arrivato il temporale, è sotto gli archi dei loro cortili che sono andata a cercare riparo.

*Non bisognerebbe lamentarsi del bel tempo che non finisce, delle giornate uguali, delle stesse strade percorse. Non bisognerebbe pensare di aver sprecato tempo, nell’inutile rammarico che non ci sarebbe costato nulla spenderlo meglio. Anche il tempo vuole starsene leggero, lasciando spazio al desiderio interrotto, all’incontro mancato. Nell’orma delle ore vuote, mi accorgerò che in fondo sono stata felice, perché nell’ ordinario c’era tutto quello che non cercando infine avrò trovato, e davvero in questo non c’è niente di ordinario.

 

Eliana come Artaud in lotta con le convenzioni

 

di Andrea Manzi

Eliana Petrizzi
Eliana Petrizzi

Da un po’ di tempo, specie da quando ho l’ardire di frequentarla, mi chiedo che cosa sia la poesia e da dove emerga la sismografia dei suoi tormenti che stentano a diventare testimonianza. Dell’intento poetico resiste talvolta solo l’idea, un sentimento vago di incantamento che precede la parola e non la irrora. Sono idee essiccate, che anestetizzano la coscienza e restano sospese tra un intimo poetare e la parola franta. Per questo motivo, la più ostinata poesia è avvertita e non scritta, vive come intento comunicativo, morte/veglia del linguaggio, intrigo/lotta tra idee anestetizzanti e parole rianimatrici. È un segno frammentario. Tra idee e parole c’è però l’inferno/paradiso delle nostre vite: e quest’area sospesa è luogo di confronti, frontiera d’inespressi germogli linguistici, d’incontri mediat(n)ici.
“Le persone che incontro nei sogni”, racconta Eliana Petrizzi nella sua raccolta di scritture intimamente poetiche, dall’ossimorico titolo “edificanti macerie” (taccuini 2014, elegante edizione in 100 copie numerate), “sono sempre malinconiche. A volte mi danno dei messaggi, e io li ascolto. Non come nella veglia, dove non mi volto, maschile come una madre distante”.
Nell’agile raccolta di questa inattuale (in senso nietzscheano) artista, il corpo dell’autrice diventa titolare di una regolare attività di ascolto e di codificazione del sentire per antitesi. Peso/libertà, caos/quiete. Ascoltiamo: “Diroccata da un urto senza peso, anche oggi, nella quiete dello zero, dignitosamente e senza fede spero”.
Sul pianeta-poesia le idee stentano ad entrare nelle parole e il senso s’impiglia nel doppio fondo del linguaggio. Eliana, in quest’area, ci sta invece a proprio agio, ritrova verità sapienziali (”Un piccolo rudere viene a ricordarmi che cercare riparo è il senso della vita”) e invalicabili aporie (“Il cane si accoppia con la madre. Nessun salamelecco tra ramo e fiore”). È una scena, la sua, che accoglie la poesia in una realtà distante dal realismo classico, che ricorda il teatro di Artaud nel quale la parola rompe le convenzioni e diventa vera nella misura in cui non nega gli eventi. Il dolore fuoriesce così dall’esperienza umana e scivola in un corpo di parole che è un mondo (“Arrivata in paese mi fermo al centro della vita. Guardando la mia casa, mi chiedo se ci abito proprio io, se quella è veramente la mia casa. Luci basse, voci tenute calme dietro le finestre, da cui fuggono a capelli sciolti le piccole miserie dell’amore”). Corpo di parole sta per corpo glorioso. Eccolo: “Niente feste né cerimonie. Non andare a nessun funerale per assicurarmi deserto il mio. Ascoltare la parola corpo è sentire una suppurazione che sale”. Parlare è come soffrire, il dire è un’infiammazione nel tessuto di una solitudine che annienta e consola: “Meglio da soli. Anche a disegnarli, l’uno è un gancio che radica e trattiene, il due una voluta che srotolata svapora”. Eliana Petrizzi riesce ad offrire agli amici lettori la sua poetica come laica preghiera di perfezionamento, e sfida così l’impossibilità genetica che grava sulla poesia.
Gabriele Frasca, in una recente intervista, ha ricordato che fare lirica significa assumere una posizione abiettiva, volgere la prua all’intimo, al granello che ciascuno di noi ha dentro di sé, intorno al quale il mollusco ha secreto la sua brava perla. Il granello è lo stesso, sostiene Frasca, le perle cambiano di colore e si lasciano pure coltivare. Quel granello, par di capire, è l’io, è la profondità che taluni hanno la tentazione di stanare.
L’io di Eliana è profondo e docilmente stanato. E la realtà della sua prosa poetica (così come quella dei suoi dipinti) ne accoglie i segnali e ce li invia: “Invito il mare a riportare con chiarezza la dicitura di ‘baratro, pericoli, relitto e buio’. Invito il corpo, che si spaccia per proprietà privata, ad esporre l’avviso: ‘Affidamento in comodato d’uso’. Invito l’aereo, che in alto si finge puntino senza peso, a dichiarare in tonnellate il suo caricio di corpi, bagagli, cherosene e ferro. E le montagne, che al tramonto sembrano ostie d’aria, ad ammettere senza giri di parole di essere fatte di terra e di pietra; nere, e basta”.

redazioneIconfronti

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