Salerno / Le ombre delle luminarie

Salerno / Le ombre delle luminarie

Inaugurata ieri sera a Salerno la decima rassegna “Luci d’artista”, costata al Comune due milioni e mezzo di euro: caos, disagi e la riapparizione di Vincenzo De Luca come sindaco di fatto della città. Proponiamo questa riflessione di Andrea Manzi, tratta dal Mattino di oggi, domenica 8 novembre.

di Andrea Manzi
Lo scrittore Mario Rigoni Stern
Lo scrittore Mario Rigoni Stern

Mario Rigoni Stern, scrittore dell’Altopiano di Asiago, in una delle ultime interviste (era il 2005), confessò di essere triste per il chiasso e l’eccesso. L’autore de “Il sergente nella neve” temeva che gli uomini perdessero il talento che serve a conservare la serenità. «Bisognerebbe far spegnere le luci delle città e delle case, e i fari delle automobili che non ci fanno cogliere le stelle. Sarebbero felici gli astronauti e, forse, meno violenti tutti», ammoniva. Era timoroso che le accelerazioni febbrili seguissero ai ritmi lenti e non se ne dava pace. Immaginiamolo, per un attimo, sotto il diluvio andante-kitsch delle luminarie di Salerno, lungo un percorso che stringerà, per più di due mesi, uomini e donne in un opprimente assedio. Non capirebbe il motivo per cui la bellezza marinara della città sia stata nascosta sotto un abbaglio. E non si spiegherebbe per quale motivo il “palazzo d’inverno” abbia voluto ancora una volta occupare lo spazio degli dei. Andrebbe a caccia dei responsabili del viluppo metafisico, il buon Rigoni Stern. Poi, scendendo a valle dei problemi, parlerebbe forse con i vigili frettolosamente additati come responsabili dei disagi, raccoglierebbe gli sfoghi dei commercianti che non hanno tratto, in dieci anni, alcun beneficio effettivo dallo “sturm und drang” natalizio. Penserebbe a un regista occulto dal guizzo prometeico, a una mente-origine che pensa per conto della “sventurata moltitudine”.

Rigoni Stern non sa che il regista delle luci non va scoperto, perché esiste ed è il salernitano (d’adozione) più noto del pianeta, anche al netto dell’effetto Crozza: Vincenzo De Luca, governatore della Campania, per tutti ancora “il sindaco”. Le luci sono “sue”, egli è il padre di questa “genialità” (tale è per molti) che diventa, per altri, un’inutile offesa al buon gusto. Un antitetico giudizio che taglia in due Salerno e anima, alla vigilia delle elezioni comunali, la vita della comunità, da anni sprofondata nei bassifondi delle classifiche nazionali della redditività e dell’attrattività imprenditoriale. Da un lato c’è il popolo che inarca gli occhi e vede la luce con l’ottusa fede dei veggenti, dall’altro la gente delle lunghe e larghe periferie, che registra sulla propria pelle l’affanno amministrativo e la solitudine. Ne deriva una doppia rappresentazione della politica, sotto le luci dell’ennesimo triste regalo di Natale.

Rino Mele ha rappresentato, ieri sul Mattino, quest’aspra contraddizione, che (detto per inciso) costa la follia di almeno due milioni e mezzo prelevati da casse già esauste. Se le chiamano “luci d’artista”, osserva Mele, ben vengano davvero gli artisti a idearle. Essi creerebbero un luogo delle differenze creative rispetto all’ordine del reale. Ricomparirebbe il conflitto tra idee, cultura e gestione, salutare alle democrazie. Rinascerebbero la libertà di esprimersi e le alternative di cui essa è capace e garante. Nella Valle dell’Irno, a Baronissi, il sindaco Gianfranco Valiante ha realizzato anch’egli le luci, ma firmate da un noto artista del territorio, Pietro Lista, il quale ha ri-sillabato una terra di confine con la forza della sua immaginazione. Un’occasione per restituire al popolo, e all’arte che esprime, quote di sovranità. A Salerno no. La sovranità non è diffusa. Di conseguenza anche per le luci vige la produzione in serie, l’omologazione hollywoodiana. Lo sfavillio, di conseguenza, naviga sul vuoto e procede al buio.

Rigoni Stern, per chiudere con lui, auspicava l’avvento di una grande crisi economica affinché si ridimensionasse il mondo virtuale. Purtroppo, lo stato di necessità, che pure modifica antropologicamente ogni cosa, non ancora induce a stoppare questa sagra vacua delle luci o quantomeno a riorganizzarla secondo codici e stili coerenti e opportunamente attenti alle finanze. E a pagare sono soprattutto gli abitanti delle periferie, che vedono i bagliori da lontano, attraverso il racconto dei disagi o come gitanti infreddoliti, che arrivano in pellegrinaggio al centro, sperando in un’iridescente botta di vita.

redazioneIconfronti

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