A Salerno “Bartolucci prima di Bartolucci”

A Salerno “Bartolucci prima di Bartolucci”
di Francesco G. Forte
Francesco G. Forte
Francesco G. Forte

La fine di un tempo assai complesso, di ricerca, sperimentazione, avanguardia nelle arti visive e sulla scena teatrale – che in Italia più che altrove aveva raggiunto, nel corso di un quarto di secolo (inizi Sessanta-fine Ottanta), livelli alti di qualità e senso – fu segnata dalla morte di Giuseppe Bartolucci, il 22 settembre 1996. In lui, fermenti ed energie di singoli e gruppi avevano trovato, sul versante della creatività, guida sensibile e fulcro di produttività.

Da qualche anno, da parte di attenti studiosi si indaga, con apprezzabili risultati, sui temi interni alla militanza di GB, per riscoprirne i risvolti teorici. Affrontare la sua pratica critica significa, come sostiene V. Valentini nella introduzione alla raccolta di GB Testi critici 1964-1987 (Bulzoni), considerare quel periodo densissimo «compreso fra la nascita delle neo-avanguardie e il loro esaurimento, segnato da una reciproca chiusura fra il versante che promuoveva il nuovo teatro e ne delineava i tratti (…) e il versante di chi si attestava all’esistente già affermato e alla difesa dei privilegi acquisiti: da un lato il teatro sperimentale e dall’altro quello istituzionale» .

L’assunto non è da discutere ma non supera un limite, che è di quanti si accaniscono nel volere individuare le fondamenta di tale pensiero nel mestiere di recensore teatrale svolto, all’avvio degli anni Sessanta, per quotidiani e periodici di settore. Ed invece, per trovare le radici di questo grande albero bisogna scavare di più: infatti, lo sguardo strategico e quell’operatività capace di stabilire un patto d’alleanza della scena con lo spettatore, non si spiegherebbero senza prestare attenzione alla importante produzione giovanile di Bartolucci, dalla Resistenza sino alla fine degli anni Cinquanta. Della profondità delle sue note letterarie e politiche redatte appena ventenne, come della emozionante e limpida redazione del romanzo “Lettere d’amore” pochissimi tra i molti estimatori che vollero in vita assegnargli primati, ispirati, per lo più, al repertorio vaticaneo (vescovo dapprincipio, poi cardinale, infine papa dell’avanguardia teatrale), furono al corrente, nonostante di ciò desse conto una lunga e densa militanza sulle terze pagine di analista puntiglioso e curatore di inchieste, come usava a metà secolo, su temi letterari e sociali insieme. Al punto che, passando in ideale rassegna tutta la sua produzione degli anni Quaranta e Cinquanta, potrebbero addirittura individuarsi posizioni confliggenti con il profilo che l’inventore della post-avanguardia, del teatro catastrofe e dello scenario metropolitano, ci ha lasciato. A partire dallo specialissimo riguardo che ebbe per le lettere meridionali, per il romanzo realista e, particolarmente, per Domenico Rea.

Disvelare questo aspetto sotterraneo, informare dell’esistenza di un, per così dire, “Bartolucci prima di Bartolucci”, sarà compito della prima sessione dei Colloqui 2016 che si proporrà, nello stesso tempo, di ripercorrere i tratti salienti della presenza ultradecennale di GB a Salerno e dintorni. A partire dalle edizioni delle Nuove Tendenze (l’ultima, 1976) oramai ampiamente storicizzate in Italia e altrove. Certo, non bisognerà dimenticare che l’esplosione del quadriennio sperimentale che portò Salerno al centro dell’attenzione di quanti, in ogni dove, operavano creativamente nel campo delle arti espressive, fu resa possibile da una personalità come Filiberto Menna che, oltre ad invitare qui il suo amico GB, si attivò perché le tante “eccellenze” che in quegli anni lavoravano nella nostra Università (Sanguineti, Crispolti, Mango, Trimarco…) si adoperassero per divulgare (spiegandole) presso le nuove generazioni bellezza e forza del vento nuovo che soffiava sull’arte.

Immediatamente dopo le citate rassegne, la presenza di Bartolucci sul nostro territorio resta vivace e significativa, marcata, in primo luogo, da due episodi di portata diversa: l’organizzazione del mega-convegno “Teatro Spazio Ambiente” svoltosi nel settembre del 1978 presso la Certosa (pre-restauro) di Padula e la più privata (e sentita) attività “didattica” svolta nell’area settentrionale della provincia.

Il convegno a Padula ebbe rilievo per l’aspetto artistico tout court da un lato e per una dimensione socio-urbanistica dall’altro. Nel primo caso si consolidarono (per poi diffondersi), grazie a presenze euro-americane di altissimo profilo (Theodore Shank, Guy Scarpetta, Bonito Oliva, Moscati, Deak, George Banu….), concetti fin allora sconosciuti ai più, come post-avanguardia o teatro della catastrofe. Almeno decennale fu il retaggio di Padula ’78, la cui importanza fu determinata anche dal progetto “Città-Vallo” da tempo auspicato e che poté in quel contesto concretizzarsi per l’interesse di Paolo Portoghesi, ospite della grande adunanza: l’utopia di una città policentrica nata dall’unificazione dei diciannove comuni del Vallo di Diano.

Ma c’è un Bartolucci ancora più segreto. Tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta. GB si trovò a frequentare con discreta assiduità Nocera, la Nofi di Rea: soggiorni all’insegna tutti del bien-être e della quiete, fuori da euforie (ed ansie) estetiche e sperimentali. Sopravvenne anche l’occasione per alimentare la sua vocazione pedagogica, grazie ad alcuni seminari tenuti a studenti e docenti di scuole superiori, racchiusi sotto il nome “Lo spettatore critico”: “Per me è stata una bella occasione” – annotò in una lettera, a chiusura di uno dei seminari -, “il corso mi è piaciuto, più che a New York o San Francisco, più che a Roma e a Palermo. Ho trovato qui, calore e assistenza, …i tecnici sono stati stupendi angeli custodi, il preside si è dimostrato amico, i professori attenti e colmavano i vuoti dei ragazzi…”.

Ed ancora per il decennio successivo va segnalato il felice rapporto con la struttura di Mercato San Severino guidata da Franco Coda (nota come Teatro A), rapporto che permise di ospitare nella valle dell’Irno quanto di più lucidamente consapevole andava sperimentando la migliore ricerca italiana nel campo delle arti espressive. Ricerca, che modellava se stessa sullo “sguardo oltre” di GB: uno sguardo rivolto alla scena ma solo – presto si scoprirà – dopo essersi sollevato dalle pagine di Pavese e Vittorini, di Barthes e De Martino.

In copertina, Giuseppe Bartolucci (copertina di un suo libro autobiografico)

(da La Città del 28 febbraio 2016)

 

 

 

redazioneIconfronti

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