Gio. Ago 22nd, 2019

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A Salerno festival inutili, scena commissariata e il feticcio di Oren

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Qualche tempo fa, Peppe D’Antonio, appena reduce dal suo “Festival delle Culture Giovani”, rilanciava sul Corriere del Mezzogiorno, una riflessione sullo stato della cultura nella nostra città. Rilanciava e faceva bene; era quello il suo momento. Vorrei provare a rispondere, anche se a distanza di tempo, alle tre condizioni che D’Antonio poneva come indispensabili per rilanciare una seria politica culturale a Salerno. Primo punto: coniugare Cultura ed Economia. Troppo ovvio. Su questo punto, infatti, non si può che essere d’accordo. In una situazione in cui i fondi pubblici sono quasi completamente scomparsi, questa risulta essere l’unica via perseguibile. La cultura deve necessariamente coniugare bilanci sani e oculati, favorendo ricadute sul territorio non effimere.

Peppe D'Antonio

di Pasquale De Cristofaro

Qualche tempo fa, Peppe D’Antonio (foto), appena reduce dal suo “Festival delle Culture Giovani”, rilanciava sul Corriere del Mezzogiorno, una riflessione sullo stato della cultura nella nostra città. Rilanciava e faceva bene; era quello il suo momento. Vorrei provare a rispondere, anche se a distanza di tempo, alle tre condizioni che D’Antonio poneva come indispensabili per rilanciare una seria politica culturale a Salerno. Primo punto: coniugare Cultura ed Economia. Troppo ovvio. Su questo punto, infatti, non si può che essere d’accordo. In una situazione in cui i fondi pubblici sono quasi completamente scomparsi, questa risulta essere l’unica via perseguibile. La cultura deve necessariamente coniugare bilanci sani e oculati, favorendo ricadute sul territorio non effimere. L’altro punto sul quale D’Antonio batteva, era quello di uscire dalla logica dell’evento isolato e fare rete, intensificando, cioè, gli scambi tra i vari operatori per risultare vincenti. Qui, D’Antonio m’è sembrato un tantino troppo ottimista. Innanzitutto, lui sa bene che, in questi ultimi anni, hanno retto solo quelle manifestazioni dirette dai soliti noti e molto protetti da un ceto politico locale più interessato a logiche di appartenenza. In questi anni, c’è stato un vero e proprio genocidio di manifestazioni ed organizzatori che si erano battuti con passione e competenza per cercare di promuovere talenti ed eccellenze in vari settori delle arti ma che, non avendo “padrini”, sono stati costretti prima a ridimensionare e, successivamente, a cancellare le loro rassegne. Collegarsi, quindi, con chi? O, forse, D’Antonio intendeva promuovere un movimento d’operatori perché sentiva che anche per lui le risorse cominciavano a scarseggiare e l’unione auspicata avrebbe potuto far risultare la propria voce più forte nel “Palazzo”? Caro D’Antonio troppe volte abbiamo risposto a questi appelli che, successivamente, si sono rivelati fruttuosi soltanto per chi li aveva promossi. E veniamo all’ultimo suo punto: “più che promuovere iniziative dove far arrivare artisti e prodotti culturali nati altrove, bisognerebbe puntare alla produzione per far emergere la creatività locale migliore”.
Qui, proprio D’Antonio toppa malamente. Il suo Festival ne è l’esempio più lampante. Una vetrina episodica, carina e modaiola con arrivi anche di un certo respiro, che hanno lasciato troppo poco sul territorio in termini d’interesse e di risultati.
Caro D’Antonio, la verità è un’altra. Nelle logiche comunali il principale obiettivo è consolidare l’egemonia dell’Opera lirica. Il maestro Oren è l’unica cosa che veramente interessa e che, per certi versi, produce consenso e risultati mediatici. La prosa da anni è commissariata dal Circuito Campano che programma, ormai, la quasi totalità delle sale teatrali della nostra città. Anche la sperimentazione e la ricerca, assenti da troppi anni, troveranno a breve, grazie ad una neo-nata Fondazione per la promozione del teatro contemporaneo guidata sempre da napoletani, fissa dimora. In questo contesto sarà difficile, caro D’Antonio, trovare spazi e risorse. Questo commissariamento di fatto da parte di operatori esterni è il risultato di anni in cui i salernitani dotati di professionalità e talento sono stati tenuti sistematicamente da parte, in panchina. E nessuno si è indignato o ha fatto sentire la sua voce. Gli unici ad essere ascoltati, in questi anni, sono stati coloro che col teatro e le arti più in generale avevano ben poco da spartire. Attori e registi filodrammatici, amici degli amici, che risultavano, poi, nei momenti decisivi inconcludenti. Sono stati loro i responsabili di questo impaludamento. Non hanno giocato e non hanno fatto giocare favorendo sempre l’arrivo di esterni. In questo clima, per esempio, è maturata, qualche tempo fa, la candidatura di Lorenzo Amato. In conclusione, caro D’Antonio, sarà molto difficile in questa città avviare processi di produzione. Ci sono stati ma nessuno lo ha saputo o voluto sapere.

 

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