A Salerno l’edilizia drogata dell’uomo solo al comando

A Salerno l’edilizia drogata dell’uomo solo al comando
di Alfonso Conte
Sopralluogo di De Luca in Piazza della Libertà
Sopralluogo di De Luca in Piazza della Libertà

Aula affollata di giurisprudenza di qualche anno fa, a via Prudente. È una delle prime lezioni del primo corso che seguo, di economia politica. Il professore parla dell’edilizia e spiega che gli investimenti in tale settore assicurano, più di tutti gli altri, di immettere moneta in breve tempo nel mercato, sicché sono i più utili se l’obiettivo è quello di ravvivarlo in periodi di crisi. Ma è anche vero, aggiunge, che tali investimenti sono i più volatili: ogni cantiere, spiega, dopo un po’ di tempo è destinato alla chiusura, sicché non si può immaginare di sostenere lo sviluppo puntando solo sull’edilizia. È come accendere la legna con la benzina: può essere utile inizialmente se la fiamma è in grado di diffondersi, ma è da pazzi pensare di mantenere vivo il fuoco versando in continuazione benzina su legna non buona da ardere. Si ottengono solo fiammate improvvise, eccessivamente costose ed incapaci di realizzare l’obiettivo fissato.

Da anni, troppi ormai, a Salerno si parla di investimenti nell’edilizia, di esigenza di trasformare le carte del piano regolatore in opere, possibilmente di elevata qualità e capaci di attrarre consistenti flussi turistici. Ed io, ogni volta, penso a quel professore. E penso che dopo vent’anni forse sarebbe ora di rendiconti, di bilanci, e non di ripetere un ritornello ormai monotono. Smettiamola col giochetto ormai stucchevole del Crescent trasformato nel presepe di casa Cupiello o con gli attacchi a comitati colpevoli di pretendere il rispetto delle regole, sia l’uno sia gli altri evidentemente mirati solo a fare ammuina. Tra i principali obiettivi del piano regolatore vi era la città di 180.000 abitanti, condizione necessaria per accedere a più consistenti finanziamenti statali; ma da vent’anni il numero dei salernitani diminuisce, anziché aumentare, non solo per il saldo negativo tra nascite e morti come in tante altre città, ma anche perché quelli che partono sono molti di più di quelli che arrivano. Quanto altro suolo dobbiamo consumare, con il rischio sempre più elevato di nuove abitazioni invendute, per ammettere che l’obiettivo è stato mancato? E quante altre palazzate in stile Q2, come quelle davanti allo stadio Arechi o sulle colline, dobbiamo costruire prima di ammettere che tanti salernitani, a prezzi in molti casi inferiori, preferiscono ai tre vani in condomìni a otto piani le casette unifamiliari di Montoro con box e giardino? E quanti altri progetti di finanza dobbiamo varare prima di riconoscere che in tali casi, soprattutto nel Mezzogiorno, a guadagnarci non è mai l’interesse collettivo? E quanto altro tempo deve passare prima di renderci conto che mai nessun turista deciderà di venire a Salerno per vedere la cittadella giudiziaria o la stazione marittima o la piazza sul mare? Sono domande, si badi bene, che non nascono dall’integralismo ambientalista o paesaggista, ma sono poste in nome dello sviluppo economico assurto a valore dominante, in nome del quale ogni altro valore viene sacrificato.

Tantomeno, nel porre tali domande, si vuole dimostrare che in vent’anni è stato tutto sbagliato. O affermare che negli anni precedenti la situazione fosse migliore e che, comunque, sarebbe stato meglio lasciare tutto com’era. O negare la dedizione degli amministratori pubblici e chiudere gli occhi sul problema di gran lunga più evidente, su quel ceto imprenditoriale che qui, al Sud, non è mai, da sempre, legna buona da ardere. Ma, più semplicemente, si vuole sottolineare come non è più nemmeno possibile propagandare l’idea che l’uomo solo al comando non sbaglia mai, che chi se non lui può continuare a stare al comando, che se si ferma a confrontarsi con chi la pensa in modo diverso rischia di perdere tempo e sbagliare. Perché da anni lui solo sta al comando, senza confrontarsi con nessuno, eppure di sbagli se ne son fatti e si continuano a farne. Mentre, quando almeno in giunta si circondava di esperti, tra i quali quel mio professore di via Prudente il quale riuscì a farsi approvare da Bruxelles un progetto non tutto edile, grazie al quale ancora oggi molti vivono di rendita (politica), probabilmente si stava tutti un po’ meglio.

redazioneIconfronti

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