Lun. Giu 24th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Da Sanremo cambiamenti all’insegna di un rassicurante status quo

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di Roberto Lombardi
di Roberto Lombardi
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Elio e le Storie tese sul palco di Sanremo 2013

La seconda serata del Festivàl si apre con un Beppe Fiorello in piena forma; il suo Modugno convince, con efficace semplicità, almeno fino al momento in cui la giacca del grande, semplice, Mimmo, non viene restituita alla sua proprietaria, e qui il sentimentalismo macchia di buonismo il palco dell’Ariston. Ma siamo a Sanremo. E allora proseguiamo con le canzoni. Ogni tanto il digitale terrestre spezza una strofa, interrompe un refrain; sappiamo chi dobbiamo ringraziare. “Se si potesse non morire” dei Modà ha un bel testo, con una musica che però la fa somigliare a tante, a tanto Lucio Dalla. Mia moglie, che la sa lunga, mi dice che questo brano farà strada; intanto passa il turno col 61% di preferenze rispetto al 39% di “Come l’acqua dentro il mare”. Finisce come il duello fra Bersani e Renzi –lo vedete che Sanremo è specchio d’Italia! Ai Modà risponde Simone Cristicchi, che come tanti in questo paese molto ci è e tanti ci fa, con “La prima volta che sono morto” (ma si erano messi d’accordo?). Le due canzoni di Cristicchi sono di ottima fattura e quella esclusa, “Mi manchi”, ha un cantato niente affatto semplice né semplice da cantare. Passa il turno la Prima funebre volta, una canzone leggera come devono essere le canzoni anche quando parlano di questioni di vita o di morte. È il turno degli ospiti: Carla Bruni (beh, insomma, non è che tutti quelli che vanno a Sanremo devono per forza saper cantare!). Ma per fortuna subito dopo si torna a far valere l’ugola: Malika Ayane è una dea. Canta una grande canzone e rapisce la sua interpretazione e le movenze portentose delle mani e delle dita con cui l’accompagna. Ma le modulazioni più complesse non piacciono agli italiani; al brano “Niente”, il pubblico preferisce la pur bella “E se poi”, che però ricorda tanto un successo della Vanoni. Siamo tradizionalisti e conservatori in questo paese e la prima cosa che facciamo di fronte al nuovo è cercare la prima cosa a cui assomiglia; e trovarla ci fa sentiamo sicuri. Anche con gli Almamegretta non sbaglio: punto su “Anda che vai” e passa “Mamma non lo sa”. Max Gazzè, che non so se canti sul serio, passa però con la meno peggio, un brano dal titolo “Sotto casa”, festoso e ritornello. La bella, fresca Annalisa canta due bei brani e passa con “Scintille”, che sa un po’ di Paolo Conte. E poi è il turno dei diavoli geniacci: Elio e le storie tese. Nelle precedenti note avevamo aperto con C’è musica e musica di Luciano Berio. Bisognerà ritirarlo in ballo visto che il grande musicista apprezzava Elio e la sua band ritenendola una dei pochi punti di riferimento musicali di questo paese. “Dannati for ever”, il primo brano dei Nostri, indulge all’improperio: per Bacco! per Dinci! per Diana! Bisognerebbe prenderli d’esempio: nella cattolicissima Italia da ogni dove piove l’espressione Madonna! Madonna qua, Madonna là, al posto di Accipicchia, Accidenti, e persino di Meraviglioso, tanto che pure alle elementari sento bambini che pronunciano espressioni del tenore di E che Madonna! Ragazzi, non nominate il nome di Dio invano: basta dire Perdindirindina!  Il brano degli Elii canta dell’Inferno che a tutti noi tanto piace, raggiungibile via Salerno-Reggio Calabria e ritorno (per chi ce la fa). “Pure tu all’inferno”, ovvero: se Ruby tu, rubo pure io e tutti assolti (o a soldi). Chi non vorrebbe una vita d’Inferno? Le fiamme ai poveracci e le delizie dei peccati agli abbienti: un po’ per uno fa male solo a qualcuno. È il trionfo della Commedia (divina) all’italiana, dove la commedia non assurge mai a tragedia, e lo show non possiede le parole per il dramma (quello dei ricchi, quello dei poveri e quello dei Ricchi e Poveri). Si sono presentati sul palco dell’Ariston, Elio e le storie tese, i diavoletti, vestiti da chierichetti, ma cantano “La canzone mononota” dopo essersi sfilato l’abito talare (una metafora?). La canzone mononota è l’apoteosi della variazione sul tema che non varia, della solita pizza sulla quale puoi mettere di tutto, è il manifesto festoso del paese bello che fu che è e che sarà: cambi tutto per non cambiare nulla.

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