A Scampia la morte dei luoghi comuni

A Scampia la morte dei luoghi comuni
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

Su Cronache di ieri Massimiliano Amato ha colmato l’abisso tra Scampia, pancia del mondo, e la mente fideistica del nostro tempo. La pancia, ci ha ricordato, è la sede dei sentimenti e dei desideri più profondi. Purtroppo, da anni, l’idolatria del nostro Io, produce “narcinismo” demenziale e separa individui e gruppi. E la deriva manichea nella quale viviamo contrappone bene e male come realtà distinte e antitetiche. Scampia, in occasione dei funerali di Ciro Esposito, ha sbarrato la strada a questo equivoco e alla retorica che esso ingenera, proponendo al mondo l’altare interconfessionale di una moderna chiesa di strada senza sfarzi e decori, una chiesa costruita con semplici tessuti di cuore. Le viscere, ci ha raccontato quella folla, hanno un cervello e, se la testa è la centrale della ragione, la pancia è lo spazio del sentire profondo, oltre che delle angosce, nel quale la luce della coscienza può mettere in moto il cambiamento, fluidificare i corsi delle vicende umane, rimuovere le occlusioni, riannodare destini lontani, dar vita a micro salvezze insperate.

Scampia l’altro giorno è stata testimone drammatica di orgoglio e denuncia. Dal suo ventre non si è scorto il male assoluto che Roberto Saviano le diagnosticò, anticipandone gli esiti fatali con la sua attività oracolare che non ha salvato mai una sola vita. No, c’era dell’altro, la fede in se stessi e la certezza che quest’area complessa non potrà evolvere soltanto con le denunce e le chiamate di correità. Scampia ha bisogno di nuove condizioni di vita, bonifiche di intere aree, alternative e posti di lavoro, in una parola di politica riformista, di idee guida e di quei progetti che, qualche anno fa, furono portati alla ribalta da don Aniello Manganiello, il prete guanelliano fatto fuori dalle stesse gerarchie ecclesiastiche per aver scelto un’anticamorra non dogmatica ma libertaria e, perciò, politicamente “scorretta”. C’è tanto da fare, giurava l’ex parroco: quando i camorristi mi chiedono di organizzare il futuro dei figli per evitare che facciano la loro stessa scelta di vita, io non mando quei ragazzi ai cortei anticamorra con una bandiera in mano, un paio di slogan, un megafono e la voglia di urlare. No. Io devo trovare le soluzioni, spiegò al vento don Aniello, e cerco i soldi per farli mangiare, per impedire che le ragazze abortiscano, per comprare i pannolini e pagare le bollette; e ho il dovere di trovare i soldi, soprattutto se ho di fronte padri di famiglia appena usciti dal carcere; ai ragazzi ai quali propongo di rinunciare alla droga, gettare la pistola e chiudere con la violenza non posso promettere solo il paradiso, ma devo dare pane e paradiso, cioè lavoro e speranza, tranquillità e Verbo.

Al prete dell’anticamorra delle opere, che giurò senza essere creduto sulla dignità di Scampia (“Su ottantamila abitanti, solo diecimila sono direttamente o indirettamente compromessi con la criminalità, gli altri no”), si preferì il ciclone spettacolare della condanna diffusa, rinunciando ad ogni giudizio critico, preferendo la criminalizzazione di una città intera alla operosità socialmente riabilitatrice e, in qualche caso, redentrice.

Per questo motivo oggi ci si meraviglia tanto dell’anima di Scampia. La responsabilità è del pre-giudizio, nato da una propaganda ossessiva amplificata da ribalte, pulpiti e accademie, che hanno aumentato, con un fanatismo eticista improvvido, soltanto la redditività della moda culturale del momento.

Un tifo calcistico degenere e una vittima innocente della violenza sportiva come Ciro Esposito ci hanno ricordato che Scampia non è il luogo del male, ma la febbrile frontiera cara a monsignor Raffaele Nogaro. La frontiera, per l’anziano presule, è il luogo dell’originale, la casa dell’uomo “sempre nuovo e sempre in attesa di una patria”, un uomo fragile nei cui occhi, durante il rito funebre, abbiamo notato il guizzo di un’antica speranza negata.

redazioneIconfronti

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