Mar. Ago 20th, 2019

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Acocella (Cnel): drammatica assenza dello stato sociale in Campania

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È politica la colpa del trend così negativo: "Ormai sono poveri anche i ceti che galleggiavano"
di Gianmaria Roberti

Giuseppe_AcocellaNel Mezzogiorno, e in Campania ancor di più, alla crisi economica si affianca la crisi del welfare. Il vuoto delle politiche sociali, l’ultima sponda dei ceti più annaspanti. “Un paradosso” sottolinea Giuseppe Acocella (foto), consigliere del Cnel e rettore dell’Università “San Pio V”. Il default dello Stato sociale, disarmato dai tagli anti-deficit, emerge nelle ore in cui un altro disoccupato, stavolta in Sicilia, si suicida, lasciando un biglietto d’addio accanto all’articolo 1 della Costituzione, il miraggio della Repubblica fondata sul lavoro. “C’è la crisi del reddito e quella degli impieghi sociali: scuole, ospedali, tutto quello che coinvolge la responsabilità pubblica – spiega Acocella -, perché la diminuzione del reddito riduce anche le risorse spendibili. Il welfare, che è tanto più necessario nei tempi di crisi, paradossalmente in queste fasi subisce un ulteriore freno”.
Dati alla mano, in Campania è al collasso anche questa rete di protezione sociale
La Campania è in questo vortice ormai qualche anno. I dati sulla spesa sociale sono più accentuati che altrove. E questo comporta una diminuzione dei diritti sociali. Quindi, tutto questo si aggiunge alla difficoltà di tenere il livello di vita decente attraverso i consumi, e si produce paradossalmente l’effetto di eliminare quella serie di tutele che dovrebbero compensare la diminuzione dei redditi per le fasce più esposte. Questa è la natura della crisi.
Gli analisti rilevano una specificità della Campania, che proietta la regione in un quadro più fosco rispetto ad altre realtà meridionali, più dinamiche e reattive
La cosa preoccupante è che, rispetto ad altre grandi regioni del Mezzogiorno, la Campania ha un trend del tutto sfavorevole. Questo è responsabilità della politica.
L’ultimo dossier Caritas sulla povertà nella regione ha confermato l’enorme affanno del ceto medio, in alcuni settori risucchiato nel mondo dell’esclusione sociale
Questo avviene perché diminuendo il livello di reddito complessivo c’è una circolazione minore e una maggiore ricaduta nella povertà anche di quei ceti che galleggiavano.
Ma crede che la politica abbia percezione di queste profonde faglie che stanno trasformando il volto della società?
La classe politica meridionale, storicamente, si attesta su posizioni di quiete e mantenimento. Al di là del giudizio politico c’è però un dato riconoscibile facilmente: la mancanza di iniziative per affrontare questo problema. L’ultima, risalente a qualche anno fa, è stata il reddito di cittadinanza. Però si è dimostrato essere gestito malissimo.
Come mai quello strumento è ancora oggi accompagnato da un giudizio liquidatorio?
Anche una prospettiva che poteva essere interessante, cioè quella di sostenere in qualche misura, anche se minima, la situazione delle famiglie più esposte al rischio di povertà, è stata gestita male, tanto è vero che è fallita, perché si è scoperto che non era credibile il criterio con cui venivano assegnati i fondi, era una spesa cieca.
Incapacità della politica di rispondere alle sfide e ai bisogni del territorio, un tessuto imprenditoriale frantumato. Sono solo queste le chiavi per decifrare la palude socio-economica di questa regione?
Aggiungiamo che la Campania ha risultati particolarmente negativi perché è afflitta da un problema di legalità. E non parlo solo della illegalità estrema, rappresentata dalla presenza della criminalità organizzata, che naturalmente altera i circuiti sociali. Qui c’è anche una illegalità diffusa, che fa sì che anche la percezione di come si produce e si distribuisce il reddito sia falsata. In questo senso c’è una responsabilità che non appare ben esercitata dalla classe politica.

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