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Acronimi vari e antiche “forche”, ma di pane e farina non v’è traccia

Acronimi vari e antiche “forche”, ma di pane e farina non v’è traccia
di Diogene
Foto: notiziarioitaliano.it

Foto: notiziarioitaliano.it

Acronimi ed imposte. Cambiano i nomi, ma non cambia la sostanza. Una volta c’era l’Ici (imposta comunale sugli immobili), poi è arrivata l’Imu (imposta municipale unica). C’erano la Tarsu (tassa sui rifiuti solidi urbani), la Tia (Tariffa di igiene ambientale): arriva adesso la Tares, nuovo prodotto introdotto dal governo Monti, un altro capolavoro di balzello partorito dalla fervida fantasia di chi vorrebbe mostrare cambiamenti che tali non sono.
Cambiano le sigle, ma la sostanza è uguale: pagavamo prima, pagheremo dopo. Un po’ come dire: “cambiano i musicanti, ma la musica è sempre la stessa”. I salassi, d’altra parte, sono come le sorprese: non finiscono mai. E noi a pagare. È sempre il popolo che paga, non altri. Noi paghiamo e loro, i ragionieri Casoria, ingrassano. Noi stringiamo le cinghie e sacrifichiamo la nostra esistenza tra “malepatenze” ed improperi, che per fortuna non sono ancora tassabili; loro, sempre i ragionieri Casoria, spandono e spendono i nostri soldi – fra borse, borsette, profumi -, contrabbandati come rimborsi spese o come spese per attività istituzionali.
Una volta, tanti anni fa, ai tempi dell’antica Roma, il poeta Giovenale, scrittore di pungenti satire, tracciò il ritratto del cittadino dell’epoca: “panem et circenses” – scrisse, perché chi governava si assicurava il consenso popolare con elargizioni economiche e con la concessione di svaghi. Il popolo questo desiderava e chi comandava era pronto ad elargire le due cose per far cessare eventuali malumori delle masse. Pane e giochi ludici bastavano ed avanzavano perché il popolo, poco addentro alle cose della politica, cresciuto nell’ignoranza che caratterizzava la plebe, altro non voleva.
Più tardi, molto più tardi, ai tempi dei Borboni, il “panem et circenses” di Giovenale si trasformò nella regola delle tre “F”: feste, farina e forca. Ma siamo là, la sostanza era sempre quella: era solo il modo di governare un popolo poco interessato ai problemi dello Stato; lo si faceva elargendo qua e là premi per tenersi buona la massa, con feste pubbliche e con distribuzioni di pane. Spesso c’erano anche impiccagioni pubbliche per dimostrare la capacità del potere politico di assicurare il mantenimento della legalità.
E adesso, al tempo d’oggi, come siamo combinati? Delle tre “F” probabilmente è rimasta in vita solo la terza, la forca, metaforicamente parlando. Le distribuzioni di pane, di favori, di prebende oramai sono terminate; trippa per gatti non ce n’è più. Le feste, peggio che andare di notte, chi te li dà? Resta allora la forca; e quella l’abbiamo a portata di mano giorno per giorno: forse è l’unica cosa che non ci ha mai abbandonati dall’avvento del governo Monti. Il boia dà un colpettino alla volta, uno strappo dopo l’altro, uno strangolamento lento ma inesorabile; c’è solo bisogno del colpo finale.
Chi comanda, ma anche chi vorrebbe comandare al suo posto, ha sempre qualche colpo a sorpresa in serbo, soprattutto quando si rende conto che ha bisogno del consenso del popolo. Ci vuole allora anche un poco di pane per il popolo – ecco il “panem” di Giovenale. Forse si è un tantino esagerato nel tirare il cappio: bisogna allora abbindolare i gonzi con la melliflua arte che è propria degli uomini politici.
“La prima casa va salvaguardata; – dicono adesso tutti quelli che vogliono i voti – non è possibile che chi ha fatto tanti stenti, con sacrifici personali e con costosi mutui bancari, debba ancora pagare una tassa che è iniqua”. Lo dice il Cavaliere, e va bene; lo dice Bersani, e va bene; lo dice Grillo, e va bene; lo dicono Casini, Fini e Rutelli, e va bene. Ma sapete chi lo dice pure? L’imperturbabile Monti.
Scusate, ma allora chi è stato a mettere questa benedetta, o, meglio, maledetta Imu? Tutti innocenti? allora tutti colpevoli!

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