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Addio a Enrico Mascilli Migliorini, maestro di giornalismo

Addio a Enrico Mascilli Migliorini, maestro di giornalismo

È morto a Napoli, all’età di 94 anni, Enrico Mascilli Migliorini, giornalista e docente universitario, fondatore e preside della Facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino, primo direttore della scuola di giornalismo dello stesso ateneo. Direttore delle sedi Rai di Cosenza, Firenze e Ancona, fu caporedattore Rai in Campania. Autore di uno dei più apprezzati manuali di Sociologia della comunicazione. I funerali domani, giovedì, alle 11,30, presso la chiesa di Santa Maria della Libera. Le più sentire condoglianze de I Confronti a tutti i familiari, in particolare ai figli: Luigi, docente di Storia moderna presso l’Università Orientale di Napoli; Paolo, architetto presso la soprintendenza di Palazzo reale e Carlo, professore di chitarra classica a Firenze.

 Qui di seguito proponiamo un’intervista di Andrea Manzi a Enrico Mascilli Migliorini, pubblicata il 22 febbraio 2009 sul quotidiano “Roma” e successivamente inclusa nel volume “Un sacco brutto / Trentuno tesi sulla Napoli del degrado”, presentato alla Feltrinelli di Napoli il 2 luglio 2009 da Giuseppe Cacciatore, Roberto Ciuni, Aldo Masullo ed Ernesto Mazzetti.

 

di Andrea Manzi
Enrico Mascilli Migliorini

Enrico Mascilli Migliorini

Dalla casa di Enrico Mascilli Migliorini il mare davvero non sembra bagnare più Napoli: è come se avessero piazzato un dipinto davanti alla vetrata, con Capri dolente e grigia sullo sfondo. Nessun silenzio della ragione, però: a 86 (insospettabili) anni, il professore fugge “dal romanzo” delle convenzioni. Trova chiavi, cita testi e, se non la speranza, recupera la realtà tradita della città, gli spazi di riflessione negati. Nessun invincibile dolore alla Ortese, il suo mondo è sereno come questo mare da réclame che ci guarda.

Peggiore di ogni altra emergenza, questa dei rifiuti. Non trova?

C’è stata una crisi di sovraesposizione. In un solo momento è come se fossero venuti alla luce tutti i problemi della città. La causa? Il rifiuto di un termovalorizzatore che a Napoli sarebbe pericoloso e a Brescia è, invece, occasione di ricchezza. La fragilità delle istituzioni favorisce questi accidenti della storia, la emersione di vecchi peccati. Cambiano le vicende, il male è identico. Fu così anche con il colera…

Il colera?

Agosto ’73, ero a Capri, feci il vaccino. Scene da Promessi sposi, un circolo vizioso che riconduceva a memorie antiche. Questa volta l’era globale ci penalizza di più: essere additati come popolo d’ ’a munnezza non è bello, poi la ferocia dell’era globale fa il resto. Tanti anni fa non c’era la spietatezza di oggi. Fu proprio l’allora assessore alla nettezza urbana Cerbone che fece da mediatore in una contesa tra noi giornalisti e il sindaco Lauro.

Beh, Lauro non era tenero con nessuno.

Era presidente del Napoli, la squadra perdeva sempre, noi capimmo il motivo delle sconfitte: il presidente stressava i giocatori, portandoli in giro per la propaganda ai monarchici. Io ero caporedattore della Rai di Napoli. Lauro non sopportò le critiche e firmò un’ordinanza con la quale vietò l’accesso di tutti i cronisti alla tribuna stampa. Il presidente della nostra Associazione, Adriano Falvo, chiese un appuntamento. Andammo a trovarlo di buon’ora. Ricordo come se fosse ieri lo scalone, Nannina ‘a chiattona lì fuori, la “corte” e le urla del comandante. Ci vide, eravamo in un angolo del salone, non ci degnò di uno sguardo. Cerbone segnalò la nostra presenza e lui: “Vuje site ‘e giurnaliste, criticate, criticate e poi vulite trasì gratis int’ ‘o campo con gli amici”. Ci freddò, ma non c’era né odio né ferocia. Allora esistevano le vendette, l’odio no.

Perché considera una costante la sovraesposizione mediatica di Napoli?

Il processo Cuocolo ci portò su tutti i giornali per un fatto sanguinoso. Allora fu colpito il simbolo della nostra economia, il Banco di Napoli, ma la sovraesposizione non è nuova e, ogni volta, innesca meccanismi antichi, arcaiche relazioni con la vita.

In questi mesi Napoli sui giornali è finita per un’evidente crisi politica.

Io direi per un deficit di umanità, che ha portato alla svalutazione radicale delle forme di consenso. Se avessi fatto, negli anni scorsi, il deputato a Torino avrei cercato il consenso degli Agnelli o, che so, di Lama, ma a Napoli quali sono state e quali sono le forme di aggregazione politica? Non c’è consenso lecito: se vuoi riuscire, il sostegno direttamente o indirettamente è quello della camorra.

Quale è il momento in cui si è rotta l’armonia tra opinione pubblica e politica?

La crisi è diventata irreparabile con il consumismo e l’era globale. Si è perso il gusto dell’attesa della notizia, è scomparso il tempo della riflessione, che anticipava le reazioni. Ricordo quando arrivava la notizia con il telegramma…

Ma dov’è il nesso tra immediatezza della comunicazione e dequalificazione della politica?

Nel mondo circola tensione, i rapporti sono determinati dall’ansia, non esiste filtro. Nei giornali c’erano i tipografi, gli stenografi, i correttori di bozze, esisteva cioè lo spazio della riflessione che attutiva l’impatto delle azioni con il mondo nel quale ricadevano. L’informazione metabolizzava gli eventi. Chi riflette oggi sulla qualità della politica? Nessuno, così come non rifletti sulla qualità delle scarpe che la pubblicità ti impone.

Per l’informazione radiotelevisiva, l’annullamento dei tempi di riflessione si spiega. Ma nei giornali…

Dovremmo capire come i giornali utilizzano quei tempi, forse inseguono interessi economici o, comunque, non informativi. E diventano, di fatto, lo specchio della politica. Non vede il livello dei quotidiani campani? Aggiunga, poi, la fine delle ideologie e il quadro sarà completo.

Il mondo coinciderebbe con le sue rappresentazioni.

Più o meno.

Ma perché rimpiange le ideologie?

Prenda il Pd, due forze politiche messe a bollire in una pentola senza alcun sapore. Sono state cancellate le identità partitiche. Ma se non fai più politica per un’idea, perché o per chi ti impegni? Per i soldi?

Mascilli Migliorini con Carlo Bo (al centro)

Mascilli Migliorini con Carlo Bo (al centro)

Lei da tempo non parlava dei mali di Napoli.

Avverto da anni un sentimento di distacco da questa città. La mia attività accademica la esercitai a Urbino e non a Napoli, dove già alla fine degli anni 70 non esistevano per la cultura spazi di libertà. Fu Carlo Bo ad offrirmi l’opportunità: “Qui sono tutti comunisti, vieni e facciamo insieme Sociologia”. Lo ricordo ancora nella sua poltrona. Una mattina del ’78 squillò il telefono, era Andreotti che gli offriva la Pubblica Istruzione nel governo di unità nazionale. Bo ringraziò e disse: “Accetto se la sede del ministero sarà ad Urbino”. Rapporti paritari, altro che gli intellettuali di oggi. Il problema è di uomini, da qui l’afasia della politica.

Ma chi è l’intellettuale oggi?

Vorrei saperlo anche io. Forse quello alla moda, che discende dagli “antenati” di Via Veneto? Sordi nei suoi film immortalò vigliaccheria e trasformismo di quel tipo di italiano.

A Napoli le cose, su questo fronte, non vanno meglio.

Il degrado del costume nazionale si è verificato spesso con il traino del Mezzogiorno, perché i napoletani hanno avuto frequentemente ruoli di grande evidenza pubblica.

Soprattutto a sinistra.

La sinistra è venuta sempre meno, anzi in Italia non l’abbiamo mai avuta la sinistra. Forse ce ne sono state centomila: mai un’identità di proposta. Un grande movimento di consenso lo conquistò Guglielmo Giannini, proprio deridendo i comunisti ed evitando, così, che si potesse avere ancora paura di loro. Ma la DC entrò in azione e dolcemente lo fece fuori.

Nella storia contemporanea di Napoli lei coglie segnali positivi più a destra che a sinistra.

Si può dire tutto, ma è innegabile che Lauro sia stato il miglior sindaco di Napoli: io ero alla Rai e al Giornale, lo criticavo aspramente, ma ero costretto a documentare un rilevante fervore di iniziative e di opere. Così come un risanamento vasto come quello compiuto dal fascismo, e lo dico da antifascista, non si è mai più verificato: il Rione Carità, la Provincia, la Questura. Lauro, poi, ricostruì a Napoli il corpo dei vigili urbani. Prima la città appariva presidiata, esisteva solo la polizia stradale. Io colsi al volo quella conquista per una trasmissione radiofonica satirica, Spaccanapoli. Il protagonista si chiamava Saverio Percuoco, un vigile che finiva sempre male perché incappava in lauro. Esilarante.

Nessun confronto tra Lauro e i Bassolino, le Iervolino?

Impossibile. Questi signori hanno reso obsoleta e ridicola la parola “dimissioni”: sbeffeggiati da tutti, governano ancora. D’altra parte, l’opinione pubblica è come se non esistesse perché non riflette più, è disarmata. Si verifica uno scandalo al giorno, ma sa perché? Per attivare meccanismi suggestivi e indurre la gente a non pensare.

E la storia si ripete.

Ascolti questo brano da Gli italiani di Luigi Barzini.

Il professore legge con enfasi, in piedi: si parla di un grande oratore e politico che arringa dal balcone e le folle plaudono, ma poi a fine carriera finisce in piazza a testa in giù. Mascilli Migliorini ripropone il suo gioco da salotto: “Di chi si tratta?”.

 Scivoliamo sul sicuro: Mussolini.

E no! È Cola di Rienzo.

Morale, professore?

Siamo vittime della storia che, inesorabilmente, si ripete. È un concetto vichiano, e poi dicono che noi sociologi provenienti dal giornalismo siamo venditori di fumo!

Storia e meccanismi sociali, quindi, inscindibilmente connessi?

Certamente, pensi alla rivoluzione industriale in Inghilterra o alla società informatica di oggi, nella quale l’uomo è sezionato in particelle, senza averne consapevolezza. Ovviamente, la nostra rivoluzione industriale non somigliò a quella inglese: da noi fu rozzamente capitalistica. Quanto sono costati all’Italia i salari procurati al mercato del lavoro dagli Agnelli? Ma quella per la politica fu un’aggregazione possibile. Ripeto: a Torino con gli Agnelli, al Sud con la camorra.

Quale sarà il futuro possibile per Napoli?

Soltanto con l’occhio al nostro dna e riguadagnando spazi di riflessione e di consapevolezza si potrà ipotizzare un domani. Senza tener conto di questi elementi, non credo…

Non crede?

Abbiamo deriso le cose fondamentali. Il ’68 lasciò intendere che si potesse procedere senza sacrifici connessi ai premi. Che errore. L’uguaglianza c’è nelle religioni, nella soscietà esiste il merito. Beh, Marx sostituì il merito con lo sfruttamento, ma quella è un’altra storia.

Un segnale positivo sotto il Vesuvio ci sarà pure? Perlomeno uno.

Ad una estemporanea osservazione, il cardinale Sepe: determina adesioni, consenso e lo fa più concretamente dello stesso papa Wojtyla. Va nella realtà delle cose, ha una grinta da mastino.

E delle attenzioni costanti di Berlusconi per la Campania cosa pensa?

Non sarà Cola di Rienzo, ma è un grande persuasore, ha vaste fette di consenso in larghi strati sociali, estirpa le residue paure del comunismo. Non è poco. Anche a destra, però, vedo un futuro di lotta per il potere. Fini scalpita, vuole succedere al Cavaliere. Ma il presidente della Camera stia attento, la sua poltrona porta iella. Basta vedere la fine politica di Casini.

Perché lei parla con tanto disagio della sua città?

Perché tra dieci anni si faranno gli stessi discorsi. Napoli dichiara sempre guerra alla riflessione e alla proposta. Lo fece con il presidente Napolitano, con Croce. E Compagna? Chi se ne ricorda più di Compagna?

Cosa auspica, oltre il ritorno alle ideologie?

La politica post-ideologica è un’espressione priva di senso. Quale altra opzione non ideologica può determinare un consenso lecito? Questa città distrugge tutto e tutti, accadde anche a Carlo III che fu un grande. Divenuto re di Spagna si convinse che non poteva essere re di Napoli.

Non ci resta che rimpiangere il Borbone.

E che scandalo c’è? Franceschiello, quando vide i commercianti di Chiaia togliere gli stemmi reali e mettere le nuove insegne dei Savoia, disse: “Eravate la capitale di un regno, non sarete nemmeno una sotto-prefettura.

La sociologia le offre formidabili chiavi di lettura per conoscere la storia. Vogliamo sintetizzare con il supporto della sua scienza la decadenza di Napoli?

Le leggo queste parole di Emile Durkheim, un autore a me caro. Sembrano scritte per noi. Ascolti: “… Lo stato di crisi vi è costante, normale. Le cupidigie si sollevano dall’alto come dal basso della scala e nulla può placarle perché lo scopo a cui tendono è al di là di quanto possano raggiungere. In confronto a ciò che le febbrili immaginazioni intravedono possibile, il reale appare senza valore e se ne distaccano per distaccarsi anche dal possibile quando, a sua volta, questo è divenuto reale”.

In primo piano, il vecchio segnale ai tempi in cui Enrico Mascilli Migliorini fu più volte dirigente di importanti sedi Rai (Cosenza, Firenze, Ancona)

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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