Gio. Ago 22nd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Addio a Pasquale Stanzione, poeta della fotografia

6 min read
di Corradino Pellecchia
di Corradino Pellecchia
Pasquale Stanzione
Pasquale Stanzione

L’immancabile zainetto nero sulle spalle che diventava sempre più pesante man mano che la tecnologia avanzava. Era il suo studio ambulante: macchine fotografiche, obiettivi, telefonino e computer. Pronto a catturare con il suo occhio rapido la “notizia” e a trasmetterla, in quegli scatti più efficaci della penna del miglior cronista, all’Agenzia di stampa Ansa, di cui è stato collaboratore fin dal 1983, regalando, altresì, foto uniche, irripetibili ai vari giornali campani – Il Giornale di Napoli, Mezzogiorno, La Città, il Corriere del Mezzogiorno – con cui aveva un rapporto da freelance, mai contrattualizzato, malgrado la sua indiscussa bravura. Tant’è. Pasquale Stanzione era un uomo libero, un “anarchico” come si definiva con orgoglio, e andava avanti per la sua strada a testa alta, senza mai chiedere niente a nessuno, anche quando si trovava senza un quattrino, con due figli piccoli da crescere senza il conforto della presenza materna, la moglie morta giovanissima, perché, purtroppo il destino ha sempre infierito su questa persona giusta come pochi. “Sono un fotoreporter così come lo era Michele Adinolfi, il mio maestro”, ripeteva a mia sorella Erminia, nelle loro lunghe discussioni, seduti su una panchina di piazza Portanova a imbeversi di sole e discutere per ore di arte, politica, etica, o nelle infinite passeggiate nel centro storico di Salerno a cercare le tracce della storia oltraggiate dalla mano dell’uomo più che da quella del tempo. Ma Pasquale, era molto di più di un professionista capace, era un artista con la “a” maiuscola, un narratore, un poeta delle immagini. Un tesoro che ci ha lasciato in eredità, ora che la malattia con cui combatteva da due anni, l’ha spuntata alla fine, ieri notte, recidendo, a soli 54, la sua inesauribile energia vitale.

“Un uomo buono, un artista così acuto, che si ricostruiva l’anima ad ogni scatto della macchina fotografica – dice affranto il critico Rino Mele, con cui Stanzione ha avuto un lungo sodalizio artistico – Ricordo la sua splendida mostra, nel 2005, sul tema del mare mattutino, realizzata con regale povertà sui muri esterni dei Cantieri Soriente. Mi sorprese per l’estrema bellezza e fu ripetuta l’anno successivo, al “Catalogo” di Lelio Schiavone e Antonio Adiletta, con una mia presentazione: verticale, spietato nel suo tempo immemore, il mare invadeva la pagina fotografica, raccontava la creazione che ogni attimo ripete”. Antropologo e paesaggista, nel medagliere di mostre di questo artista discreto, che odiava i riflettori, annoto solo alcune tappe: “Toponomastica longobarda. Memoria e presente lungo le tracce delle antiche strade longobarde nel centro storico di Salerno” (1986); “Percezione estetica dei lavori di ristrutturazione della linea ferroviaria” (1987 – Salerno/Mercato S. Severino); “Immagine di città. Breve viaggio in frammenti di storia salernitana” (1990);  “Salerno fotografata. Immagini di città tra ricordo e poesia” (1994); “Sarno 365 giorni. Reportage di un anno di presenza nei luoghi della tragica frana” (1999). “Sarno: Venerdì Santo. Antropologia e spiritualità della manifestazione religiosa” (2000): “Sant’Angelo a Scala

Racconto della protesta popolare contro l’allontanamento dalla parrocchia

di don Vitaliano della Sala” (2002);  “Il porto e la città.Visione realistica ed emozionale delle attività nel porto di Salerno” (2002);  “Alfonso Gatto e il teatro. Documentazione di spettacoli teatrali realizzati con sceneggiature del poeta” (2004); “6,30/7,30. Percorso percettivo del mare lungo una spiaggia di Salerno” (2005); “La solitudine del colore. Interni di case distrutte dal terremoto: Romagnano al Monte1960” (2005). Non è un semplice elenco di esposizioni, bensì una piccola finestra sullo sfaccettato mondo di un “ragazzo di Pastena” che dall’impegno in piazza era passato alla più sottile e incisiva denuncia, usando il suo terzo occhio, quello fotografico.

Amava la natura Pasquale, amava la Piana del Sele e Paestum, dove ad accoglierlo c’era il fraterno amico Sergio Vecchio. Anche in questi ultimi, dolorosi tempi la città dei templi era comunque il suo buen retiro. Ad accompagnarlo la compagna Rossella Nicolò, la sua ancora, le sue gambe, il suo sorriso. “Non si è imbattuto in alcun dio greco né in lucani, tantomeno in una nave di marinai del dorico che approda nel porto di Strabone il fotografo Pasquale Stanzione ogni volta che c’incontravamo a Paestum – confida Vecchio, pittore e poeta – Ha fotografato con amorevole distacco il fantasma di un casello ferroviario in rovina, una sposa in stazione,con lucida consapevolezza ha documentato il problematico rapporto tra patrimonio archeologico e contemporaneo ai limiti di un corto circuito. Lo ricordo in bicicletta nel centro storico o nei pressi del porto nei miei ultimi spiccioli a Salerno. O nelle sue visite al liceo artistico. Senza Peter Willburger, Gelsomino D’Ambrosio e ora Pasquale mi è difficile pensare a Salerno. Esperto di cinema, di teatro, era impressionante la sua curiosità di vivere e la capacità critica di lettura degli eventi. Meticolosa la sua scelta di ristoranti ai limiti della paranoia, le sue visite con Rossella al mio laboratorio coincidevano inevitabilmente con splendide giornate di sole. Detestava le zanzare e amava i miei gatti e i cani, il suo coraggio e l’ironia, la dignità con la quale ha convissuto con lo stramaledetto dolore dell’ultimo periodo destavano in me ammirazione che lui respingeva. In realtà volevo autoconvincermi che l’epilogo della sua vita non sarebbe stato così breve. Ora di lui mi rimane la dolcezza e l’amicizia che mi ha regalato e le sue splendide foto che conservo gelosamente nell’archivio laboratorio della mia anima”.

Il teatro, già, la grande passione. L’album di foto che ha realizzato per la rinata stagione operistica del Teatro Verdi meriterebbero di essere esposte permanentemente nel foyeur del Massimo cittadino. È l’altra faccia di un autore poliedrico, quella di fotografo di scena. Lo testimoniano i registi Pasquale De Cristofaro e Nuccio Siano. “Pasquale – ammette De Cristofaro – ha fotografato molti miei spettacoli. Nel 2004, nella collana di teatro, corponovecento, pubblicammo insieme un volumetto, “Gatto in scena”; l’occasione fu l’aver lui fotografato i due spettacoli dedicati ad Alfonso Gatto che in quell’anno furono portati in scena: “Il duello”, con la mia regia, e “Mari colorati”, con la regia di Nuccio Siano. L’occasione ci parve ghiotta e realizzammo quel libriccino che resterà penso come una cosa preziosa per la città di Salerno. Per me, Pasquale è stato molto più di un fotografo di scena; un artista che ha saputo cogliere il mistero che circonda l’opaca quotidianità. Ha saputo rapire le veloci emozioni di volti e situazioni che altrimenti sarebbero passate inosservate e definitivamente, fermandole in scatti semplici e poetici. Anche le foto di uno spettacolo sono dolci e crudeli insieme. Pasquale sapeva cogliere come pochi questa dolcezza nella deriva crudele del tempo che ci inghiotte inesorabilmente. È stato un uomo buono e generoso, e per me un maestro. Resterà sempre vivo nel mio cuore; è come se, ancora, si affacciasse col suo modo svelto nel riquadro lucido delle sue foto strizzandomi l’occhio e invitandomi ad andare avanti perché, purtroppo, “questa è la vita”. Siano ha conosciuto Stanzione dieci anni fa, in occasione della rassegna da lui curata all’Addolorata  “RiEsistenza italiana”. “Il ricordo – dice – è quello di un amico, appassionato al suo lavoro di fotografo, ai suoi figli, di rara moralità e coscienza civile. Una bella persona, mi mancherà”.

L’orso buono, come scherzosamente lo avevamo battezzato per il suo carattere a volte tagliente con cui mascherava la generosità straripante, mancherà a tutti i suoi amici, Nicola Palma, fotografo e gallerista, con cui era in programma una mostra quando tutti noi pensavamo che il momento brutto fosse passato, Paola Verrengia, di cui per vent’anni ha documentato ed esaltato l’attività della galleria di via Fieravecchia e ritratto i momenti più importanti della sua vita. “Pasquale mi è stato sempre vicino nei momenti belli e in quelli difficili. Lo sarà per sempre, perché l’amicizia supera i confini della morte”, piange, alla stregua della critica d’arte Patrizia Fiorillo, attonita, incredula, senza parole per una tragedia fin troppo annunciata, ma fortemente rimossa,

Oggi saremo tutti nella chiesa del Volto Santo di Pastena, dove alle 9 sarà celebrato il rito funebre. Ci stringeremo alla mamma di Pasquale, Filomena, ai suoi figli Federica e Piero, alle sorelle Grazia, Patrizia e Rossella, alla compagna Rossella Nicolò. Cercheremo di dare loro conforto, noi che di conforto, per questa ferita insanabile, abbiamo tanto bisogno.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *