Lun. Lug 22nd, 2019

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Addio a Racinaro. «Nella nostra società non c’è giustizia»

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Riproponiamo lo sfogo del filosofo dopo l'assoluzione definitiva del 2011 / di Andrea Manzi

Nel settembre 2011, il calvario giudiziario di Roberto Racinaro ebbe fine con una assoluzione piena della VI sezione penale della Corte di Cassazione. A distanza di qualche giorno, soltanto pochi giornali diedero la notizia e lo fecero con grande economia di spazio. Il Corriere del Mezzogiorno, diretto da Marco Demarco, riuscì invece ad anticipare tutti, pubblicando con grande evidenza e un alto richiamo in prima pagina sia la notizia che un’intervista molto intensa di Andrea Manzi all’illustre filosofo che fu rettore dell’Università di Salerno. Fu l’unico commento a caldo di Roberto Racinaro espresso su una vicenda che aveva segnato la sua vita ma più ancora si era trasformata in una pagina nera per la giustizia italiana. Lo riproponiamo nel giorno della sua prematura e dolorosissima scomparsa. Domani i funerali a Salerno, alle 10,30, presso la chiesa dei Salesiani. 

di Andrea Manzi
L'ex rettore Racinaro
L’ex rettore Racinaro

Si è conclusa dopo sedici anni, con una clamorosa assoluzione, la controversa vicenda giudiziaria archiviata come «scandalo dell’Università di Salerno» che il 2 giugno 1995 portò in carcere e sulle prime pagine dei quotidiani anche stranieri, con 27 capi d’accusa da brivido (fu contestato anche il concorso in associazione a delinquere), Roberto Racinaro, rettore dell’Università di Salerno. Racinaro aveva 47 anni ed era già al vertice dell’Università da cinque, iniziatore di una nuova era dopo il lungo rettorato del giurista cattolico Vincenzo Buonocore, divenuto poi deputato per la Dc. Fu rieletto per la seconda volta, Racinaro, mentre era in cella, ma si dimise per non travolgere l’ateneo con la sua inspiegabile disavventura. «Di fronte alla mia coscienza mi sento perfettamente a posto. Ciò, però, può bastare solo per me in quanto privato cittadino. La questione muta completamente se valutata dal punto di vista pubblico istituzionale» scrisse al ministro della Ricerca e dell’Università, Giorgio Salvini. «Non voglio dare l’impressione – spiegò – di uno scontro istituzionale».

LE ACCUSE CADUTE – La VI sezione penale della Corte di Cassazione, l’altro giorno, ha fatto cadere l’unica accusa (falso ideologico) rimasta in piedi due anni fa nella sentenza della Corte d’Appello di Napoli. Annullamento senza rinvio. Un risultato che Roberto Racinaro ha ottenuto rinunciando con coraggio alla prescrizione nella certezza che, prima o poi, il gigantesco castello accusatorio si sarebbe sgretolato del tutto. Una fiducia che lo ha legato, in un lungo lavoro di ricostruzione, ai suoi agguerriti avvocati Gerardo Grisi, Vincenzo Siniscalchi e Gaetano Balice. In effetti, i segnali d’instabilità della traballante costruzione della Procura di Salerno (pm dell’epoca Spiezia, gip Oliva) si erano rivelati immediatamente, già dall’alba delle clamorose manette. Dopo 21 giorni di cella nel carcere di massima sicurezza di Bellizzi Irpino (ben due i provvedimenti restrittivi per Racinaro, il secondo raggiunse il rettore in carcere), il Riesame dichiarò infatti la carcerazione «illegittima» per mancanza di condizioni oggettive e soggettive. L’ex rettore, tra i maggiori studiosi di Hegel, scrisse in carcere «La giustizia virtuosa», un libricino cult editato da «Liberilibri», piccola casa editrice di Macerata, recensito dalla grande stampa con spazi ampi e titoli strillati.

racinarolibroFu quello il suo primo atto d’accusa contro i giudici?
«In quel libro descrivevo prevalentemente la vita carceraria, ma c’erano anche alcune annotazioni che poi diventarono riflessioni sulla giustizia».

Riflessioni che riformulerebbe dopo un’odissea lunga sedici anni?
«Una riflessione in particolare la considero attualissima, ma prima di me, un po’ di anni fa, ne parlò un filosofo che mi è molto caro, Georg Wilhelm Friedrich Hegel: la giustizia spesso si rovescia nel suo contrario. Uno dei mali del nostro tempo, se riflettiamo, è proprio l’eccesso di giustizia».

Perché si verifica quella che dalla sua esperienza (e dai suoi testi) appare come una degenerazione gravissima dell’attività giudiziaria?
«La giustizia è completamente assente nella nostra società ed è proprio la sua clamorosa assenza a produrre la deformazione o effetto contrario di cui parlavo prima».

In un successivo libro, «Colonne infami» edito da Marsilio, anch’esso vagamente evocatore della sua vicenda, riconduce l’errore giudiziario a un’imperdonabile «ignoranza dei giudici».Quanti magistrati hanno letto Beccaria, si chiedeva. Magari Jemolo sì, ma non Beccaria o Manzoni. Incultura, quindi?
«Beh, confermo quel mio ragionamento che partiva da alcune premesse teoriche oltre che pratiche. In alcuni casi, però, emerge un altro limite preoccupante. Vi sono giudici che della giustizia conoscono soltanto l’aspetto tribunalizio, e assolutamente più nulla. Immagini una signora, figlia di un magistrato, moglie di un magistrato, magari senza molti altri contatti familiari o sociali: ecco, quella donna avrà un’idea unilaterale della giustizia. Così sono alcuni giudici che io ho conosciuto».

Ignoranza e lontananza dalla società: ritiene di poter esaurire così le spiegazioni? L’accusa di essere una casta investe anche le toghe e spesso la critica viene proprio dall’interno del mondo giudiziario. Ma lei sembra non tenere in alcun conto questo che pure è un argomento (conflittuale) del giorno.
«Che la magistratura sia un vero e forte potere non è idea mia, ma un dato di fatto. Spesso, però, quest’accusa viene da lazzaroni che meritano di essere puniti, ma questo è un altro discorso».

colonna infameNei suoi testi ha individuato omissioni e responsabilità che avrebbero consentito alle toghe di tracimare. Si sente oggi di ribadirle?
«La colpa più grave di quanto avviene è della politica che non fa la sua parte e lascia che la facciano altri. Parlerei di una doppia responsabilità dei nostri uomini politici».

Lei è stato consigliere regionale nella passata consiliatura, la seconda con Bassolino presidente. Quale politica ha visto all’opera?
«Sono un inguaribile ottimista, pertanto continuo a credere nella politica nonostante gli spettacoli poco edificanti degli ultimi tempi. Se si è d’accordo su alcuni punti di contatto, ritengo che con la politica si possa (e si debba) incidere».

Torniamo alla sua vicenda: arresto clamoroso, carcerazione, isolamento, carriera da rettore saltata, un po’ di conseguenti, gravi danni alla salute. Tutto per nulla, professore?
«Sono contento che sia finita in questo modo, ma certamente questa storia bene non mi ha fatto. I tempi parlano da soli e gli anni, mi creda, sono passati faticosamente. Tutto assurdo e inspiegabile. Ma lo sa che il mio processo si reggeva su un foglio di carta?».

Un foglio di carta?
«Sì, un documento della massima normalità, di quelli che s’inviano al ministero in risposta a domande formulate sugli spazi occupati negli atenei e sulle attività programmate, carte che passano da ufficio a ufficio e, poi, concludono il loro iter con l’invio a Roma. Purtroppo, su quel foglio di cui nulla sapevo c’era qualche imprecisione e, pur non essendo firmato da me, in calce allo scritto c’era il timbro del mio ufficio. Tanto è bastato affinché me ne attribuissero la paternità e mi accusassero di falso ideologico».

Una bolla di sapone?
«Non dico questo, perché qualche reato ci sarà anche stato, ma da parte di persone che circolavano intorno all’Università, nomi tutti meno noti del mio e quindi ritenuti, strada facendo, poco “interessanti”. Per questo motivo, d’altra parte, è rimasto in piedi, per sedici anni, soltanto il mio nome. Il resto è storia da me vissuta. “Immaginati i delitti, produssero veri misfatti”, diceva Mario Pagano».

È calato ora il sipario sullo «scandalo dell’Università» rivelatosi del tutto falso. Consolatoria è per lei la sentenza della Cassazione, ma per un filosofo potrebbe essere confortante considerare anche una qualche “utilità” di questa vicenda. Non trova?
«Non mi fraintenda, ma più che nei tribunali ho appreso qualcosa di buono in carcere, dalla vita dietro le sbarre. In quella ospitalità che mi fu riservata a Bellizzi Irpino c’è stato qualche attimo positivo, quello sì che lo ricordo. Ecco, mangiai bene… C’era un tizio ai fornelli, un agente di pubblica sicurezza se non sbaglio, ma carcerato come me, che si rivelò un cuoco eccellente. Raramente ho pranzato con tanto gusto, ma non vorrei lo sapesse mia moglie».

Una pietanza di quel cuoco la ricorda, professore?
«Le dico soltanto che ho ripugnanza per le cipolle. Le considero sgradevoli. Ebbene, quel tizio a Bellizzi Irpino mi fece assaggiare una pietanza con le cipolle che non avrei mai sognato di mangiare».

(dal Corriere del Mezzogiorno del 23 settembre 2011)

 

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