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Addio a Roth, il mito che seppe rinunciare alla scrittura

Addio a Roth, il mito che seppe rinunciare alla scrittura
di Rosaria Fortuna

Di Philip Roth sappiamo tutto o quasi, a partire da quel Nobel mancato, Nobel che attraversa la sua lunga storia letteraria, che passa per una masturbazione con una fetta di fegato e due tormentati matrimoni. In mezzo ci siamo noi, l’Europa, che tanto deve alla letteratura americana da un certo punto in poi della sua storia identitaria, e l’America. È una storia appassionata, spesso lacerante quella di Philip Roth che anche nel lettore lascia ampi margini di movimento, per una rielaborazione del proprio vissuto. La continua riscrittura della propria vita, ad opera di Philip Roth, costringe chiunque, scelga di leggerlo, di porsi tutte le sue stesse domande sulla politica, sulla religione, sul sesso, sulla morte. Vita che, soprattutto negli ultimi anni, a Roth era sembrata più abbordabile, avendo capito come già svegliarsi ogni giorno bastasse per essere felici, con buona pace di tutti i suoi tormenti esistenziali pregressi. Anche in questo dimostrava di essere al passo con i tempi, come accade solo agli scrittori di razza, alla cui categoria apparteneva senza ombra di dubbio, e perfettamente in linea con tutte le odierne teorie che ci impongono di camminare più leggeri perché la felicità è un’attitudine e una scoperta quotidiane, più che una conquista da scontare vivendo in tensione. E così, alla fine, quel lavoro costante e maniacale operato da lui sulla pagina, finalmente si era tramutato nell’abbandono della fatica di vivere, a dispetto di tante cupezze e anche di tanti strappi culturali, ebraismo compreso.
Roth aveva rifiutato, da subito, di appartenere ad una tribù, quella ebraica, aspirando molto più semplicemente, e perciò più difficilmente, ad essere Philip Roth e basta. E questo, di certo, gli è riuscito grazie alla scrittura. Del resto l’esercizio fisico che impone la scrittura comporta la totale liberazione di qualsiasi tormento, una volta che si sono messi a bada tutti i propri dèmoni. Da qui nasce anche il rifiuto dell’etichetta di scrittore ebreo–americano. Roth era americano, e questo era ben più che un fatto. Come americani erano i suoi sogni interrotti, la caduta come presenza sullo sfondo delle sue storie, un convitato di pietra che serviva a rendere ciò che scriveva reale e condivisibile per qualsiasi suo lettore. Il suo sistema di pensiero che si arricchirà di spunti a mano a mano che vivrà era chiaro e certo. Come chiaro e certo era il suo mestiere di scrittore, al punto da averlo abbandonato qualche anno fa perché stanco di scrivere, stanco di non avere più una vita tutta sua a portata di mano, come accade quando la scrittura prende il sopravvento su tutto, tormentato come anche era da un mal di schiena che alleviava con il nuoto. Del mestiere di scrivere aveva raccontato ne “Lo scrittore fantasma” edito da Einaudi, casa editrice in Italia di quasi tutte le sue opere, un classico utile per chiunque non aspiri solo a scrivere, ma che davvero sappia e voglia farlo di mestiere con assoluta adesione al mondo della parola scritta. Perché Philip Roth era davvero bravo, e di certo chi è incapace di accettare la vita e le sue complicate contraddizioni mai proverà piacere a leggere i suoi libri, libri che possono sembrare talvolta urticanti e dolorosi. Come non potrà trovare niente di interessante in lui, chi cerca il bello, il buono, il giusto nella Letteratura, o il politicamente corretto. Tutte idee per la verità sbagliate, perché mai come in questo periodo anche di difficoltà esistenziali e di subbuglio civile, la lettura di Philip Roth riesce utile. Il suo punto di vista da maschio bianco, anche sulle cose del sesso, risulta ben più che illuminante, proprio perché è frutto di una lunga presa d’atto e di un’osservazione costanti. Osservazione che parte dagli anni ’60, gli anni della rivoluzione sessuale, per arrivare fino ai nostri giorni, con tutte le problematiche odierne. Problematiche legate ad una scarsissima percezione di sé, e che valevano allora come valgono ancora oggi, da qui il loro farsi letteratura nell’opera di Roth. Il sesso, resta per Roth, l’elemento di rottura, ma anche l’unico elemento davvero capace di riuscire a semplificare la vita, se proprio se ne hanno la voglia e le possibilità. In questo fa ripensare a D.H.Lawrence e alla necessità di questo modo tutto maschile di procedere attraverso la vita a passo spedito, talvolta veloce, talvolta in perfetta stasi, come unica compagna la Letteratura. Compagna da abbandonare quando non se ne ha più voglia. Niente di più seducente, maschile e contemporaneo, ma anche di eterno perché nel maschio ciò che contano sono l’abbandono e il momento refrattario. La ragione per cui smettere di scrivere per Roth è stata la più grande delle conquiste e la completa chiusura del suo cerchio letterario. La morte? Una semplice ratifica.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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