Mer. Lug 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Addio agli incentivi alle grandi imprese? Sì se si aiutano i piccoli

2 min read
Qualche distinguo sulle parole del presidente di Confindustria Squinzi

di Gigi Casciello

Niente incentivi ma meno tasse. Quella di Giorgio Squinzi (nella foto), presidente di Confindustria, più che un’idea sembra un punto essenziale di un governo possibile. Qualche distinguo va comunque fatto perché in questo Paese dalle facili equazioni si potrebbe concludere che le imprese italiane non solo fanno male a lamentare della crisi ma hanno sprecato fondi pubblici al pari di quel ceto politico che ora viene rappresentato come il male assoluto. Non è così. I sussidi pubblici riguardano da sempre solo le grandi imprese, non certo le piccole e medie che dopo aver rappresentato il vero sviluppo italiano si ritrovano ora piegate dalla crisi e dall’inaccessibilità al credito.
La Ragioneria dello Stato nel 2010 contava sei tipi di incentivi industriali per 72 miliardi di euro più o meno così distribuiti: 12 miliardi di euro trasferiti ogni anno al sistema delle imprese, 11,964 miliardi di incentivi di settore, 43.583 miliardi di trasferimenti alle imprese di pubblico settore e 4,47 miliardi agli enti locali.
La situazione non è cambiata con il Governo Monti che si è ben guardato, tra l’altro, di moralizzare fino in fondo le retribuzioni d’oro ai manager e dirigenti pubblici a conferma di quanto siano evidenti i riferimenti politici, economici, e persino culturali dell’attuale Premier: la grande finanza, le banche europee e la casta dei manager pubblici.
Ecco perché quella del presidente di Confindustria può diventare molto di più di una provocazione. L’eliminazione degli incentivi alla grande industria ed un conseguente ridimensionamento del carico fiscale finirebbe per rappresentare molto più di una boccata d’ossigeno per la piccola impresa stretta nella morsa dell’impossibilità dei rientri dei crediti nei confronti degli enti pubblici e le “ganasce” di Equitalia che per incassare non esita a pignorare anche i beni di produzione.
Impresa non facile anche perché presuppone un approccio culturale diverso: non più assistenzialismo di Stato ma sfida sulla capacità di misurarsi sul mercato ma anche di accettare la sfida dell’innovazione senza il paracadute degli incentivi pubblici.
Che poi la prima proposta concreta per rilanciare l’imprenditoria venga da Confindustria e non dalla politica è solo la conferma dell’inadeguatezza della classe dirigenti dei partiti divisi tra quanti sono alla disperata ricerca di una scialuppa di salvataggio e quanti, ingiustificatamente inconsapevoli, continuano a ballare mentre il Titanic affonda.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *