Addio alla morbida, spietata trasgressione di Lou Reed

Addio alla morbida, spietata trasgressione di Lou Reed
di Luigi Zampoli

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Chissà quante persone in queste ore, in ogni parte del mondo, staranno canticchiando il ritornello di Walk on the wild side, cercando di emulare il timbro sommesso e quasi sussurrato di Lou Reed.
Uno degli ultimi sopravvissuti della stagione d’oro del rock se n’è andato nella sua amata New York, una malattia impietosa l’ha strappato alla vita per consegnarlo alla leggenda.
Reed ha messo il rock al servizio dei lati più oscuri dell’esistenza, quella che ha incrociato nei bassifondi di New York negli anni sessanta, quando la contro cultura portò in alto tutto quello che prima doveva rimanere sotto i “tombini “ della Grande Mela.
Nasce prima il poeta e poi il musicista; Lou Reed era un letterato con uno stile di scrittura spietato e pungente, la sua poesia aveva bisogno di un vestito morbido, di velluto che desse un senso straniante alle parole dense di cruda realtà.
Un diamante nero, grezzo che brilla solo nelle notti più buie, negli angoli borderline di New York dove l’unica luce è quella della luna; i volti e i bassifondi dei film di Cassavetes ritornano nelle note e nei versi di Reed.
La factory di Andy Warhol diede una veste unica a tutto questo, un vestito indimenticabile come la copertina di “The Velvet Underground & Nico”, una banana d’autore da sbucciare ed ascoltare lentamente, il vinile icona di un artista, del suo mondo, popolato di pionieri della ricerca musicale come John Cale, di muse dalla bellezza inquietante e dalla voce severa come Nico di All tomorrow’s party, e della sua voce che canta “controvoglia” testi come Heroin , Venus in furs.
Suggestioni psichedeliche dilanianti alternate a melodie che spargono sollievo come quelle di Sunday morning.
La traversata di Reed è stata lunga, aspra, fatta di periodi diversi tra loro, dal rock, al punk della fine degli anni settanta, alla ricerca musicale a volte fine a se stessa, ma il senso e l’urgenza della narrazione profonda non lo hanno mai abbandonato.
Puoi abbassare del tutto il volume della musica, ma resta la poesia che si alimenta delle sue personali vicende – l’esperienza dell’elettroshock vissuta durante l’adolescenza per debellare il “germe” della bisessualità – e sfocia nel contesto di luci fioche artificiali, vita selvaggia di strada e bisogno di sperimentazione sonora. Lou Reed si esprime in uno spazio invisibile tra il cantato e il parlato, è un modo per esorcizzare il dolore che attraversa il suo mondo, la “sua” New York”.
Non la città sfavillante, di superficie, ma quell’altra ……on the wild side.

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redazioneIconfronti

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