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Addio Davide, nostro eroe romantico

Addio Davide, nostro eroe romantico
di Leonardo Guzzo

I campioni dello sport sono gli eroi del nostro tempo. Nessun dubbio sulla questione. Sono quelli che affrontano prove, combattono battaglie, spingono in là i limiti dell’uomo, conquistano la gloria di restare un attimo incastrati nel bagliore del trionfo, come un mezzogiorno rischiarato da due soli. Suscitano e incarnano passioni, nel modo più eclatante e positivo, spargono conforto e ispirazione. A pochi, come gli antichi progenitori, spetta un destino ulteriore. Compiere il passo fatale che proietta nel culto, dentro una dimensione ideale che si fa più vicina al divino di qualsiasi umanità. È uno spazio breve eppure siderale quello che corre tra l’eroe e la leggenda. Uno spazio da coprire col passo amaro della sparizione. La rinuncia al “qui e adesso”, la dispersione nel regno dei sentori e delle ombre, il dominio indefinito del sempre e del mai. Gli eroi antichi lo raggiungevano attraverso la morte in battaglia, l’addio al mondo nel fiore della giovinezza, spesso con tragico spargimento di sangue, travolti da una forza schiacciante in uno scontro impari o abbattuti da un colpo preciso e fatale. Solo ai più romantici, eroi non della forza ma del sentimento, spettava una fine incruenta e fantastica, autenticamente miracolosa. Non li toccava, nella morte, alcuna mano mortale: morivano per intrusione diretta degli dei o dei loro emissari. Una nebbia prodigiosa, il Sonno, calato senza scampo come su Palinuro, il timoniere di Enea, o volontariamente scelto per restare sempre giovane, come dal pastore Endimione. Non c’è eterna giovinezza senza incoscienza, che sia Morte o Sonno, Sogno che rapisce in una fantasia da cui è impossibile il ritorno, che non lascia tracce.

astoriDavide Astori è nella schiera di questi eroi romantici: la faccia buona, gli occhi cristallini spenti una notte, nel silenzio di un trucco magico, per fare la strada di Eco e Narciso, Europa e Adone, Ercole sul carro di Zeus. Dove vanno a finire, tutti quanti, il mito non lo dice. Non sa spiegarlo o forse non vuole. Se la cava con l’espediente di tramutarli in una roccia, una fonte, un fiore. Qualcosa di possente, suggestivo, delicato: non umano ma più vasto dell’uomo. Un inganno da fiaba eppure, a chiudere gli occhi e pensarla da bambini, la sola possibile consolazione. Anche per Davide, per il suo addio senza “ciao” voluto da un nume, è giusto pensare a una “trasformazione”. E immaginarla. Dare un numero, il 13, al suo ricordo, bagnarlo di lacrime e dedicargli su un prato verde un fiore.

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