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Adela, Sonia e il Grande Poeta

Adela, Sonia e il Grande Poeta

Mi ricordo di Paola Capriolo

(Giunti, pp. 268)

di Giuseppe Amoroso

caprioloA brevi, densi capitoli alterni, le storie di due donne diversissime tra di loro, Adela e Sonja, si compiono in stagioni distanti (gli anni Trenta e l’oggi) e, al contempo, risultano avvinte da un unico filo che il nuovo romanzo di Paola Capriolo, Mi ricordo (Giunti, pp.268), dipana con spiccata abilità narrativa. La pagina vibra di elegante rigore stilistico, sussulta del consueto mixer di segretezza e mistero, luminescenza e abbagliata documentazione, proprio dei più noti romanzi dell’autrice, determina sfondi di limpida magia, quasi di un bontempelliano iperrealismo chiaro e affabile, coagula le varie parti, le fa interagire con l’ambiente circostante e non lascia che alcun dettaglio si autodefinisca compiutamente o si disperda. E conquista gli spazi delle azioni mediante la sola mossa di una fulminea interpretazione, di una nota sempre capace di rendere, pur sospesa e a volte incantata, l’essenza di un luogo, il carattere di un personaggio. L’imprevisto, che a poco a poco tende a dileguarsi, pur lasciando orme sospette, è lo strumento immediato che rende gli episodi sigle di un disegno più alto, di un quadro complessivo, destando così grande interesse di lettura. Con la disposizione simmetrica su due piani della materia del racconto, Paola Capriolo cancella le spinte più slittanti ed  eccentriche, mentre non si fa fatica a comprendere come l’amalgama sia del tutto coeso e come ogni motivo celato riesca infine a confluire nel  corso di un ineluttabile destino.

Centro del racconto è la “casa azzurra, con le bianche finestre all’inglese, con il bovindo proteso verso il giardino” e verso la “striscia plumbea” del “sepolcro profondo” di un fiume. In questa dimora è vissuta Adela con la sua ricca famiglia e con l’amore per la musica e l’arte di cui ha discusso, in un carteggio “appassionato”, con un Grande Poeta, un Maestro. Nella stessa casa, a distanza di oltre mezzo secolo giunge Sonja, rispondendo all’annuncio di un anziano e solitario signore che l’ha assunta come badante e persona tuttofare. Esplorando la vecchia soffitta, spinta dallo “sgomento” di una memoria remota, Sonja scopre l’“anima di una casa”, in cui un “donchisciottismo spinto” ha indotto gli abitanti ad affidare alla “polvere” i più svariati oggetti, ”come i  naufraghi sperduti in mezzo all’oceano affidano le loro speranze di salvezza a un messaggio nella bottiglia”. Giù nel tempo, ecco nel carteggio di Adela, l’evento di “una magica sera nel ridotto del teatro”, l’eco di un Notturno  di Chopin, nomi di poeti e venti di guerra, un “presagio d’apocalisse”, le persecuzioni razziali e un senso di perdita. E la voce del Maestro che nel sogno sembra  “sfarinarsi  nel cuore” .

      Il vecchio signore regredisce progressivamente nell’insensatezza; il Maestro, “sordo alla invocazione d’aiuto” della giovane interlocutrice, sembra irraggiungibile. Differenziate nella scrittura, le due vicende  avanzano nel fondo delle coscienze delle protagoniste, le riflettono su paesaggi che, “incapaci di dolore”, possono, anche in veloci esposizioni, fare da soli un racconto di immagini esemplari, specie là dove metamorfizzano un semplice fotogramma in un lungometraggio articolato. Le procedure illustrative non offrono esclusivamente gli immediati scatti delle azioni, bensì liberano ragioni sommerse, impulsi che vengono da lontano. Adela ripercorre il suo passato, tra sequenze cupe: la guerra, la deportazione in un campo di sterminio, la costrizione nella “casa della gioia”,dalle persiane rosse perennemente chiuse, lo squallore di un’esistenza patita insieme con altre donne  sventurate. E infine la liberazione, e un “incantesimo (…) riuscito soltanto a metà”, mentre i ricordi continuano ad affluire ma come appartenenti a una “creatura estranea di nome Adela”. Dal canto suo, Sonja scoprendo, in soffitta, le lettere indirizzate al Grande Poeta, non riesce a sottrarsi al “cerchio perentorio” tracciato intorno a lei e che offre una connessione agli “spettri” e alle confuse allusioni di una volta. Toccherà a una sorprendente rivelazione il compito di farle celebrare un “trionfo effimero”.

Romanzo di dolore e solitudine, di oggetti inconciliati e di derive, Mi ricordo cerca pure sponde salvifiche nella “bellezza”, nel “rapido e miracoloso librarsi oltre la pesantezza del vivere”. È pervaso, talora, da un’aria leggera, un soffio di voce smarrita, presto, però, sopraffatta dal clamore della violenza o dal transito noncurante e, insieme, sibillino dei giorni. Come nel  felice esordio del Nocchiero (‘89), l’autrice sa captare, al di là della corposa barriera di un territorio vicino e conosciuto, qualcosa di non apparente che, tuttavia, emana un brulichio di inviti ammiccanti, talora un imperioso comando, talaltra, un legame con imprevedibili sentieri controluce, pulviscolari sagome inquiete.  Movimenti rallentati, sospesi o depositati con cura in un reticolo di dettagli, si diramano come se una fatale recita assurda prendesse il posto del pulsare potente e minaccioso del mondo. Ma senza mai negarlo, anzi custodendolo in una sfera parallela. In quella distanza tra ciò che è tangibile, opaco e ciò che si apre, tra allarmi e il ”nulla impenetrabile” (dimentico del proprio alfabeto e dell’insondabile spessore del miracolo: si pensi al Doppio regno, del 91 e a Qualcosa nella notte, del 2003), oltre i confini di una “bellezza”, sì positiva, ma stremata.

 

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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