Ai normaloidi dovremo forse “insegnare la Follia”

Ai normaloidi dovremo forse “insegnare la Follia”

De la trasgressione.

Intorno alla Scuola Medica Salernitana

Testo e regia di Marco Dell’Acqua

con Teresa Pepe, Viola di Caprio, Sara Bianchi,

Fatima Mutarelli, Orsola Rainone, Anna Donnarumma,

Marinella Marino, Nicola Paolelli, Vincenzo Peluso, Ciro Mollo,

Valerio Leproux, Giulio Molino.

Prod.: Teatri di Popolo in collab. con Centro Riabilitazione Psicosociale

Salerno, Chiesa Maria SS. Addolorata

di Francesco Tozza
Il regista Marco Dell'Acqua
Il regista Marco Dell’Acqua

“Un teatro si fa presto a metterlo su dovunque…..Ciò che importa soprattutto è la magia: creare – voglio dire – l’attrazione della favola”. E’ ancora vero quanto il pirandelliano Cotrone ci dice in una scena de I giganti della montagna, se anche oggi pare piuttosto facile (fino ad un certo punto però!) mettere su un teatro, nel senso di trovare un luogo da adibire a spazio scenico (magari una chiesa ormai in disuso, come nel caso specifico, bellissima anche se dall’acustica infelicissima, evidentemente da riadattare alla diversa funzione), mentre il problema resta ciò che si propone, la sua efficacia estetica più che la definizione artistica (sempre problematica, del resto): la magia appunto, l’attrazione della favola (nel significato aristotelico del termine); in definitiva la capacità di suggestionare l’intelligenza, o almeno provocare le emozioni, dello spettatore, gettandolo in balia di riflessioni e turbamenti, senza i quali la rappresentazione è mera quanto sterile ripresentazione del reale, stancamente e rozzamente estrapolato dal quotidiano. E di magia, nel senso di perturbante teatralità, può certo parlarsi a proposito dello spettacolo presentato da Marco Dell’Acqua (giovane ma già promettente regista salernitano), fra le navate dell’Addolorata, con la sua compagnia (Teatri di Popolo) formata da identità attoriali, diverse per età e retroterra esistenziale, ma mirabilmente fresche e amalgamate fra loro da un evidente, intenso lavoro d’équipe. L’attrazione della fabula già si avvertiva alla lettura del copione, resa possible al sottoscritto per aver preso parte ad uno dei laboratori che hanno accompagnato la messinscena dello spettacolo: poche pagine, e ancor più poche battute, con lacerti, più o meno reinventati, della storia di Trotula De Ruggiero, la grande esponente della Scuola Medica Salernitana, ancor oggi avvolta da un alone di mistero che l’indagine storiografica non è riuscita a penetrare del tutto, qui comunque eretta ad emblema di aurorali modalità terapeutiche e di encomiabili condotte di solidarietà umana, quanto mai sollecitate da una stringente attualità.

Ma lo scarno copione, come sempre, anche questa volta, aspirava a quel qualcosa di più (se non addirittura a quel qualcosa di diverso rispetto alla pagina scritta) in cui consiste, a nostro avviso, ogni messinscena; in quel di più è la magia di cui parlava Cotrone, potremmo dire il potere attrattivo che emana dalla rappresentazione; è lì, forse, l’essenza stessa del teatro, pur nelle sue molteplici forme, se non vuol rimanere letteratura o, come suol dirsi, scrittura drammaturgica. Quel di più Marco e i suoi attori l’hanno sicuramente offerto; sin dall’inizio, con quell’appello all’immaginazione messo in bocca ad una specie di folletto shakespeariano, il Puck di un sogno medievale ma sempre attuale, aggirantesi fra le colonne dell’abside, svelto, leggero e fuggevole come una piuma (questo, non a caso, il suo nome), per poi divenire – con i suoi rapidi passettini – servizievole ma ironico reggitore del lungo, emblematicamente lungo… strascico del potere papale, e infine farsi banditore appassionato, emozionante, del verbo di Donna Trotula, di quella che, ieri come oggi, appare l’eresia dell’ascolto, l’imprescindibile necessità dell’accoglienza, l’indispensabile librarsi dell’io nel Nuie (“Io, io, io…. E gli altri?” aveva gridato poco prima un autoironico Gisulfo, di fronte all’immagine rinviatagli dall’ideale specchio del suo narcisistico potere). Ma non meno affascinante, e inquietante al tempo stesso, la danza del dolore delle donne, il loro percorso fra la violenza della cattura e la quiete di una problematica ospitalità, nella lenta traiettoria di un cammino intervallato da pause cadenzate di riposo; nonché l’apparire fugace, per nulla insistito, della bianca figura di Trotula, essenziale nei suoi gesti, in quei silenzi più eloquenti delle pur parche parole. E l’essenzialità era la cifra dell’intero spettacolo, accompagnato dal minimalismo di una musica per nulla invasiva; come il gioco delle luci, del resto, fatto per illuminare, di volta in volta, i singoli momenti dell’azione scenica, lasciando in una penombra, a suo modo visibile però, e per questo essa stessa misteriosa e suggestiva, il già avvenuto o il di là da venire, in una coesistenza temporale a sua volta emblematica di un’assenza, o se si vuole, di un’apparenza, quella del divenire cosmico.

Applausi alla fine, convinti, ripetuti, alla volta di quelli che con simpatica espressione il regista ha chiamato i suoi “nonattori”, da parte di un pubblico in gran parte estasiato, anche sorpreso: è allora possibile immaginare l’inimmaginabile? Forse, di tanto in tanto, bisognerebbe assestare qualche duro colpo al muro dell’impossibilità, che è il primo a dividerci e dividere. Marco l’ha fatto; ma, nel timore che i detentori della “normalità” non continuino a dargli credito, si è sottratto al pur meritato applauso finale. E’ stato l’unico suo torto: continui invece a credere che ai “normaloidi” bisogna “insegnare la Follia”: ovviamente non quella che esprime la sofferenza, ma quella che apre la porta al sogno e all’immaginazione.

 

 

redazioneIconfronti

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