“Al Sud servono scuole, università e produzione di efficienza”

“Al Sud servono scuole, università e produzione di efficienza”

Questa intervista è stata realizzata da Vincenzo Pascale per il quotidiano in lingua italiana di New York “America Oggi” e per IConfronti.

di Vincenzo Pascale (da NY City)

Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno e saggista, ricostruisce da anni l’annoso dibattito della questione meridionale fuori da atavici pregiudizi, concentrandosi sulle responsabilità politiche, della sinistra meridionale in primis, per individuare le cause della incapacità di incidere nel Sud. In questa intervista, con l’abituale onestà intellettuale, ci parla oltre che della sua carriera giornalistica proprio del suo impegno per il Sud.
Lei è stato vicedirettore dell’Unità e da circa quindici anni è direttore del Corriere del Mezzogiorno. Ci può spiegare quali sono stati in questo lungo percorso professionale i capisaldi della sua severa critica alla sinistra meridionale (Bassa Italia, l’antimeridionalismo della sinistra italiana, Guida, 2009), sino a spendere parole di elogio per uno dei sindaci più discussi di Napoli, Achille Lauro.
Ho cominciato a scrivere per l’Unità, organo del partito comunista italiano, a diciannove anni, nel 1975, quando venne eletto Maurizio Valenzi, il primo sindaco comunista di Napoli. Un mito, e non solo per la sinistra. Valenzi, partigiano antifascista all’estero, era stato torturato in Algeria, poi aveva accolto Togliatti quando il leader Pci fu spedito da Stalin a Napoli per spegnere i fuochi rivoluzionari dei comunisti italiani. Nove anni dopo, sono stato chiamato a Roma, presso la sede centrale dell’Unità, dove ho conosciuto meglio tutti i leader del Pci: da Napolitano, attuale presidente della Repubblica, a Veltroni e D’Alema. Sono tornato a Napoli nel 1997, dove nel frattempo era stato eletto un altro sindaco comunista, Antonio Bassolino. Sono tornato per dirigere il Corriere del Mezzogiorno, giornale che ho fondato insieme con Paolo Mieli, allora direttore del Corriere della Sera. Non più comunista, ma “terzista”; non più di sinistra, ma neanche di destra, ho cominciato a rileggere la storia della mia città, e poi dell’intero Mezzogiorno, con più distacco, con più disincanto. Ed ho scoperto che nelle sezioni del Pci tutto mi era stato raccontato in modo assai parziale, con molte omissioni. Ho scoperto, ad esempio, e l’ho scritto in un libro, che durante le Quattro giornate di Napoli, quando la città è insorta contro i tedeschi, il Pci non solo non partecipò all’insurrezione popolare, ma nulla o poco sapeva di quella storia. Mario Palermo, leader dei comunisti napoletani, abbandonò la città il giorno prima degli scontri armati e vi fece ritorno a Liberazione avvenuta. Ho scoperto, poi, che per anni i comunisti avevano negato il valore rivoluzionario delle Quattro giornate, fino a far passare l’idea di una rivolta di soli scugnizzi. Una sottovalutazione che ha mortificato la città nella considerazione nazionale. Il Pci rivalutò le Quattro giornate solo molti anni dopo. A me giovane comunista, avevano fatto credere invece che l’identificazione tra Pci e popolo fosse totale. Ho deciso allora di ricostruire nei dettagli il percorso politico della città e mio e personale.
E veniamo a Lauro.
Durante questa rilettura storica, mi sono imbattuto, appunto, in Achille Lauro, sindaco monarchico a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, molto meno rozzo e provinciale di come era stato descritto nei saggi, nei film e nei romanzi ispirati dalla cultura di sinistra. Oggi anche il mio amico Paolo Mieli sta coordinando una ricerca giornalistica e universitaria per verificare la modernità di quel sindaco. Lauro, che era un armatore, fu tra i primi ad inventare in Italia il partito personale, il primo a coniugare politica e sport (fu anche presidente del calcio Napoli), il primo politico a investire in giornali e tv private, il primo a ridisegnare urbanisticamente la città. Ma ebbe anche un ruolo nazionale nella riorganizzazione della destra moderata italiana, nel sostegno alla Dc di De Gasperi e nel ridimensionamento del movimento qualunquista di Giannini. Tecniche demolitorie di propaganda politica, via via diventate sempre più raffinate, hanno appiattito Lauro ad una sola dimensione, quella dell’avventuriero e del pirata senza scrupoli. La sua vicenda ricorda e anticipa quella di Berlusconi. I due avevano in comune anche un certo macismo. Il film “Le mani sulla città” di Francesco Rosi ha contribuito in modo particolare a fissare il ricordo negativo di Lauro. E così facendo, anche quel film ha contribuito ad alimentare un certo pregiudizio anti-napoletano. Dopo quel film, a Napoli non c’erano più imprenditori, ma solo speculatori. “Le mani sulla città” è del I963, quando in Italia stava per nascere il centrosinistra, Rosi era socialista e la destra di Lauro non serviva più alla Dc, che l’avrebbe sostituita col partito socialista. Quel film, per molti versi un capolavoro, fu in realtà una straordinaria operazione politica.
Cosa risponde a chi (Panebianco) afferma che il resto del Paese si sente danneggiato da Napoli due volte, in termini di immagine ed in termini di sforzo finanziario (fondi statali erogati e mal spesi, clientele varie, non ultima la corruzione nel settore pubblico)? Esiste una strategia politica e civile per ribaltare questa valutazione negativa di Napoli e del Sud?
Panebianco pone un problema reale. Fino agli anni Novanta, il Sud è stato visto dal Nord con sostanziale tolleranza. La spesa pubblica lì dirottata serviva comunque a creare un mercato interno per le aziende del Nord. Inoltre, l’indebitamento crescente non era ancora avvertito come problema reale. Con la crisi, il debito da pagare e il rigore imposto dall’Europa, tutto è cambiato. Al Nord si è affermata la Lega, si sono rifatti i conti e venuto fuori che il Sud riceveva molto più di quanto rimetteva allo Stato; e riceveva non tanto per spese per investimenti, ma per spese correnti, per pagare gli stipendi a un esercito imponente di dipendenti pubblici. Napoli e la regione Campania hanno più dipendenti pubblici dell’intera Unione europea. Molti, nel Mezzogiorno, continuano a chiedere più trasferimenti statali, a fare sindacalismo territoriale, a imitare la Lega. Ma per questa strada non si arriva da nessuna parte. Il Sud deve chiedere altro allo Stato: più repressione delle forze criminali, in primo luogo, e poi scuole e università più qualificate. Poi deve imparare a produrre efficienza. Panebianco fa talvolta l’esempio del Brasile, che ha cominciato a risalire la china quando ha superato la dipendenza vittimistica dagli Usa. Ecco, sono d’accordo con lui anche su questo. Il Sud deve affrancarsi da logiche vittimistiche nei confronti di uno stato centrale ritenuto sempre poco generoso
All’orgoglio sudista espresso da Pino Aprile nel volume Terroni, lei ha risposto con Terronismo (Rizzoli, 2011). Un volume storicamente ben documentato che presenta l’espandersi del pregiudizio antimeridionale da Lombroso alla Lega. Sino ad affermare: “L’idea dell’autocritica meridionale non piace e non attecchisce (p.223)”. A chi si riferisce? A quali atteggiamenti? Non crede di essere ingeneroso verso tanti meridionali onesti e verso quanti sono andati via per necessità o per non scendere a compromessi con i capibastone di turno?
Il vittimismo sudista è arrivato, di recente, a rivalutare, in chiave anti-unitaria e anti-italiana anche il Regno delle due Sicilie, il regno borbonico. Una febbre identitaria ha trasformato in una età dell’oro un periodo assai critico nel nostro passato. Riscrivere la storia dalla parte dei vinti è un conto; ma negare il valore del Risorgimento italiano è cosa assai diversa. Ho scritto “Terronismo” per segnalare un paradosso. E cioè che sudisti e leghisti, neoborbonici e nordisti, apparentemente in lotta, stavano in realtà confluendo in un unico sentimento antiunitario. Entrambi, nordisti e sudisti, avrebbero preferito un’Italia divisa: non più in sette stati come alla fine dell’Ottocento, ma in due: Padania e nuovo Regno delle due Sicilie. Tutti terroni, insomma, nel senso di legati al falso mito delle origini. Spunta fuori, poi, che il pregiudizio antimeridionale non è nato al Nord con la Lega, alla fine del Novecento, ma al Sud e in ambienti di sinistra. Il pregiudizio meridionale diventa addirittura razzismo scientifico in piena età positivista, quando gli allievi meridionali di Lombroso, tutti socialisti, utilizzarono la spiegazione razzista per giustificate il ritardo meridionale anche in epoca post-borbonica. Ai compagni del Nord, che già organizzavano partiti, leghe operaie e occupazioni di fabbriche, i socialisti meridionali come Alfredo Niceforo e Giuseppe Sergi dicevano che la colpa non era loro se la rivoluzione meridionale tardava, ma della razza maledetta, della razza meridionale. Altra cosa è la vera e propria rivoluzione silenziosa a cui da anni stanno dando vita migliaia e migliaia di giovani che ogni anno abbandonano il Sud per andare a studiare o lavorare altrove. Questi giovani non hanno nulla a che vedere con gli emigranti dei decenni passati. Quelli rimettevano ricchezze ai loro paesi di origine. Questi, specialmente nei primi tempi, assorbono ricchezze per lo studio e l’apprendistato. Vanno via non più per miseria, ma per affermare il loro merito, che in un Sud clientelare e assistito viene ancora mortificato. Questi giovani hanno poco in comune con le nostalgie neoborboniche. Guardano al futuro, non al passato. Sono gli unici rivoluzionari meridionali di successo. Gli altri, da Masaniello a Pisacane, hanno tutti fatto una brutta fine.
Dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno ed attraverso il suo blog (Vedi Napoli) lei è molto severo verso il sindaco de Magistris fino a dargli dell’impreparato. Quali eventi o decisioni politiche prese da de Magistris l’hanno convinta a prendere queste posizioni? Se l’amministrazione versa in una difficile situazione è davvero solo colpa di de Magistris o anche di una parte della borghesia e degli intellettuali che si sono autoesclusi da ogni forma di partecipazione attiva?
Non è un caso, credo, se tra i movimenti che hanno sostenuto de Magistris in campagna elettorale ce ne fosse anche uno dichiaratamente sudista. La sera in cui, eletto, il nuovo sindaco indossò la bandana rivoluzionaria, salì su un palco e ringraziò pubblicamente quel movimento. In estrema sintesi, io contesto a de Magistris non di essere inadeguato, tanto più che è stato legittimato dal voto popolare, ma un atteggiamento rivendicazionista, fuori tempo massimo, nei confronti dello Stato. De Magistris è di quelli che, come dice il premier Monti, vogliono un consumismo senza risparmio e un potere pubblico senza tasse. E infatti chiede soldi al governo centrale per fare cosa? Per promuovere grandi eventi come l’America’s Cup. Brucia risorse, “è un consumista”, ha detto recentemente di lui Edward Luttwak, a Napoli per un convegno. Allo stesso tempo, de Magistris ha fallito nella riscossione dei tributi locali. Nulla ha fatto, in sede locale, contro gli evasori. Tuttavia, c’è da dire che de Magistris ha ricevuto in eredità bilanci a dir poco disastrosi.
Koch, ex sindaco di New York, parlando del film Gomorra, dichiarò: “Se la realtà è quella, non c’è’ speranza in quei territori”. Lei cosa risponderebbe a questa affermazione, anche alla luce del suo impegno civile? Ricordiamo che lei è stato co-fondatore dell’Osservatorio sulla Camorra e sull’illegalità.
Saviano ha avuto il grandissimo merito di parlare di camorra ai non addetti ai lavori e di far capire al mondo intero a che punto eravamo arrivati. Non è stato il primo a parlare di camorra ma è stato il primo a drammatizzarla in modo competente e popolare. Nessuno può accusarlo per aver detto la verità. Il peggio lo ha fatto il savianesimo, l’attribuire a Saviano l’esclusività della competenza e della rappresentazione di Napoli. Napoli non è solo la città dei boss e degli omicidi. Il fatto è che la città viene spesso rappresentata per contrari: o è sole e mandolini o è criminalità; o è emergenza rifiuti o è sede di eccellenze culturali come il San Carlo. E, a seconda delle convenienze, un giorno si esagera a rappresentarla in un verso e un giorno in un’altra. Dopo Gomorra, ad esempio, c’è stato il film Passione di Turturro. Da una parte si spara, dall’altra si canta. Questo dualismo ha costituito il più grande alibi che le classi dirigenti napoletane abbiano mai utilizzato. Quando il piede pigia troppo sull’acceleratore camorristico, si tirano fuori le eccellenze culturali; quando servono soldi pubblici si dice invece che la camorra genera dal degrado sociale e economico. Un circolo vizioso.
L’ultimo capitolo di Terronismo ha per titolo “Giovani in mare aperto ovvero I veri rivoluzionari d’oggi”. È un fenomeno rilevante questo dei giovani senza speranza che rischia in un futuro non lontano di privare il Sud di risorse ed energie intellettuali. Come intercettare questo fenomeno? Può servire la creazione di network internazionali (centri, istituti di ricerca e università)?
Appena rieletto, Obama ha detto che gli Usa sono un grande paese non per la potenza del proprio esercito, ma per la potenza delle sue università. Le università del Sud non sono affatto potenti. Anzi. Più passano gli anni e più si svuotano. Il Mezzogiorno perde annualmente il 20% della sua popolazione universitaria potenziale, cioè uno studente su cinque, mentre ne attrae solo il 2%, uno su cinquanta. In termini assoluti, su 26.700 diplomati che ogni anno si iscrivono in un ateneo del Centro-Nord, 24.000 sono meridionali. Inoltre, la presenza di insegnanti e studenti stranieri a Napoli si sta riducendo ai minimi storici. Sebbene nell’era globale, si rischia comunque, per un effetto della riduzione dello scambio culturale, un impoverimento più generale. Napoli è, tra le città italiane, quella in cui si parla meno in inglese, sebbene sia stata la prima grande città a incontrare gli americani al tempo della Liberazione. Rendere potenti le università del Sud costituisce oggi una sfida prioritaria. Tolleranza zero contro il crimine e un esercito di prof qualificati: ecco cosa il Sud deve chiedere allo Stato italiano.
Il governo tecnico guidato da Mario Monti trova al Sud forti opposizioni politiche. È solo un atteggiamento tendente a preservare aree di consenso politico e clientelare, coltivate attraverso il danaro pubblico, o le responsabilità sono attribuibili alla impreparazione della classe dirigente meridionale che non comprende fino in fondo il difficile momento economico e politico che il Paese attraversa?
Le classi dirigenti meridionali, sia quelle di destra sia quelle di sinistra, sono in maggioranza keynesiane. Senza la spesa pubblica rischiano l’irrilevanza. Monti dice invece che non è con la spesa pubblica che si garantisce lo sviluppo, bensì con il rigore e con i comportamenti virtuosi. Troppo spesso nel Sud i soldi pubblici sono serviti a creare consensi elettorali anziché occasioni di rinascita. Serve una svolta.

redazioneIconfronti

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