Al Verdi di Salerno un Pergolesi inesauribile

Al Verdi di Salerno un Pergolesi inesauribile
di Pasquale De Cristofaro
Pasquale De Cristofaro, regista dello spettacolo
Pasquale De Cristofaro, regista dello spettacolo

La coraggiosa riscrittura musicale di Antonello Mercurio sul libretto in versione napoletana di Antonio D’Alessandro de ”La serva padrona”, vuole essere, prima d’ogni cosa, un omaggio allo straordinario talento di Giovani Battista Pergolesi, alla sua musica e alla sua inesauribile creatività. Il marchigiano, morto prematuramente e che seppe nel giro breve di qualche decennio diventare il beniamino delle scene musicali europee, è ancora oggi uno scrigno inesauribile di tesori che ancora destano stupore e meraviglia. Speriamo, dunque, che questa riproposizione di un pezzo così famoso possa incontrare i favori del pubblico odierno e, soprattutto, dei più giovani. Pergolesi (1710-1736), scrisse questo autentico gioiello su libretto di Giannantonio Federico a ventitre anni appena, dopo aver ottenuto, l’anno precedente, un lusinghiero successo con “Lo frate ‘nnammurato”. Nacque come intermezzo di un’opera seria, “Il prigioniero superbo”, ma tale fu la sua fortuna presso le platee dell’epoca che da subito cominciò a viaggiare autonomamente dando inizio alla felice stagione dell’opera buffa. I personaggi sono tre: Uberto, scapolo ricco e allergico al matrimonio, Serpina, la sua serva-padrona capricciosa e intraprendente, e Vespone muto domestico e pedina necessaria al gioco bizzoso tra i due che si concluderà con un felice epilogo nuziale. Già il titolo, nel proporre un fin troppo evidente ma buffo e bonario ossimoro, ci cala con estrema maestria in un clima musicale comico di assoluta pregnanza ed incisività. Si capisce da subito che le resistenze di Uberto alle strategie seduttive di Serpina saranno vane. Troppo astuta e scaltra la servetta per un padrone debole e perennemente indeciso qual è Uberto. A quest’ultimo, dopo appena cinquanta minuti di eccellente musica, non resta che cedere e prenderla in sposa. Questa l’esile trama. Ma che forza, quanto divertimento e, soprattutto, quanta lieve grazia nel caratterizzare così bene i caratteri dei protagonisti. La musica di Mercurio, senza timidezze, riesce bene a ripercorrere i solchi segreti della partitura originale e aprirsi a un pentagramma tutto novecentesco. Detto questo, non mi rimane che concludere queste note dicendo qualcosa sullo spazio scenico che è stato immaginato per la sua rappresentazione. Il settecento resta perché la storia mal sopporterebbe un’inutile quanto inopportuna attualizzazione. Si è voluto però sostituire il consueto e prevedibile interno borghese con una voliera di grosse dimensioni giusto nel centro della scena a rappresentare quello che è un po’ il rischio di ogni grande innamoramento e cioè precipitare dentro la gabbia asfissiante di un quaresimale matrimonio.

 

redazioneIconfronti

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