Almeno al papa diciamo la verità

Almeno al papa diciamo la verità
di Andrea Manzi
Andrea Manzi
Andrea Manzi

La visita di papa Francesco, arrivato a Caserta dopo aver sorvolato la “terra dei fuochi”, ha dato il titolo di apertura a tutti i giornali regionali. Era scontato che avvenisse e il male è stato (mediaticamente) sopravanzato dal bene con un ampio scarto di colonne, sei o sette a zero, secondo i formati.

Se la notizia fosse lo specchio della realtà, e non invece la cronaca di un evento, la visita di Francesco, così come raccontata, equivarrebbe al ritorno di Cristo in terra con quanto ne scaturirà: premio per i giusti e condanna per i reprobi. Purtroppo non è così, perché l’equivoco è stato ingenerato da un giornalismo fuggito dal proprio mondo e approdato in territori dove il lettore non va informato ma appagato, intrattenuto o santificato. La camorra avrà senz’altro gradito e ringrazierà penne, testate (e stole), perché le paginate intere dedicate al papa hanno cancellato l’orrore che i criminali seminano da decenni con scientifico calcolo. Sono usciti dalle colonne dei giornali sia i dati che le denunce dell’avvelenamento programmato della terra per fini di lucro. Eppure, la bonifica dei campi gonfi di veleni sarebbe anche per la chiesa un dovere da assolvere con impegno. Un’opera che richiede, però, un coraggio francamente estraneo a gran parte dei preti campani. I giornali hanno preferito nascondere questa realtà perché convinti che le denunce non siano compatibili con le beatificazioni e avrebbero ridimensionato lo spazio per il papa buono e il papa amico. Avrebbero, poi, occultato i baci e la carezze ai bimbi che fanno bene ma non sono il bene. I riti della catarsi (clerico)informativa richiedono spazio tipografico assoluto e non prevedono aree miste, nelle quali sia evidente la natura problematica della realtà. La rappresentazione corale prescelta è stata perciò pacificatrice, universalistica. Il contrario, cioè, di come si svolge il mondo.

La lotta contro i poteri criminali richiede la verità, approcci laici e liberi, non vive, cioè, tra i poli dell’omertà e della denuncia, tra chi tace e chi accusa. Mafia e camorra non sono feticci abominevoli da neutralizzare con una legalità ridotta a rito giudiziario amplificato. Sono spesso un nostro radicato modo d’essere difficile da estirpare. La griglia mafiosa non è pertanto un mezzo di conoscenza, eppure ci si aggrappa a Saviano, al papa laico di Repubblica o a quello santo della chiesa pensando che sia così e che bastino loro tre per illuminarci e salvarci.

L’informazione dovrebbe aiutare a orientarsi in questa realtà sfuggente e ambigua, sfrondandola degli equivoci che la insidiano, invece coopera alla produzione di pseudo-eventi destinati al mercato glocale. Nella logica di questo casertano spettacolone della legalità, si è inserita anche la richiesta della sorella di un autentico martire, don Peppe Diana, che chiede la beatificazione del fratello. “Già che ci siamo”, avrà pensato, “propongo anch’io” qualcosa di forte. Tutto perfetto, nella logica dello show della salvezza. Non una parola, però, per le gravi responsabilità di una chiesa che è stata agenzia deviata di pensiero e di cultura in quest’area martoriata ed è tuttora all’opera con un’attività spesso anti-profetica non estranea alla tradizione dell’ossequio equivoco. E, soprattutto, non una parola per il pastore che guida la chiesa campana, quel cardinale Crescenzo Sepe che è presenza a dir poco inopportuna per poter tracciare un perimetro della legalità. In Campania, anche a causa di questi maitres à penser, siamo al di qua del guado e sotto la soglia della speranza.

redazioneIconfronti

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