Gio. Ago 22nd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Altri 240 milioni di euro per i giornali che non legge nessuno

5 min read
Hanno ancora ragion d’essere i famigerati “contributi pubblici” all’editoria italiana oppure, come ha sostenuto Il Fatto Quotidiano, rappresentano un inaccettabile fiume di denaro della collettività che, con l'alibi di garantire il diritto a fare informazione, lo Stato ogni anno regala a centinaia di editori e a cooperative di giornalisti più o meno reali, ad amici e amici degli amici? Ha ragione il presidente del Gruppo L’Espresso Carlo De Benedetti quando dice che, in un momento di difficoltà del Paese, “non si tengono in piedi i morti” e dunque va tolto il finanziamento a “quell’editoria che non sta in piedi da sola” oppure ha ragione la Federazione Nazionale Stampa Italiana che ribatte che “la mano pubblica ha il dovere di impedire la scomparsa di voci dell'informazione o, peggio, provocare suicidi assistiti”?
di Vera Arabino

Hanno ancora ragion d’essere i famigerati “contributi pubblici” all’editoria italiana oppure, come ha sostenuto Il Fatto Quotidiano, rappresentano un inaccettabile fiume di denaro della collettività che, con l’alibi di garantire il diritto a fare informazione, lo Stato ogni anno regala a centinaia di editori e a cooperative di giornalisti più o meno reali, ad amici e amici degli amici?
Ha ragione il presidente del Gruppo L’Espresso Carlo De Benedetti quando dice che, in un momento di difficoltà del Paese, “non si tengono in piedi i morti” e dunque va tolto il finanziamento a “quell’editoria che non sta in piedi da sola” oppure ha ragione la Federazione Nazionale Stampa Italiana che ribatte che “la mano pubblica ha il dovere di impedire la scomparsa di voci dell’informazione o, peggio, provocare suicidi assistiti”?
Lasciando a ciascun lettore l’esercizio del libero giudizio – che Confronti sarebbero altrimenti? –  in questa sede ci sembra doveroso, intanto, analizzare le principali novità previste in materia dal cosiddetto “Decreto Editoria” approvato pochi giorni fa dal Senato che, in attesa di una più complessiva ridefinizione delle forme di sostegno al settore, mira a razionalizzare comunque l’utilizzo delle risorse. Come? I meccanismi introdotti sono di un così evidente buon senso, che la dice lunga sulla ratio (?) precedentemente perseguita. In estrema sintesi si correla il contributo per le imprese editoriali agli effettivi livelli di vendita e di occupazione professionale. Insomma, d’ora innanzi, conteranno le copie effettivamente vendute e non quelle stampate per essere distribuite a pioggia, conterà il numero di giornalisti realmente occupati e, dulcis in fundo, se ci si avvierà a lasciare la carta per il digitale sarà tanto meglio.
Questa nuova disciplina dovrebbe avere efficacia per i prossimi due anni, in attesa del riordino complessivo del settore a partire dal 2014, quando il Fondo per l’editoria dovrebbe scomparire per lasciare il posto ad un sistema di incentivi. Fino ad allora saranno più stringenti i requisiti per accedere al Fondo. “Un’azione molto dura in termini di selettività industriale – ha spiegato il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Peluffo – Prima bastava essenzialmente stampare per avere un contributo a copia e ciò voleva dire che le imprese stampavano molte più copie di quelle che servivano e che esse stesse erano in grado di distribuire, sostenendo costi di cui non avevano necessità, al fine di massimizzare l’entrata da parte del contributo pubblico”.
I giornali interessati dalle nuove norme sono 260 tra quotidiani e periodici, che vivono grazie al contributo diretto e di questi le testate politiche o affini sono 11; i giornali diocesani sono 337 e poi ci sono un centinaio di giornali riferiti a cooperative. Stando ai dati del 2011, questi giornali fatturano complessivamente 290 milioni di euro. Nel 2011 sono stati operati tagli per un importo pari al 15 per cento del totale, operando per la prima volta il riparto sulla base delle risorse date. Quindi il contributo pubblico è stato di 145 milioni di euro, pari al 50 per cento del fatturato di queste imprese. “Quest’anno lo Stato aveva previsto nel bilancio 47 milioni di euro – ha spiegato Peluffo – il che avrebbe significato un taglio del 76 per cento rispetto all’anno precedente, a bilanci delle imprese chiusi ed operando quindi in chiave retroattiva, in una situazione in cui tutte queste imprese si erano esposte con le banche. Mi sono pertanto fatto carico di rappresentare che, per poter fare un taglio, una moralizzazione ed una semplificazione drastica, bisognava evitare una sforbiciata così larga, con un taglio fatto retroattivamente”.
Il governo ha pertanto elevato il fondo, solo per quest’anno, a 120 milioni di euro, mentre per i prossimi due anni le risorse sono date, e sono pari a 56 e a 64 milioni di euro. Dopo quel periodo, il cosiddetto decreto salva Italia prevede la cessazione del contributo diretto.
Per quanto riguarda la Campania, nell’elenco dei contributi spettanti per l’anno 2010 pubblicati sul sito del Dipartimento per l’informazione e l’editoria, spiccano gli oltre 2milioni di euro alla Edizioni del Mediterraneo, società cooperativa giornalistica a.r.l. che edita il Denaro ed i 2.194.941,83 euro alla Edizioni del Roma società cooperativa a.r.l. che edita il Roma, che ricevono i contributi quali “imprese editrici di quotidiani o periodici organi di movimenti politici, trasformatesi in cooperativa entro e non oltre il 1° dicembre 2001”. Mentre tra i “quotidiani editi da cooperative di giornalisti” svettano i 945.425,41 euro assegnati a Buongiorno Campania (all’impresa Dossier Società coop. di informazione e pubbliche relazioni a.r.l.); i 1.414.667,79 euro per Cronache di Napoli (Libra Editrice soc. coop.), i 1.419.799,00 euro per Metropolis, i 1.497.559,74 euro per il Sannio e circa un milione di euro per Otto pagine di Avellino.
La Fnsi naturalmente ha salutato con favore l’approvazione del decreto editoria perché “introduce nella legislazione criteri di massima trasparenza e attenzione ai giornali veri e al lavoro giornalistico per la definizione del finanziamento pubblico alla stampa”. Secondo la Giunta Esecutiva della Federazione della Stampa “adesso non ci sono più scuse per giustificare l’impoverimento dei fondi per l’editoria ma ci sono solo motivi per deliberarli nella misura giusta, per tempo, evitando che le regole restino scritte sulle lapidi” perché i fondi ovviamente non sono sufficienti e rischiano di “lasciare parecchi morti per strada, laddove regole e leggi debbono servire per i vivi”.
Una posizione non condivisa da tutti, all’interno della categoria e non solo. C’è chi continua a dire “no” ad un’editoria finanziata dallo Stato, dalle Regioni e dal pubblico in generale. No all’aiuto di Stato in nome della libertà di stampa e del pluralismo. Perché esiste il web e nessun è obbligato ad andare in edicola a spese del contribuente: per praticare pluralismo e libertà di pensiero ci sono oggi altre modalità sicuramente più economiche e, se si elevasse il prodotto web, il problema non si porrebbe e la pubblica opinione avrebbe a disposizione prodotti informativi validi e autorevoli, gratuiti e accessibili a tutti.
Infine registriamo anche che in Campania si torna a discutere di una proposta di legge di sistema dell’informazione nella regione. E’ di nuovo attivo in tal senso un apposito tavolo di lavoro predisposto dal Corecom Campania, che annuncia di voler proporre in primis un emendamento al testo unico in cantiere nella Commissione Politiche sociali del Consiglio regionale per prevedere sostegni ad hoc a favore della stampa locale. Un intervento ritenuto non più rinviabile per fare fronte alla grave crisi che colpisce l’editoria in Campania ed ai riflessi che sta determinando sull’occupazione. Ma c’è un’occupazione di serie A e di serie B? La domanda nasce spontanea, dopo aver appreso che, intanto, lo scorso aprile la partecipazione di un rappresentante del Coordinamento dei giornalisti precari campani ha finito per spaccare il tavolo del Corecom Campania, suscitando un’ampia discussione che è documentata dal resoconto integrale della seduta del 16 aprile 2012 pubblicata sul sito del Corecom. Anche qui lasciamo a ciascun lettore l’esercizio del libero giudizio, in attesa di ulteriori approfondimenti.

Questi i beneficiari dei contributi milionari all’editoria e il verbale di una inutile riunione del Corecom, mentre si attende che la Regione Campania approvi la nuova legge regionale sull’editoria.

contributi-1

contributi-2

contributi-3

contributi-4

verbale corecom

1 thought on “Altri 240 milioni di euro per i giornali che non legge nessuno

  1. Lavoro in uno dei giornali che prendono soldi pubblici nel Mezzogiorno.
    Purtroppo posso firmarmi soltanto con il nome perché temo rappresaglie.
    Posso confermare quello che voi dire: siamo tutti certi che gran parte del denaro che da dieci anni è affluito nella nostra testata (intorno a 25 milioni) abbia finanziato la politico del nostro editore occulto.
    Siamo da tempo senza stipendio, l’Inpgi ci finanzia uno stato di crisi che in effetti non ci sarebbe e non so perché, nonostante le conclusioni alle quali è pervenuta l’Agcom, la magistratura e la Guardia di Finanza non continuiino nell’indagine per capire dove sono finiti i soldi che erano destinati al giornale.
    C’è una testata online in Campania che si dovrebbe occupare di problemi dell’informazione, ma fa soltanto gossip con le carte che qualcuno passa al tizio che la “dirige”.
    Io confido in voi, muovetevi: sono in gioco la libertà e la serenità di circa 30 famiglie.
    Basterà pochissimo, credetemi, per scoprire la verità.
    Rosa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *