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AMARCORD

AMARCORD
di Silvia Siniscalchi

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Quando questo articolo sarà letto, la Costa Concordia, scortata dalle imbarcazioni di Legambiente e Greenpeace, giacerà nel porto di Genova, a meno di imprevisti. Tre notti di serena navigazione alla velocità di 1,7 nodi, 190 miglia percorse in compagnia di 140 volenterosi accompagnatori-necrofori. Di vivo e festoso, solo il corteo di delfini che ne hanno seguito la scia dall’isola di Pianosa, cuore della loro riserva marina tra le acque di Toscana, Liguria e Francia.
Composta e dignitosa, l’ex nave ammiraglia, dopo avere doppiato il promontorio di Portofino, ha raggiunto la sponda ligure con il suo carico di memorie, tragicamente sommerse dal naufragio del 13 gennaio di due anni fa. La Concordia è morta quel giorno, sfracellata su uno stupido scoglio ostile agli inchini. Quel che oggi ne resta è un dolente feretro galleggiante, che marcia verso lo smantellamento, tra tetri cigolii e lo sfacelo di una poppa arrugginita dal mare.
Avvistata già all’alba di ieri dal Tigullio, la Concordia come da protocollo è stata accolta da Giovanni Lettich, capo dei piloti del porto di Genova, dove da giorni si aspettava il suo arrivo. Si conclude così la sfortunata vicenda di una delle navi da crociera più belle del mondo, tra la commozione di Alessandro Vettori, supervisore della Costa Crociere, e la dignità dei parenti di quelle 32 vittime, che hanno idealmente compiuto oggi l’ultimo, mesto pellegrinaggio.
Nessuno dica che questo viaggio simboleggia quello del nostro paese. L’Italia della crisi non vive nelle ferraglie gementi di un relitto già spento, ma nel miracolo di ingegneria marittima e nell’impareggiabile organizzazione di chi l’ha riportato in vita per il tempo breve di un “miracolo”.

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Ricercatore Università degli Studi di Salerno

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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