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Amato contro Amato, Peppino junior si vendica di zio e nonno

Amato contro Amato, Peppino junior si vendica di zio e nonno
di Mario Amelia

Peppino Amato junior (foto) contro il nonno Peppino Amato senior e lo zio Antonio Amato. L’avvocato Simone Labonia intanto respinge ogni accusa, collegando tutte le dazioni di denaro a prestazioni lavorative offerte, secondo precise parcelle. I due sono finiti agli arresti domiciliari, insieme all’ex sottosegretario e parlamentare Udeur Paolo Del Mese, il nipote di quest’ultimo Mario Del Mese, il consigliere provinciale Pdl Antonio Anastasio, per il crac del Pastificio Amato di Salerno. Peppino Amato jr è stato interrogato nel pomeriggio, alla presenza dei suoi legali Carmine Giovine ed Enrico Maria Giovine, per quasi 6 ore: Peppino junior ha ammesso alcune responsabilità, soprattutto in relazione ad alcuni versamenti di danaro verso la Ifil srl e al trust tra la Amato Srl e la Amato Re , ma si è drammaticamente dissociato da quanto dichiarato dal nonno e dallo zio che hanno addossato a lui molte responsabilità relative al crac dell’Amato Spa. Pare che oramai i rapporti tra i componenti della famiglia siano quasi inesistenti, sbriciolatisi sotto il peso del fallimento dell’azienda. Peppino ha indicato persone, dirigenti e dipendenti dell’azienda, operazioni finanziarie, pagamenti, documenti e altro ancora per dimostrare che quanto dichiarato dai suoi parenti non fosse vero e che chi assumeva le decisioni erano il nonno e lo zio Antonio.
Inoltre, il rampollo della famiglia salernitana ha anche spiegato che nell’ultimo anno per motivi di salute, legati ad uno stato di depressione e per essere affetto da polinevrite, è rimasto praticamente escluso da ogni decisione in azienda, e che i documenti da firmare gli venivano recapitati direttamente a casa, dove per parecchie settimane è rimasto anche paralizzato a causa proprio della malattia. Malattia che invece non avrebbe fermato il nonno – stando proprio a quanto riferito durante gli interrogatori – che avrebbe continuato ad amministrare lo storico pastificio anche quando ha ufficialmente lasciato l’amministrazione della società, incontrando almeno 3 volte a settimana i dirigenti, a volte ricevendoli direttamente nella propria privata abitazione.
Lo stesso Peppino ha ribadito di non essere “amministratore di fatto” della società, anche perché l’azienda aveva gli amministratori che ha indicato nel nonno e nello zio. Gli stessi, invece, che in passati interrogatori avrebbero puntato il dito contro di lui, individuandolo come responsabile degli interessi di famiglia e come catalizzatore di tutti i rapporti finiti al centro dell’indagine dalla Procura di Salerno. L’esponente della famiglia Amato nelle sei ore di interrogatorio ha innanzitutto chiarito che le decisioni in azienda venivano assunte collegialmente, e quindi anche da Peppino senior e da Antonio Amato, e che poi a dare esecuzione alle operazioni erano gli amministratori – indicati ancora nel nonno e nello zio – e da questi ultimi ogni azione veniva avallata. Il suo compito consisteva nel reperire fondi – ammettendo, in alcuni casi, di aver forzato la mano nella ricerca di risorse economiche – di badare alla commercializzazione della farina e della pasta. Anche i rapporti con Mario Del Mese, ha spiegato Peppino jr, erano nati in azienda, per vicinanza d’età, dopo che questi era stato assunto dal nonno e dallo zio. Nessun contatto, invece, con l’ex parlamentare Paolo Del Mese, amico, appunto, del Cavaliere e capostipite della famiglia. Responsabilità limitate, pertanto, nelle fasi decisionali dell’Amato Spa, ed anche per la costituzione della nuova società “Dei Principi”, dichiarandosi solo incaricato della commercializzazione del prodotto – pasta appunto – e non membro della società: a suo carico infatti la Procura aveva ravvisato la volontà, in circostanza di fallimento di voler costituire una nuova società alimentare mettendoci all’interno persone legate da vincoli di parentela (tra cui la moglie Marianna Gatto). Per l’immediato futuro pare sia scontata la sua uscita dalla nuova azienda, sul prosieguo delle attività della stessa “Dei Principi” e della produzione della pasta omonima, sembrano ci siano delle incertezze, legate anche alla mancanza di un responsabile della commercializzazione dei prodotti.
L’avvocato Simone Labonia, assistito dall’avvocato Gaetano Pastore, nelle quasi quattro ore di interrogatorio, ha respinto tutte le accuse del Gip. Stando alle sue risposte tutti gli importi ricevuti erano relativi a prestazioni professionali offerte all’azienda, i legali di Labonia hanno anche chiarito che non risulta veritiera la circostanza secondo la quale il professionista salernitano per l’operazione di finanziamento all’Amato Re ottenuto dalle banche, avrebbe prodotto unicamente una relazione di sole tre pagine, in cambio di un compenso di quasi 500mila euro. Oltre alla relazione, infatti, la Guardia di Finanza nel novembre 2011 aveva sequestrato nello studio di Labonia anche 150 allegati e 5 faldoni legati a quella operazione. Documenti che però non sono stati prodotti poi al Giudice per le indagini preliminari. Infine, suoi rapporti tra Labonia e Paolo Del Mese, l’avvocato finito ai domiciliari ha chiarito che tra di loro intercorrevano solo vincoli di natura professionale, avendo Labonia assistito l’ex parlamentare in diverse occasioni.
Per tutti, adesso, c’è attesa in vista del giudizio del Tribunale del Riesame che dovrà decidere sulla loro permanenza o meno ai domiciliari e sull’appello presentato dalla Procura contro la decisione di concedere ai cinque gli arresti domiciliari.

 

 

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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