Gio. Ago 22nd, 2019

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Amato dalla Nazionale al Nola e Antonio scarica la dinasty

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Neanche la penna di uno sceneggiatore di fiction avrebbe potuto scrivere quanto emerge dalla carte relative all’arresto di Giuseppe Amato jr (foto), Paolo e Mario Del Mese, Simone Labonia e Antonio Anastasio.
di Mario Amelia

Neanche la penna di uno sceneggiatore di fiction avrebbe potuto scrivere quanto emerge dalla carte relative all’arresto di Giuseppe Amato jr (foto), Paolo e Mario Del Mese, Simone Labonia e Antonio Anastasio.
E non tanto per il giro di soldi, assegni e interessi presenti in quelle carte che accusano gli arrestati – ed altri indagati – per il crac dell’azienda di famiglia, ma per il disegno che il gudice per le indagini preliminari traccia della dynasty degli Amato. Una delle famiglie più importanti d’Italia per anni, che adesso finisce nella polvere del fallimento del pastificio Amato e dell’arresto di uno dei suoi rampolli. Simbolo di questa “caduta” può essere anche che nel 2006 l’azienda sponsorizzava la nazionale di calcio italiana, campione del mondo, mentre nel 2011, in un momento di evidenti difficoltà finanziarie, si trovava a sponsorizzare la squadra del Nola Calcio Asd di Luigi Giannatiempo, ultima nel campionato di serie D. Altra circostanza sospetta e tutta da chiarire.
E ad “inguaiare” tutti ci pensa il figlio del cavaliere Peppino Amato, Antonio, che nel novembre 2011 è il primo a parlare di “casta costituita da persone prive di professionalità che definivano ed attuavano le scelte e le politiche gestionali” in riferimento al gruppo formato da Paolo Del Mese, Mario Del Mese, Simone Labonia e Antonio Anastasio, e alle quali aggiungeva anche il padre, il cavaliere Amato, appunto, ed il nipote Giuseppe Amato jr. Una circostanza che fa tornare alla mente che nel settembre 2008, il cavaliere Amato, capostipite della famiglia, definito in questo procedimento “vittima e carnefice” della vicenda fallimentare, a causa dei gravi problemi di salute lascia l’azienda di famiglia, già in evidenti difficoltà, al nipote Giuseppe, preferendolo addirittura al figlio Antonio. Ma tornando a quanto dichiarato da Antonio Amato agli inquirenti nel novembre 2011, questi scarica tutte le responsabilità sulla “casta”, fa i nomi di altri responsabili, addetti alla contabilità e funzionari e racconta che Mario Del Mese operava nell’azienda per conto della Ifil, società legata alla vendita delle case della Amato Re, mentre solo successivamente dice di essere venuto a conoscenza che venivano date somme di danaro anche all’ex sottosegretario Paolo Del Mese. Nello stesso interrogatorio Antonio Amato rivela di poter immaginare che le somme elargite dalla società a favore dell’avvocato Labonia, scelto in quanto facente parte del “gruppo di Paolo Del Mese” e allo stesso ex parlamentare dell’Udeur, non avevano giustificazione economica legate ad attività concrete eseguite a favore della società. E’ stato ancora lui a parlare di queste somme come “tangenti”, ovvero di pagamenti “di danaro assolutamente inutili” oppure di somme concesse senza alcuna ragione economica, facendo riferimento, quando parlava del gruppo Del Mese, di un unico entourage nel quale riconosceva i Del Mese, l’avvocato Labonia (e altre persone non indagate), tutte persone vicine al nipote Giuseppe, indicato anche come l’amministratore di fatto. Inoltre Antonio Amato “apre gli occhi” ai magistrati dicendo anche di aver avuto la percezione che tali figure, tra cui l’avvocato Labonia, possano essere state imposte da Paolo Del Mese, a dimostrazione di ciò indica ad esempio che lui, per il finanziamento ottenuto dalle banche per la Amato Re aveva chiesto una consulenza ad un professionista napoletano, la cui parcella era di circa 30/40mila euro, mentre per la stessa operazione l’Antonio Amato aveva elargito a Labonia circa 500mila euro (il legale per tale lavoro aveva prodotto una relazione di sole tre pagine). In verità, anche altri componenti della famiglia Amato, interrogati, parlano di “tangenti”, aiuti per sostenere i “costi della politica”, “dazio” da pagare a titolo di “ricompensa” per l’intermediazione e “facilitazione” svolta presso le banche direttamente o a mezzo di suoi uomini per l’ottenimento di finanziamenti e nuove aperture di credito. Preoccupa, però, il giudizio che ne ricava il Gip Dolores Zarone nella sua ordinanza, quando dice che le dichiarazioni degli Amato trovano riscontro negli incarichi politici ricoperti da Paolo Del Mese, soprattutto nell’incarico di Presidente della Commissione finanza della Camera che ha licenziato il cosiddetto decreto salva banche e, in tale veste, Del Mese non poteva non avere un forte “potere contrattuale” nei confronti dell’intero ceto bancario nazionale.
Addirittura, in un’altra occasione Antonio Amato disconosce persino la sua firma in calce ad una lettera che corrisponde la somma di 280mila euro all’Unicredit a titolo di “arrangement fee” per i finanziamenti ricevuti dalla Amato spa di circa 35 milioni di euro incamerati tra luglio 2009 e luglio 2010. Il figlio del cavaliere Amato disconosce anche l’operazione, attribuendola interamente al padre e al nipote Giuseppe jr.
Nella dynasty “familiare-economica” degli Amato finisce anche la società Amavebo Srl, amministrata da Antonio Amato junior, fratello di Giuseppe Amato junior, figlio del compianto Domenico Amato e nipote di Antonio Amato. Secondo la Procura la fallita Antonio Amato spa nel corso del 2010, in un momento di fortissima difficoltà dell’azienda che non pagava regolarmente né lavoratori né fornitori, avrebbe trasferito alla società Amavebo Srl somme di denaro: un escamotage, per il Gip, per far uscire dalle casse sociali il denaro e farlo rientrare nelle mani dei suoi amministratori.
Qualche “leggerezza” sembra averla commessa anche Giuseppe Amato junior, però: infatti, la Procura, a dimostrazione delle accuse rivoltegli di aver distratto denaro dalla casse sociali per recuperarlo a fini personali, ricorda il materiale pubblicitario, pavimenti e rivestimenti per la sua casa di Casalvelino, merce ricompresa in una fattura presentata all’Amato Spa, consegnata in azienda e poi traferita anche con mezzi dell’azienda nell’abitazione di Casalvelino. In ultimo poi, la Procura intravede nella costituzione della società “Dei Principi srl”, le cui quote sono detenute anche dalla moglie di Giuseppe jr Marianna Gatto, società costituita nell’aprile 2012, la volontà di voler amministrare una nuova azienda in circostanza di fallimento per altre società, senza risultarvi direttamente e formalmente. Praticamente la reiterazione del reato, alla base degli arresti.

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