Mer. Giu 26th, 2019

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Amleto con supporto tecnologico: nuova “trappola per topi”?

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di Francesco Tozza

L'Amleto per la regia di Baracco

di Francesco Tozza
L'Amleto per la regia di Baracco
L’Amleto per la regia di Baracco

Difficile essere originali con un’ennesima messa in scena dell’Amleto, testo carico di senso come pochi altri, e anche per questo quasi vacillante… sotto il peso di più o meno grandi, più o meno recenti interpretazioni, da parte dei due ormai classici linguaggi espressivi, il teatro e il cinema (ma non soltanto loro!). D’altra parte l’originalità non sembra proprio essere la cifra dei nostri tempi, o forse è ormai sciocco o ingenuo pretenderlo (e non certo perché ormai “tutto è stato detto”!); interessante, allora, è, se mai, vedere cosa quell’illustre testo dica alle nuove generazioni, o cosa comunque esso diventi nelle loro mani…., anche perché qualche sorpresa in proposito, se non si hanno i paraocchi del consueto passatismo, può sempre aversi, e noi confessiamo di averla avuta, qualche volta! Posseduti da questa speranza, abbiamo quindi deciso di non negare attenzione, all’interno di un cartellone, qual’è quello di Romaeuropa, essenzialmente dedicato alla danza (contemporanea), a questo spettacolo di teatro… (ma è bene non insistere troppo sulla differenza, per nulla ontologica…., fra gli specifici, come pure si torna a fare!).

Un Amleto, dunque, quello cui abbiamo assistito, con la regia di un giovane (Andrea Baracco) – già cimentatosi peraltro con lo Shakespeare del Giulio Cesare (che però non abbiamo visto) – e firmato, alla pari (cosa non frequente), da un team di operatori, provenienti da due gruppi diversi e di recente formazione pure loro, a quanto pare: Francesca Macrì (dei Biancofango) per la riscrittura drammaturgica; Luca Brinchi e Roberta Zanardo (di Santasangre) per l’impianto scenico, le luci e i costumi; a non dire degli altri collaboratori, a vario titolo, nell’insieme del progetto.

Il lavoro d’equipe c’è stato e si vede: diretto, innanzi tutto, all’essenzializazione del testo, quindi degli interpreti, almeno nel senso di affidare – tranne nel caso dei quattro protagonisti (Amleto, Claudio, Gertrude, Ofelia) – più personaggi ad un solo attore. Si è proceduto, insomma, alla consueta rielaborazione delle scene, per sottrazione ovviamente (Carmelo docet!), efficace anche in questo caso, se si eccettua qualche caduta di tono (e di stile) nella parte finale, in prossimità della sepoltura di Ofelia, con quelle interpolazioni di battute in napoletano («’E muorte so assaie….»), prese da Eduardo e Totò, comunque poco coerenti con il tutto, in un inutile omaggio all’ormai pervasiva contaminazione, che in questo caso poteva benissimo essere risparmiata.

Ma la cifra distintiva di questo Amleto multimediale, come tale anche publicizzato, era nel supporto tecnologico caratterizzante l’intero spettacolo: una scenografia fatta di schermi di differente foggia, con proiezioni e video talvolta sovrapposti, in un palcoscenico sostanzialmente vuoto, dove l’uso frequente del microfono da parte degli attori non serviva certo a compensare la debole acustica per quel vuoto venutasi spesso a determinare, ma esplicitava – magari un po’ ingenuamente – il desiderio di sottolineare alcune battute del testo o – più simbolicamente – la volontà di riproporre la forza della parola in un paesaggio (che è poi quello a noi contemporaneo) dominato dalle immagini, abbastanza rivelatore della natura ambigua, sfuggente (oggi si direbbe liquida) della personalità di Amleto e dei suoi sodali. Che poi sono un po’ tutti i personaggi della tragedia (anche di quella contemporanea!), inutilmente l’un contro l’altro armati (o comunque farneticanti), nell’eterno gioco delle ripicche e delle vendette, in cui finiscono con l’essere coinvolti tutti, perché tutti in fondo corresponsabili. E non a caso il buon Orazio, coscienza critica dello sfacelo generale, cui Amleto affidava – già nel testo – il compito di una immane quanto sterile storiografia, proiettata ormai oltre il caso singolo e la disdicevole brama di una fama postuma, lancia sin dall’inizio dello spettacolo la luce accecante dei suoi fari indagatori in platea. In un teatro  che non ha – e non può più avere – semplici spettatori, ma tutti attori; per la recita di un dramma, dove forse non è più possibile distinguere i buoni dai cattivi, ed è improbabile l’ipotesi salvifica di un qualsiasi Fortebraccio (non a caso per nulla contemplato nella riscrittura della vicenda). Coerentemente, sarà ancora Orazio a porre il suggello ad una storia infinita di lutti e conflitti, strappando ad un Amleto non più protagonista, ma parte in causa, il celebre monologo sull’essere o non essere, a questo punto assai più fragoroso di quello che per qualche secolo ha recitato l’illustre amico, dal momento che non investe più il dubbio sulla validità o meno dell’esistenza individuale, bensì la questione, addirittura metafisica, sull’opportunità stessa che l’universo debba esserci. A Dio, se c’è, l’ardua sentenza!

È importante che dei giovani si siano posti il problema, in questa più vasta accezione, magari non in totale consapevolezza, comunque con il sospetto, se non la più pessimistica certezza, che il marcio non è più solo in Danimarca. E mai, come in questo caso, “il resto è silenzio”, o sono quisquiglie, per citare, forse qui più opportunamente, il grande Totò: l’incompiutezza, per non dire la goffaggine, di certe soluzioni sceniche (per esempio nel caso della follia di Ofelia), la bravura degli interpreti, al momento diseguale, che certo crescerà (già in forma, nei panni di un non più tanto odioso Claudio, l’aitante Paolo Mazzarelli; a suo agio Lino Musella, un Amleto piuttosto grassoccio, in pantaloni corti fino al ginocchio e felpa con cappuccio e zainetto, comunque lontano dal clichè del pallido principe; misurato e sufficientemente saggio, dato il più largo compito affidatogli, l’Orazio di Michele Sinisi), e così via.

È il teatro che, nonostante tutto, ha continuato a funzionare: come istillatore di idee per gli spettatori, magari per smascherarne la passività del ruolo, anche solo infastidendone lo sguardo consueto. Ancora una volta una “trappola per topi”, almeno si spera!