Ammalati di cinismo

Ammalati di cinismo
di Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro
Il regista Pasquale De Cristofaro

Tutti noi viviamo un’esistenza sempre di corsa, affaticati e affaccendati per un nonnulla. Abbiamo poco tempo per i figli, per le nostre compagne, per i familiari più stretti, per gli amici. Viviamo, insomma, come se non dovessimo poi, ad un certo punto, fermarci per forza e per sempre. In una parola, abbiamo cancellato dal nostro orizzonte la Morte. San Francesco la chiamava affettuosamente, “Sorella Morte”. A lui, santo tra i santi, la Morte non faceva paura. E non dovrebbe far paura neppure a noi, che santi non siamo, perché essa rappresenta il destino comune di noi mortali. Antonio De Curtis, in arte Totò, in una strepitosa poesia, “’A livella”, considerava la Morte appunto l’unica vera livellatrice di tutti noi, poveri e ricchi blasonati. Ed è proprio così, a ben pensarci. Purtroppo, in un mondo sempre più secolarizzato, pieno di luci e sfavillii, non abbiamo più voglia di fermarci e considerare che non siamo eterni, ma fragili e destinati prima o poi a precipitare nel vortice del “Nulla”. Questi pensieri, però, vorrei non fossero considerati pensieri neri e apocalittici; sono semmai pensieri razionali, lucidi e radicali. Pensieri che sempre dovrebbero accompagnarci per farci riconsiderare le nostre vite e osservarle sotto tutta altra luce. Ognuno di noi dovrebbe vivere e, al tempo stesso, considerare che la nostra caducità è, invece, quell’elemento che può darci la spinta a fare e pensare cose sempre nuove; a cercare con tutte le nostre energie di modificare questo mondo che non ci piace perché sempre più ingiusto, con sempre più persone escluse da questo banchetto scintillante e pieno di portate che è la post-modernità globalizzata. In un mondo in cui: “ (…) I poveri non appartengono a una cultura diversa da quella dei ricchi. Devono invece sforzarsi di vivere nel mondo che è stato costruito per i ricchi. La loro povertà è aggravata sia dalla crescita economica, sia dalla recessione”. Jeremy Seabrook, sintetizza come meglio non si potrebbe la paradossale situazione in cui siamo immersi, da un po’ di anni, noi occidentali. Tale situazione ha prodotto risentimento, rabbia, frustrazione nelle nostre società che, nel frattempo hanno perduto anche la protezione della fede religiosa. Il narcisismo e un ipertrofico “IO”,  hanno preso il posto di un più salutare “Noi”. L’unico pronome personale, questo, che meriterebbe d’essere declinato. Fin tanto che ognuno resterà chiuso nel proprio perimetro, valuterà con sempre più angoscia il proprio destino. L’indifferenza e il cinismo sono le vere malattie che dovremmo cercare di curare per alleviare almeno un po’ la nostra fatica di vivere.

redazioneIconfronti

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