Amore e violenza

Amore e violenza
di Giuseppe Foscari

Si può giustificare una violenza su una donna a partire dal presupposto che chi ha commesso quel maltrattamento o quel sopruso lo avrebbe fatto per troppo amore? Quali sono i rischi di questo insano e pericoloso ragionamento? Forse non c’interroghiamo abbastanza o quando lo facciamo non siamo sufficientemente attenti ad evitare di difendere, scagionare e discolpare chi viola l’integrità morale e fisica di una donna. L’insidia maggiore, a mio parere, sta proprio nei segnali di tolleranza che l’opinione comune tende a costruire per spiegare le percosse, i tentativi di femminicidio o quelli andati crudelmente a segno. Se poi ci si mettono anche i media a giustificare l’ingiustificabile, l’idea che l’amore dilagante di un uomo possa portarlo alla brutalità nei confronti della donna viene quasi sublimata e diventa pretesto per ripensare e rimodulare la percezione stessa che si può avere di quell’efferato atto di violenza. In pratica, la sovrastruttura patriarcal-maschilista, con cui sovente ci si scontra, tende a costruire una generosa accondiscendenza nei confronti di tutti quegli atti che implicano la subordinazione fisica delle donne, allo scopo di annientarne la volontà, l’identità stessa, mediante l’assoggettamento fisico e psicologico. Questa sovrastruttura ideologica tende a mistificare l’accaduto, lo minimizza, sino a farlo rientrare nella tipologia della “normalità”. A questo punto, il danno subito dalla donna si raddoppia, si triplica, perché nell’immaginario collettivo la violenza scade al livello di innocente bravata, divenendo per l’uomo uno strumento per permettergli di affermare costantemente la propria superiorità.
Quanto di malsano e di insulso ci sia in tutto questo ragionamento mi sembra evidente!
La logica del rispetto incondizionato dell’essere umano deve essere, infatti, il primo invalicabile muro delle regole di vita in una società e in una comunità. L’altro sesso, e più in generale l’altro, si rispetta per il semplice fatto che c’è, esiste, vive al tuo fianco, interagisce con te. Ha un valore intrinseco, e non il valore che tu vuoi dargli. Se aggiungiamo, poi, che amare una persona è un atto che presuppone una gamma tanto ampia di valori positivi (affettuosità, tenerezza, dolcezza, afflato umano, premura, delicatezza, attenzione, sensibilità, tatto, educazione, ma potrei continuare a lungo) si comprende altrettanto bene che questa varietà e ricchezza di comportamenti è già di per sé lontana anni luce da qualsiasi gesto irrazionale e aggressivo.
La violenza è violenza e non amore e resta tale. Non si possono mettere i due termini in una centrifuga e operare dei pericolosi distinguo.
Certo, la passione esige la sua parte, e con essa la fisicità e materialità del rapporto d’amore, ma senza mai dimenticare con chi si sta, con una persona con altrettanta passione e fisicità, ma anche sensibilità, senza che possa essere legittimato alcun gesto estremo.
Il troppo amore non esiste. Esistono i valori sociali che devono ingabbiare il senso del possesso, la gelosia, dentro limiti molto ragionevoli. Chi uccide o rovina un’altra persona è solo un criminale che deve restare nelle patrie galere a lungo, a meditare sui propri errori, affinché possa capire che esiste uno schema delle relazioni sociali a partire dalla socievolezza, dal reciproco rispetto, che bandisce qualsiasi forma di violenza. E deve comprendere che una donna non è una cosa propria, da possedere a proprio piacimento, e che ti può anche lasciare, per le più svariate ragioni, senza che tu possa pensare che quel gesto abbia violato la tua tracotanza maschilista. Non è uno sgarbo che merita vendetta. Se ragioni così hai già perso, perché sei perso dentro. Irrimediabilmente.

redazioneIconfronti

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