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Anche il calcio minore è malato di violenza

Anche il calcio minore è malato di violenza
di Aniello Manganiello
don Aniello Manganiello

don Aniello Manganiello

I recenti fatti di violenza di Roma danno un’idea molto parziale del mondo sportivo, ingenerando la convinzione che tali allarmanti aspetti riguardino soltanto le tifoserie dei grandi club. Purtroppo, non è così perché risulta molto inquinato anche il pianeta dilettanti, intorno al quale pullula, in moltissimi casi, un clima di illegalità e di prevaricazione fuori di ogni comprensibile logica. Innanzitutto, non c’è cura da parte delle società nella scelta della rosa dei giocatori da mandare in campo nel corso della stagione agonistica né esiste, nella stragrande maggioranza dei casi, un accompagnamento educativo senza il quale ogni attività sportiva risulta essere vana se non addirittura controproducente per i giovani e per la società. Ciò che interessa è prevalentemente giocare e vincere. In questa riflessione mi riferisco, ovviamente, sia alla prima, che alla seconda e alla terza categoria. Non esiste, in tali ambiti, un progetto educativo meditato e verificato. E se esiste esso si palesa soltanto in pochissimi casi. Eppure, tutti sanno che non utilizzare il calcio anche come percorso educativo significa impoverirlo e banalizzarlo.

In tanti, talvolta animati da buona volontà e con qualche soldo da mettere in campo, danno vita a squadre di dilettanti e tale traguardo è in sé lodevole. Queste iniziative, però, evidenziano in corso d’opera limiti organizzativi e soprattutto educativi.

Negli ultimi tempi sono stati tanti i segnali di decomposizione del pianeta calcio dilettanti. Abbiamo visto squadre finanziate da clan o da persone che operano comunque nella illegalità. Vorrei ricordare la Società sportiva napoletana Keller, alla quale sono stati sequestrati numerosi impianti sportivi, costruiti abusivamente peraltro sul suolo di proprietà del Comune, il “Miano” in odore di finanziamenti della camorra… Ne consegue un quadro che di sportivo non presenta alcun carattere: società che si fanno strada attraverso vittorie che puzzano di compromessi, arbitri non all’altezza di queste categorie difficili, che si fanno condizionare e che soffrono l’ambiente dove arbitrano, evidenziando paura e sudditanza. Tra i protagonisti di tali contesti sono davvero pochi gli educatori, sono invece purtroppo tanti i  malati di delirio d’onnipotenza. Prepotenza e onnipotenza, però, non sono valori bensì qualità negative che non fanno onore a nessuno, perché nell’ambiente sportivo occorre essere esempio di legalità e di coraggio, anche quando tutto questo costa.

L’auspicio è che la Federazione italiana gioco calcio attui criteri selettivi nell’ammissione delle squadre nei campionati, tenendo conto di valori irrinunciabili: comportamento, trasparenza nella gestione economica delle società, polso fermo in occasione di reiterati comportamenti scorretti dei giocatori, corsi formativi ed educativi per gli allenatori e dirigenti.  Altrimenti questo calcio è destinato a morire, come e più di quello marcio delle star superpagate.

 

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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