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Anche nel calcio in discesa la parabola del Cavaliere

Anche nel calcio in discesa la parabola del Cavaliere
di Enzo Casciello

La fuga di Ibrahimovich (foto) e di Thiago Silva all’ombra della Torre Eiffel ha sancito la definitiva fine del mecenatismo alla milanese. Dopo Moratti, anche il Cavaliere non ne può più. Il Milan è diventato un giocattolo troppo costoso, è venuta l’ora di scendere dalla giostra che per anni ha girato vertiginosamente arricchendo la bacheca rossonera e – chissà se i sondaggisti son d’accordo – mietendo anche successi elettorali per Forza Italia prima e Pdl poi.
Silvio Berlusconi è crollato di fronte alla proposta irrinunciabile (e indecente?) del Paris Saint Germain. In Francia da qualche tempo regge le sorti del club gestito dai signori del petrolio il brasiliano Leonardo, ex simbolo Milan, bravo in campo ma soprattutto dietro una scrivania, tanto che stretti collaboratori di Silvio lo vedevano come uomo di punta della Fininvest. E chi meglio del fascinoso Leo conosce le segrete finanze del Milan, specie se confortato dai suggerimenti di Carletto Ancelotti, ex bandiera rossonera e da qualche mese allenatore dei parigini?
E così è stato un gioco da ragazzi predisporre la lista della spesa in casa Milan. Due top player reclutati in un attimo per un bel pacchetto di milioni e contratti principeschi ai due giocatori per la gioia dei loro procuratori, ma soprattutto dell’agente del genio svedese, Mino Raiola, ex pizzaiolo d Angri capace di passare dal forno a legna a gustose e ben retribuite leccornie. Ibrahimovich e Thiago Silva sono andati a rendere più prestigiosa la rosa del Psg. Sono loro i petali più inebrianti, la concorrenza – pure di rango: Menez, Pastore, Lavezzi – non regge il confronto.
La cessione dei due gioielli ha messo nettamente in imbarazzo Adriano Galliani. L’uomo di Monza ha fatto i salti mortali per tenere a bada le sirene che ammaliavano con il loro canto le star rossonere. Alla fine ha dovuto piegarsi all’ordine venuto dall’alto, al Cavaliere non si dice di no. Chi sa leggere i messaggi cifrati che orbitano su Arcore sussurra che sia giunta anche l’ora di Galliani. Il geometra che ama indossare solo cravatte gialle potrebbe vedersi recapitato il benservito. Dopo anni di onorata e vincente carriera gli toccherebbe farsi da parte, altrimenti che senso avrebbe il vertice in villa ad Arcore tra il Cavaliere da una parte e Capello e – udite udite – Giraudo dall’altra? L’ex ad della Juventus avrebbe elargito preziosi consigli, confortato dall’esperienza di don Fabio, prossimo zar di tutte le Russie se farà bene anche con la nazionale di Mosca.
Mecenatismo milanese alla frutta, dunque. Non si può più sperperare denaro, il popolo tifoso se ne faccia una ragione e conti nelle prodezze di Pato, sulle cui fragili spalle non poggerà soltanto la figliola di Re Silvio.
Prima di Berlusconi aveva cominciato a fare cassa Massimo Moratti. Balotelli, Ibrahimovich ed Eto’o le cessioni eccellenti degli ultimi anni, una spia luminosa a segnalare difficoltà di bilancio.
Negli archivi sono custodite le storie di tanti trasferimenti eccellenti, maturati spesso per ragioni ambientali e non di cassa. Negli anni Sessanta fece scalpore lo sbarco all’ombra del Vesuvio di Omar Sivori e Josè Altafini. Il cabezon, il più malefico genio del calcio di tutti i tempi (nessuno come lui ha segnato le abitudini della gente: il tunnel, il ciuffo, i calzettoni alla cacaiola) fu sacrificato sull’altare di Heriberto Herrera, al secolo HH2, il ginnasiarca paraguayano del cosiddetto movimiento. Altafini scappò in tutta fretta dal Milan, sotto la Madunina gli avevano coniato un appellativo tutto un programma: coniglio.
Gigirriva, Baggio e Rossi sono tre capitoli a parte. Ognuno di loro è stato protagonista di movimentate sezioni di mercato. Riva disse più volte di no al signor Fiat, l’Avvocato fu costretto a rassegnarsi. Rombo di Tuono – come lo chiamava Giuan Brera – non vestì mai il bianconero. Lo vestì. a conclusione di una torrida e tumultuosa estate, Roberto Baggio. Il Divin Codino passò alla Juve mentre Firenze si ribellava infuriatissima. Disse di no al Napoli Paolo Rossi. Preferì il Perugia. La maledizione napoletana non mancò: l’ex bomber del Vicenza e pupillo di Giusy Farina fu coinvolto nello scandalo scommesse del 1980. Riuscì a rifarsi una verginità e un nome quando divenne Pablito.
Storie d’amore e storie di soldi. E poi dicono che il calcio non è lo specchio della vita, vero monsieur Berlusconì?

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