Mar. Ago 20th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Ancora Lehar a Salerno, il grande Sieni ad Avellino

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di Francesco Tozza

Un momento dello spettacolo

Al Teatro Gesualdo di Avellino

Dolce Vita. Archeologia della passione

di Virgilio Sieni

di Francesco Tozza
Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo

La provincia non finirà mai di stupirci, con le sue mille contraddizioni, a volte anche con qualche piacevole sopresa. A Salerno, la ‘città delle luci’ (luci che non riescono tuttavia a nascondere, almeno a chi non si lascia facilmente abbacinare, l’oscurità di una vita culturale, incapace ormai da molti anni – ancora un interminabile ventennio! – di uscire dai rassicuranti sentieri battuti, dalle abitudini indotte, dalla logica dei progetti faraonici che mutano ogni gesto politico in esca per volgari profitti, senza attingere peraltro quell’incendo luminoso che fa esplodere veramente la bellezza, se la si declina con l’effettiva libertà), ci si prepara a mettere in scena l’ennesima Vedova allegra, magari più lussuosa delle precedenti (ripetuta, quasi coltivata, metafora di un lutto, con felice incoscienza vissuto), per la regia dell’ultimo – si spera – cortigiano dello duca nostro! A pochi kilometri di distanza, la più modesta Avellino, senza luci… particolari, anzi con le piaghe ancora evidenti dell’ormai lontano terremoto, ha ospitato, per una sola sera, nel suo mastodontico moderno teatro, in una parentesi della sua più convenzionale programmazione, coraggiosamente dedicata alla danza contemporanea, uno dei suoi più illustri esponenti, sul piano nazionale e internazionale, dall’anno scorso – e per un triennio – nominato Direttore della Biennale-danza di Venezia: un evento, insomma, come ama dirsi oggi (a noi il termine non piace!), ma veramente tale, certamente per la città irpina; vi hanno assistito più di duecento persone, forse trecento (che certo sembravan di meno, un po’ sperdendosi nell’immensa sala del Gesualdo), qualcuno venuto da Napoli o da Salerno (come il sottoscritto, informato all’ultimo momento della cosa da un piccolo manifesto, ironia della sorte affisso di fronte, ma alle spalle, del glorioso Teatro Verdi!).

Abbiamo conosciuto Virgilio Sieni quando – fra gli anni ’80 e i primissimi ’90 – la sua era ancora un’esperienza in senso lato teatrale: da buon fiorentino frequentava Tiezzi e Lombardi (allora “Magazzini Criminali”), respirando il clima di quel tipo di neoavanguardia, non dimentico tuttavia della lezione di Cunningham e di Steve Paxton; la sua prima Compagnia, Parco Butterfly, fu ospitata in una delle rassegne che l’indimenticabile, e purtroppo dimenticato, Achille Mango promuoveva in un’università, che senza ancora possedere un proprio spazio teatrale, apriva però le sue metaforiche porte ad esperienze extra moenia, di notevole livello sperimentale.

Abbiamo rivisto e ammirato Virgilio Sieni poche altre volte, purtroppo, e fuori territorio (essendo  l’Università salernitana, ormai finalmente dotata di un teatro d’Ateneo, occupata però a rinnovare anch’essa i fasti della napoletaneità, con celebrazioni peraltro postume e spesso poco autentiche). Per esempio nel 2007, quando a Firenze, dove aveva fondato in un vecchio palazzo dell’Oltrarno, Cango (Cantieri Goldonetta), una vera e propria casa della danza, vedemmo lo struggente Sonate_Bach. Di fronte al dolore degli altri: una mappa del dolore e degli orrori che la guerra sempre genera, evocata da toccanti Pietà e Deposizioni costruite dal lento movimento e dalla estenuante gestualità dei danzatori, con musiche coerenti e lo scorrere di qualche foto sul fondo scena: esempio, forse inconsapevole (ma la collaborazione con Agamben avrebbe successivamente dato una maggiore consistenza drammaturgica e teoretica alle nuove costruzioni del coreografo), di teatro totale davvero rilevante.

Anche questo recente Dolce vita (perso nella programmazione di Romaeuropa ai primi di ottobre e fortunosamente recuperato nel teatro avellinese) è pieno di riferimenti iconografici, ma anche immaginativi: una via crucis in cinque tappe, scandite da forse pleonastiche didascalie e da una musica dal vivo (al contrabbasso Daniele Roccato) iterativa, quasi lancinante, lascia tuttavia quasi sottotraccia la letteralità del rinvio, facendosi piuttosto partitura polifonica di torsioni e pesi dei corpi. Nel nitore della visione poetica, nella pura geometria cui, più spesso qui, dà luogo l’azione dei corpi (sensibile ancora la lezione di Cunningham), la danza va oltre se stessa, rivelandosi linguaggio assoluto della bellezza.

 

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