Lun. Giu 17th, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Andrea Manzi e la poesia: dichiarazione d’assoluto

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“l’orma che scavo” al teatro Ghirelli

Andrea Manzi (a sinistra) intervistato da Mariano Ragusa

di Olga Chieffi

Antonio Pietropaoli e Alfonso AmendolaSerata di poesia, musica, visioni, quella di martedì sera al teatro Ghirelli di Salerno, ove Andrea Manzi, ha presentato la sua recente plaquette di versi “L’orma che scavo”, impreziosita dalla postfazione di Elio Pecora, pubblicata da Oedipus, Salerno-Milano 2013, per la collana “Intrecci”. Con “maestro di cerimonia” Alfonso Amendola, il professore Antonio Pietropaoli, docente di didattica del nostro ateneo, unitamente al giornalista Mariano Ragusa, agli attori Giuseppe Basta e Felice Avella, sostenuti dalla punteggiatura sonora offerta dal sax alto di Stefano Giuliano, ha iniziato il numeroso pubblico intervenuto all’universo poetico di Andrea Manzi. Poeta antiformalista – ha affermato Antonio Pietropaoli – la poesia di Manzi, ha come tema dominante il percorso della sua vita, il conflitto tra un io eclettico e le scene “terrestri” che ha vissuto e continua a vivere. La sua pagina diventa spesso la costituzione di uno spazio descrittivo, sia reale come nella intensa ballata dedicata a Miriam Makeba, che abbiamo ascoltato dalla voce di Mariano Rigillo, sia metaforico, come ne’ “Il mio teatro”, in cui leggiamo l’essenza del suo percorso, la sua orma tra “quinte fuligginose e buio pesto(…) nacquero qui i mondi generati e non creati da scarne parole:/ la lingua colmava gli abissi/ tra la voce e il nulla/”, uno spazio schizzato non da una parola preziosa e musicale, ma parte viva del lessico quotidiano, “famigliare”, come nei versi dedicati al caffè, da “libraio” di parole scarne, in cui l’io del discorso non è in posizione privilegiata rispetto alla realtà che esso esperisce ma riflette e comunica un convincimento interiore. L’ Andrea personaggio poetico si aggira per stabilire una spirituale identità di crescita dell’io e il senso del mondo, tra il Sé e i riferimenti alle atroci cronache del nostro tempo. Andrea Manzi si situa, dunque, nella grande tradizione della poesia come pratica salvifica, con una coerenza e una rigidità tanto maggiori quanto più identificate al dovere civile e morale. Una ricognizione del mondo, la sua, in cerchi ampi e concentrici, come il suono, che passa per le memorie di adolescenza, i paesaggi, gli assoluti, come il mare, gli ambienti quotidiani della società urbana, in una dilatazione del discorso a partire da un sistema etico che pur lascia intravvedere le sue trame invisibili. peppe Lanzetta e Stefano GiulianoAnche il tema amoroso rinuncia allo sfarzo solenne del verso e della rima, della tensione sintattica e dell’esclamazione, trasformandosi in una eletta conversazione di anime, tra cui aleggia la schermaglia con la Morte. Dalla conversazione con l’amico Mariano Ragusa, vien fuori il critico teatrale che segue Roberto De Simone in Argentina per il debutto de’ “La gatta cenerentola” e si ritrova a dover raccontare gli scontri avvenuti per il ritorno al potere dei peronisti, attraverso le parole, però del fisico Ernesto Sàbato e Jorge Luis Borges, che riuscirono a svelargli l’anima di quella terra. E’ così, allora, che la parola nel racconto giornalistico o poetico, politico o critico diviene “pesante”, capace di scavare l’orma, libera, corsara, sulle tracce di Pier Paolo Pasolini. Sàbato ricorda che la felicità ci viene data solo “in effimeri e fragili momenti e l’arte è un modo di voler perpetuare quegli istanti d’amore e di estasi, perché tutte le nostre speranze, prima o poi, diventano oscene realtà” e Peppe Lanzetta, un “puro folle” in sala, vergine da ogni cerebralismo intellettuale, condizione privilegiata per approcciare la poesia, è andato a rivelare anche la musicalità del verso di Manzi, in doppio contrappunto con l’invenzione di Stefano Giuliano.

IConfronti / Le Cronache del Salernitano

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