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Angela, i conti aperti con la Luce ‘e Napule

Angela, i conti aperti con la Luce ‘e Napule
di Andrea Manzi
Quattro anni fa intervistai Angela Luce.
Difficilmente degli incontri professionali restano impresse nella mente le emozioni e le atmosfere, ma di quel tempo trascorso con la grande interprete napoletana (un paio d’ore con l’occhio diviso tra il taccuino e I suoi sguardi) ricordo tutto, tant’è che “ricordare” pubbliocamente, cioè raccontare il ricordo, in questo caso, equivale per me a “ri-membrare”, ricostruire cioè il corpo integro di quell’esperienza. Da qui, l’idea di riproporre quest’intervista ai lettori del quotidiano
Le Cronache del Salernitano e del blog I Confronti per poter condividere un’idea realissima: la società napoletana, a fronte della decomposizione del suo tessuto civile, registra talvolta, in maniera naturale e innegabile, un forte protagonismo grazie al talento e all’inventiva dei suoi migliori figli. Un’idea, questa, densa di futuro e perciò incoraggiante.

***

L’incontro con Eduardo
e con Peppino e la prima
“selezione” grazie
a Malaparte e alla Bertini

Angela_Luce_-_foto_di_Augusto_De_LucaA sentirla raccontarsi, afferrarsi e prendersi nel tempo per non perdersi, allungarsi nelle parole e narrarsi come un poema visivo in piena ri-velazione, la sua vita è quella di una stella. Esistenza luminosa e miracolo di Luce, proprio come sono le stelle.
Napoli, stella, Luce sono la trinitaria apparenza di questa figura elegante, che il tempo sorvola senza permettersi di fare alcun danno. Nacque in via Mezzocannone 85, “di fronte all’orologio”. La chiamarono Angela. Savino, il cognome, fu un accidente anagrafico. L’alter ego irruppe presto nella sua storia e modellò con fermo proposito il nome d’arte, Luce.
Angela Luce viene così dalla leggenda del chiarore che si propaga nel golfo e diventa nome. E, a sedici anni, fu stellina con impetuosa vocazione di stella major. «Le carte in regola le tenevo tutte per essere la stella più bella di Napoli, me lo sentivo proprio di poter fare quel passo lì. In giuria c’erano nientedimeno che Curzio Malaparte, Eduardo De Filippo e Francesca Bertini. “Lei è proprio bella”, mi disse la Bertini. Sembra ieri, avevo sedici anni. Il 3 dicembre prossimo, che credete!, ne avrò 72 di anni, il tempo passa eccome». La sedicenne indomabile che due anni prima aveva già debuttato alla Piedigrotta Bideri però non vince, «dissero che non avevo l’età». Quando dici le ingiustizie. La notizia si diffuse, è il caso di dirlo, con la velocità della luce (c’entra sempre, la Luce gentile). “Pochi sedici anni”, sentenziò la corte dei giurati. Andò così fuori dal concorso. E una stellina opaca si aggiudicò la coroncina sul campo e lo scettro dorato. Non aveva la sua luce, la ragazza vincitrice. Fu voce di popolo. «Era una commessa della Standa. Per carità, non mi sembrò brutta ma con me c’era una bella differenza. Io a piangere, a piangere, fu un dolore, un’ingiustizia…».

Quando Achille Lauro
S’invaghì di lei, ma la “stellina”
seppe dire no a promesse
e a lusinghe da capogiro

Schermata 2014-03-23 alle 11.53.29La stellina non diventa stella, ma rischiò di trasformarsi, per quei tempi, in uno sferoide più accecante del Sole. Lei giura che, sfilando davanti alla giuria, qualche presagio lo avvertì: si sentì come una ninfa con i fiori della gloria mattutina, quasi fosse uscita da una tela di Joseph Lefebvre. E la ninfa fece mancare il respiro al mito della Napoli della dopoguerra, Achille Lauro, che di belle donne se ne intendeva eccome. Un abbaglio. «Sì bella e tiene curaggio» le sussurrò il Comandante, rapito al punto da volerla conoscere meglio. Don Achille, non più giovane ma tombeur de femme come non mai, fece camminare la voce, che fu riferita ad Angela in un lampo. Lei ci andò all’incontro, qualificandosi come “mancata stella”. Scrisse proprio così, sotto dettatura, la signorina del centralino della flotta Lauro, in calce alla richiesta di appuntamento: “la mancata stella”. E Angela vide spalancarsi porte e saloni. Entrò emozionatissima e, oltre le porte, si spalancò per lei anche il cuore di Lauro. «Ero bella e simpatica, troppo bella, lo so. Il Comandante mi voleva portare in America, chiamò un suo amico, il giornalista Marcello Zanfagna che era anche avvocato e autore di canzoni, e gli disse di accompagnarmi da Isaia. Voleva farmi fare il guardaroba, tutto il guardaroba nuovo». Pausa socratica, ripartenza allegorica. «’O comandante è impazzito, pensai. Feci capire a Zanfagna che ero imbarazzata. E lui replicò: “Ma avite capito quest’uomo chi è?”. Aggio capito, aggio capito. È ‘nu viecchio simpatico, è n’autorità, ‘nu cumandante. Ma int’a Isaia ci vaco da sola e ci vaco quando dico io e con la tasca mia. Io songo n’artista, avvocà». Zanfagna mostrò ammirazione, «vi faccio i complimenti, ma avete uno specchio a casa?». Angela lo specchio lo aveva eccome per dire ogni mattina “quanto so’ bella”, ma il suo interlocutore le anticipò la risposta: «Se avete lo specchio, signurì, sputatevi in un occhio». Angela non ci pensò proprio ad autopunirsi: «Perciò ci ho messo 55 anni, dico oggi, per diventare Angela Luce e non sono figlia d’arte. Mio padre era un signor artigiano. Una volta un imbecille scrisse su un giornale che era un ciabattino, io ho rispetto per quel mestiere, ci mancherebbe, ma papà no, non era un ciabattino. Fu insignito finanche del cavalierato. Ma uno c’a scrive ‘ncoppo ‘o giurnale, dico io, se vo’ ‘nfurmà, o no?».

L’esperienza di Sanremo
e l’intollerabile dolore
per essere arrivata seconda
davanti a una “protetta”

hqdefaultI ricordi affiorano, a raffiche, a grappoli, a ondate, a valanghe: è uno spettacolo il racconto. «Io ho la quinta elementare, non ho studiato canto, recitazione o dizione. Niente. Il mio grande maestro, che fu Eduardo, diceva di me: “È una forza della natura”. Ditemi se è poco, questo mi basta e avanza pure». Giovanissima, debuttò nella Scarpettiana, ma il vero grande esordio fu in “Natale in casa Cupiello” nelle vesti di Ninuccia, la primogenita di casa, in crisi con il marito Nicolino anche a causa del nascente nuovo amore per Vittorio. Una crisi che i Cupiello vivevano come un’apocalisse e che porterà Ninuccia a rompere il presepe-simbolo costruito con maniacale ardore da Lucariello. Apriti cielo! Ricordi vivi che il passato restituisce ad Angela con la velocità della Luce (torna l’alter ego della Savino). «Eduardo era felice, “brava piccerè?”, esclamò alla fine della rappresentazione, che brivido, una consolazione che non dimenticherò per tutta la mia vita». I grandi brividi che i ricordi le restituiscono costituiscono la geografia emotiva della sua vita d’artista.Ora sbarchiamo a Sanremo, quando al Festival arrivò seconda. «Mi fregò Gilda, ma non Gilda Giuliani, per carità. Quella era soltanto Gilda, molto amica, diciamo così, del sindaco di Sanremo, Napoleone Cavaliere, almeno così mormoravano tutti». Sotto i riflettori del festivalone nazionale, Angela Luce si sentì ancora una volta particolarmente bella, avvertì di calzare nella sua pelle come in un guanto. «Bella come il sole ero quel giorno. Mi portai il truccatore di Napoli, ricordo tutto come se fosse ieri. Mi pettinò Peppino Bruno. Enzo D’Anna si occupò del trucco, tocchi raffinatissimi, un incanto, la gente mi guardava ammirata. I vestiti me li scelse Andrea Dorian, un grande stilista napoletano che purtroppo non c’è più». La dannazione del secondo posto accompagna la vita di questa donna-vulcano in perenne eruzione che racconta del magma irresistibile della sua esistenza, un magma che non si rapprende mai. «Cantavo ‘O divorzio, al Festival di Napoli del ’70, ero in coppia con Franco Franchi, un artista immenso». Quell’anno la manifestazione si svolse nella piazzetta di Capri, «la stessa dove tanti anni dopo – e, qui, la voce di Angela Luce diventa un soffio – commemorai Peppino Patroni Griffi». La canzone, il teatro, il cinema: la storia dello spettacolo imbocca strade diverse, ma poi trova il punto di incontro nel suo volto dell’artista, nei suoi occhi affilati come un coltello. «Quanti possono dire, come me, di aver lavorato con i più grandi registi e attori?».

Quel bacio impertinente
che Totò le diede sul collo
durante le riprese del film
“Signori si nasce”…

angelaluce_totòAngela Luce ricorda Totò, «quei tre film fatti con lui che mi diedero mille soddisfazioni», e qui scatta la richiesta martellante che da sempre la assilla in ogni incontro con i giornalisti: ricostruire la scena del bacio sul décolleté. «No, quel bacio proprio non era previsto dal copione, Totò andò oltre e mi fece sentire le sue labbra sulla scollatura. Stavamo girando “Signori si nasce”, si avvertì ad un certo punto un brusio insistente. Tutti sapevano che il bacio non era previsto. Qualcuno chiese di far ripetere la scena, ma il regista Mario Mattoli fu irremovibile». Cose così eccezionali non si ripetono mai, vanno e basta. Angela Luce interpretava la parte della fantesca del fratello di Totò, che era poi Peppino De Filippo. «Totò e Peppino insieme erano eccezionali, bisognerebbe inventare un libro di aggettivi per quei due». Mostri sacri visti da vicino. Soltanto uno di quei mostri lei lo vide solo da lontano. Ne parla e cala tra le parole un velo di rimpianto: «Con Anna Magnani non ho lavorato, io – che vulite ‘a me – quando la nomino mi alzo e mi inchino». E si alza e si inchina per davvero in segno di omaggio.

La passione per la poesia,
la bella prefazione
di Pupi Avati e la magica
serata in versi di Camaiore

angela luceÈ un ossequio composto ma un po’ rituale ai grandi con cui ha condiviso le luci della ribalta. Nella scia dei grandi attori e cantanti, senza mai dirlo, Angela Luce avverte di esserci. E si muove tra quei simboli come tra simili. «Perché nelle università di Bologna e di Napoli hanno chiamato me e non altri a parlare di Raffaele Viviani?», domanda retorica che sottintende l’ovvia risposta, che lei grande lo è veramente, peraltro diventata tale sul campo. E si grande mesi fa a Camaiore, senza ombra di dubbio. Debuttava davanti al grande pubblico come poetessa. Le avevano assegnato, per un suo libro con prefazione di Pupi Avati (Guida editore), “un premio importante”. «Prima di me quel riconoscimento lo diedero a un signore che si chiamava Wojtyla, sissignore il Papa, che era anche poeta. Quando mi sono presentata alla premiazione, ‘a verità proprio, lo devo dire, senza disarmarmi, ho rivoltato Camaiore, ho cantato “Era de maggio” senza accompagnamento musicale, una finezza».

“La politica? È femmina,
perciò è una grande puttana
La Iervolino? “Per carità,
manco ‘e cani…”

Schermata 2014-03-23 alle 11.55.04Il magma scende a fiumi, è come se il passato remoto e prossimo si sciogliesse in impetuose emozioni. La Luce non ricorda ma ri-vive. Difficile fermarla. Di imporle la forma dell’intervista, poi, nemmeno a parlarne. Proviamo invano. La politica, oggi? «Manco ‘e cani. Ti promettono mari e monti, ti fanno navigà c’ ‘a fantasia, crociere Costa». Pausa interrogativa, occhi al soffitto. «La politica è femmina, ‘na grande puttana». Dai dettagli, proviene qualche chiarimento. Valenzi? «’Na brava persona». Iervolino? Reiterazione dell’epiteto iniziale: «Manco ‘e cani». Bassolino? «No, no. Vade retro, Satana». E qui c’è una nota esplicativa: «È uno ca fa ‘e ccose pe’ Nino D’Angelo e nun pe’ Angela Luce». A proposito di D’Angelo, le torna in mente il Trianon: «Anni fa feci un concerto lì e se ne cadevano i muri tanto degli applausi, ‘a gente steve ‘ncoppe e’ culonne». I palcoscenici dei teatri di Napoli li ha calcati tutti. Al San Carlo in una giuria era seduta tra Kurosawa e Mastroianni, che storie, altri tempi.

Peppino Gagliardi
un grande amore
che la gente a Napoli
proprio non capiva

hqdefaultGli amori? «Uno solo era buono e se lo chiamò o’ pataterno». Risposta generica, spingiamo Angela Luce nella costellazione delle identità, dei dettagli e lei per un po’ ci sta: «Un grande amore, sì, c’è stato nella mia vita, Peppino Gagliardi». Stima professionale e amore, cocktail inebriante. «L’ho vissuto come in un sogno, stemmo due anni insieme, ma lui m’ha abbuffato ‘e corna. Un giorno ricordo passeggiavo in via dei Mille per lo shopping, eravamo sotto braccio. Due donne, dall’altra parte del marciapiede, si fermarono. “Marì?”, “Che rè?”, “Angela Luce e Peppino Gagliardi, quanto è bella essa, quanto è brutto isso”. Ecco, la gente ci inquadrava così: lei bella, lui brutto. Ma Peppino non si lasciava condizionare e mi diceva: “Tanto tu te viene a cuccà cu’ mmè». Altri tempi, delizie da dolce possesso, musica, canzoni, amore, tutto in una storia a due.

I rapporti con Merola
e il sincero plauso
per due “giovani”:
Sal Da Vinci e Gigi Finizio

vlcsnap2011091520h19m27Tentiamo nuove incursioni, ma è difficile entrare nel flusso irresistibile del discorso. Napoli? «Se ne vanno tutti quanti». I neomelodici? «Fatemi, per favore, domande pertinenti». Gigi D’Alessio? «È bravo ma se cantasse come suona sarebbe meglio. È stato tanti anni fa maestro del complesso che mi accompagnava e quando gli hanno chiesto, in una trasmissione, di fare i nomi di due importanti artisti della tradizione lui ha detto, senza pensarci su: “Mario Merola e Angela Luce”». I cantanti napoletani più bravi? Risposta secca: «Gigi Finizio e Sal Da Vinci». Il fiume a volte tracima e conosciamo così anche l’Angela Luce caustica, vagamente fustigatrice di usi e costumi del mondo dello spettacolo. Prevale, però, il ricordo di anni e incontri solari, le ombre la signora preferisce lasciarle tra le ortiche del temp o, e glissa. «Mario Merola? L’ho sempre stimato». E così per Gloria Christian (“grande artista”), per Fiorello e Gennaro Cosmo Parlato (“sono bravissimi”), due voci, questi ultimi due, inserite insieme con lei ed altri interpreti napoletani nel nuovo film cult di John Turturro.
Angela Luce ha liberato per un’ora i suoi “oggetti interni”, li ha ri-animati in un affresco mobilissimo lasciando che il passato incontrasse il presente fino a spingersi in un vaticinio: «Io nun voglio sentì cchiù ‘a frase: presto toglieremo ‘a munnezza ‘a terra. No, ‘a munnezza l’hanno levà pe’ sempe. Io sono credente non osservante, ma questa cosa quà la chiedo non in nome di Dio ma pe’ canzone ca hanno fatto cunoscere Napoli nel mondo. Chesta è ‘a città e “Torna a Surriento”, “Voce ‘e notte”, “I te vurria vasa”. A munnezza è un sacrilegio, l’hanna levà pe’ sempe».

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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