Ven. Ago 23rd, 2019

I Confronti

Inserto di SalernoSera

Anni 70 / Sulla faccia di Milano l’orma del terrore

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di Renato Trombelli
di Renato Trombelli

scontri-amicis-milano-152551Cosa si intende quando si parla di anni di piombo? A quale preciso periodo ci si riferisce? Cos’è la strategia della tensione? O l’autunno caldo? O ancora: cosa si vuol dire quando si parla di compromesso storico e convergenze parallele? Cosa significano e quando si diffusero slogan come “L’immaginazione al potere”, “Tutto il potere al popolo”, “Stato stragista”? Se tutte queste domande, oggi, si facessero a una persona, all’incirca, di 30 anni… quasi sicuramente non si otterrebbe alcuna riposta. Molto probabilmente quella persona non saprebbe proprio di cosa si stia parlando.

Questo perché quel periodo di storia italiana – gli intensi e violenti anni ’70 con tutti i loro innumerevoli strascichi, iniziati, in realtà, qualche giorno prima con Piazza Fontana e terminati con il 1980 – risulta, tranne rare eccezioni, del tutto sconosciuto ai giovani d’oggi. Altri che, invece, quegli anni li hanno vissuti… li hanno anche rimossi o dimenticati troppo in fretta. Magari ricordano di essi la parte ludens: la prima Domenica In con Corrado, Portobello di Enzo Tortora, Alto gradimento in radio con Arbore, le provocazioni della rivista satirica Il Male (con il titolo della finta Repubblica “Lo Stato si è estinto”), l’introduzione del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano e la vittoria dei “No” al referendum per l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, che lo aveva legalizzato.

Cose di cui ancora oggi si può avere nostalgia. Quella che, al contrario, non si ha per le stragi, per i colpi di P38 riecheggianti quotidianamente nelle strade, per i numerosissimi atti di violenza di matrice ideologica e politica commessi in quel periodo. Così come nostalgia non si ha neppure per il terremoto del Friuli del ’76 o per quello in Irpinia dell’80, per gli scandali petroli e Lockheed, per la nube tossica di Seveso, per i mali endemici del Sud e di una Napoli che si divise tra il miracolo di S. Gennaro e il colera.

In realtà, al di là di questo panorama inquietante, ci si accorge che quel decennio è ancora e più che mai tra noi. Perché molti problemi aperti, scoppiati allora, non sono stati per nulla risolti. E molte vicende di quegli anni sono ancora oggi avvolte nel mistero così come molte tragedie devono ancora essere chiarite. Quegli anni sono sempre tra noi anche per le leggi che, dopo l’assassinio di Aldo Moro, furono varate per combattere il terrorismo in quel momento all’apice e che tendevano a premiare i pentiti. Grazie a quelle leggi i terroristi furono sconfitti, ma abbiamo addosso ancora oggi le conseguenze devastanti di quegli eventi.

Per tutti questi motivi vale la pena tornare a riflettere sull’Italia degli anni ’70, sulle dinamiche che, in quella fase storica, si svilupparono in tante città, del “profondo” Nord e del “profondo” Sud. Per offrirne una rilettura: dura, severa ma, al tempo stesso, utile. Affinché tale decennio non sia più il “buco nero” per eccellenza della storia della Repubblica Italiana e luoghi come Piazza Fontana, Piazza della Loggia, via Fani, via Caetani, la stazione di Bologna (per citare quelli più noti) non siano solamente parole da digitare e cliccare su Google in un unico giorno dell’anno: quello, triste, dell’anniversario.

 

***

 

Milano, quel pomeriggio, era placida. Placida e quasi sonnacchiosa nel suo freddo autunno/quasi inverno. Non che quella tranquillità fosse quotidiana in quello scorcio di fine anni ’60. C’era stato il ’68 che aveva portato all’occupazione dell’università. E poi Milano, città (anche) di operai, nell’ottobre del ’68 aveva vissuto il grande sciopero della Pirelli Bicocca, uno dei più lunghi e più aspri che si ricordino in Italia. Uno sciopero che avrebbe anticipato di un anno quell’autunno caldo in cui le lotte sindacali operaie avrebbero trovato come alleati gli studenti, per dar vita a una stagione di duri scontri sociali. Ma fino ad allora gli episodi di sangue e violenza erano stati pochi: qualche sporadica azione della banda Cavallero o qualche scontro nelle manifestazioni. In uno di questi, in quel maledetto autunno/quasi inverno, aveva perso la vita a 22 anni, colpito da una spranga di ferro, Antonio Annarumma, agente di polizia originario di Monteforte Irpino.

Lenta scorreva la vita della grande città: le grandi vie del centro, pieni di negozi e botteghe, e la periferia, fino ai Navigli, con le sue fabbriche e con gli striscioni da usare nei cortei. E, tutt’intorno, un fiorire di latterie, drogherie, panetterie, trattorie, edicole, in un’atmosfera ancora pervasa dai segni del boom economico di cui Milano era stata vero e proprio manifesto, e che, di lì a poco, sarebbe mutata del tutto. Era, questa, la Milano di Jannacci, del primo Gaber, della Vanoni che interpretava le canzoni della mala, del cabaret non ancora soppiantato dalla televisione. Nei cinema venivano proiettati Passione di Bergman e Andrej Rublëv di Tarkovskij e in alcune sale, chiamate di “terza visione”, con 400 lire si potevano vedere due film. E poi, naturalmente, c’erano i teatri, come il Gerolamo in piazza Beccaria dove, in particolare con Ivan Della Mea, andava in scena la canzone politica.

Una città “disordinatamente composita”, piena di vita e fermento… la vita e il fermento di ogni giorno, anche di quel venerdì 12 dicembre 1969, giornata di mercato. In Piazza Fontana, sede della Banca dell’Agricoltura, c’erano molti clienti: fittavoli, coltivatori diretti, imprenditori agricoli che discutevano i loro affari. Natale era vicino, la chiusura delle contrattazioni era stata anticipata al pomeriggio. Alle 16.37 tutto si fermò: una bomba esplose provocando la morte di 17 persone. Tantissimi i feriti. Lo spettacolo era raccapricciante: corpi mutilati giacevano nel salone squarciato della Banca, tra suppellettili e calcinacci.

In quel giorno Milano cambiò. E cambiò anche l’Italia. Come se, in un colpo solo, si fosse persa l’innocenza. Per molti Piazza Fontana rappresentò così un crinale: non erano più sufficienti cortei e manifestazioni, occorreva alzare il tiro, impugnare un’arma e sparare. Anche contro lo Stato (e i suoi servizi segreti) da cui, per la prima volta, ci si sentiva ingannati, traditi. Era l’inizio della strategia della tensione e degli anni di piombo. E l’allegra agitazione, il ricco fermento, il costruttivo disordine che avevano caratterizzato fino ad allora Milano… tutto improvvisamente sparì. Per lasciare il posto a una stagione tesa e plumbea fatta di sospetti e depistaggi. Una stagione di violenza, dolore e morte.

 

***

 

Quando, lunedì 15 dicembre, furono celebrati i funerali di quelle 17 vittime povere e innocenti, con l’unico torto di essersi trovate, tre giorni prima, nel posto sbagliato al momento sbagliato, il cielo sopra Milano era terribilmente buio. La città era attonita, muta e impaurita dalla potenziale spirale di tensione e odio che quella bomba aveva preannunciato e da cui, puntualmente, sarebbe stata seguita.

La violenza e la morte, da questo momento, sarebbero ricorse in maniera fin troppo usuale e, nel corso degli anni, avrebbero pagato il loro tributo, tra i tanti, i vari Pinelli (scomparso proprio in quello stesso 15 dicembre), Saltarelli, Feltrinelli, Calabresi, Alessandrini, Ambrosoli, Tobagi. Persone totalmente diverse tra loro, ma accomunate da uno stesso tremendo destino.

Gli scontri tra operai e soprattutto studenti da una parte e forze dell’ordine dall’altra, nei vari cortei e nelle numerose manifestazioni, si sarebbero così fatti sempre più cruenti e duri. Cominciarono, inoltre, a susseguirsi veri e propri attentati: il più noto è quello compiuto dall’anarchico individualista (come egli stesso si proclamò) Bertoli alla questura, il 17 maggio 1973, che provocò la morte di 4 persone. E, accanto allo stragismo di destra, cominciò a farsi strada il terrorismo di sinistra con la formazione delle prime cellule delle Brigate Rosse. Siamo nei primi anni ’70, ancora agli albori di quella che, poi, sarebbe diventata la più grande organizzazione terroristica italiana. È soprattutto nelle fabbriche (come la Pirelli, la Sit Siemens, l’Alfa Romeo), tra gli operai, che l’ideologia brigatista sarebbe attecchita in tutta la sua (primordiale) forza. Non a caso Mario Moretti – massimo leader delle BR dal 1976 fino alla cattura avvenuta nel 1981, nonché, secondo la maggior parte delle testimonianze, esecutore materiale del delitto Moro – proveniva dalla Sit Siemens. I primi sequestri, puramente dimostrativi (duravano poche ore), riguardarono dirigenti di fabbrica, come Macchiarini (Sit Siemens) e Mincuzzi (Alfa Romeo). Ben presto, poi, le BR avrebbero raccolto proseliti anche tra gli studenti dei quartieri popolari di Milano, da Quarto Oggiaro a Lorenteggio al Giambellino.

Così Milano si era inesorabilmente trasformata in una città avvolta da una sensazione di continua angoscia, solitudine e desolazione. Alle 21 di ogni giorno il suo centro era deserto e silenzioso, in un’atmosfera quasi irreale per una città abituata a trarre proprio dalla notte la linfa e gli spunti per il dinamismo mattutino.

Buia e deserta era la zona dei grattacieli e bui e deserti erano gli antichi quartieri popolari e quelli residenziali. C’era poca vita anche in via Manzoni e via Montenapoleone ed erano spariti del tutto i “capannelli” di Piazza Duomo dove, fino a pochi anni prima, la gente discuteva e litigava di politica e di sport fino alle 3 del mattino.

Una città vecchia e invivibile, in progressivo deterioramento; una metropoli che aveva perso tutti i vantaggi della grande città ma ne aveva conservato i disagi e le alienazioni. Milano, in questi terribili anni di piombo, era di certo impaurita ma, allo stesso tempo, incuteva paura. Non era più pericolosa di altre città ma, camminando di sera per le sue strade silenziose e vuote, si aveva sempre l’impressione inquietante di potere essere improvvisamente aggrediti da un pericolo nascosto ma vicino, impossibile da individuare. Perché il pericolo era la città stessa.

 

 

 

 

 

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