Annunciamo tutti la ‘bella notizia’

Annunciamo tutti la ‘bella notizia’
di Michele Santagelo

seminatoreLa liturgia di questa XV domenica del tempo ordinario riprende il tema dei profeti orientando la riflessione sulla chiamata e sull’affido della missione da parte del Signore, che chiama, quando, come e chi vuole, senza esame dell’eventuale curriculum, e senza preferenza di persone, come fa con il profeta Amos che fu chiamato all’esercizio della profezia, preso quasi di peso dal “di dietro al bestiame” e investito della delicata missione: “Il Signore mi disse: va’, profetizza al mio popolo Israele”. Il tipo di chiamata, per Amos, chiarisce anche la tipologia del profeta biblico rispetto agli altri profeti, quelli che, come Amasia si ponevano al servizio di chi deteneva il potere religioso e politico. Amos infatti fu cacciato via  dai territori del regno del Nord dove il tempio era il santuario del re e il tempio del regno, dove la scelta dei profeti era funzionale alle esigenze e alle attese di  chi regnava. Ed è per questo che Amos viene invitato, senza tanti complimenti, ad andare a profetizzare altrove. Il profeta biblico, infatti, si pone al servizio dell’uomo che avverte il bisogno di comunicare con Dio, di ascoltarne La Parola. Proprio questo bisogno è in cima ai suoi pensieri, alle sue preoccupazioni. In questa direzione si muove anche il brano del vangelo di Marco. Gesù manda i suoi apostoli a due a due per città e villaggi, dove Lui stesso fino allora aveva provveduto ad annunciare il suo regno e la paternità di Dio al popolo messianico che aveva avuto inizio nella e attraverso la sua persona e nella sua Pasqua. La missione che affida loro è la stessa da Lui portata avanti per tanto tempo fornendo loro gli strumenti giusti per rendere più credibile la loro predicazione, come quello di avere “potere sugli spiriti immondi”. Non  tanto strumenti materiali, quindi; “ordinò loro che oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”, così come aveva fatto Gesù, povero tra i poveri, e totalmente fiducioso nell’amore del Padre. Gesù aveva compreso che nel fondo del cuore di tutta quella gente che lo seguiva nei suoi spostamenti c’era un’ansia di felicità, anche di libertà nei confronti delle tante realtà terrene, e che il mondo di cui quella gente era espressione, anche quello religioso, non appagava, nonostante, come nel mondo di oggi, i tanti diversivi più o meno durevoli, gli interessi più o meno profondi che tenevano agganciata la gente. Ma in fondo a questi, come oggi ancora, ciò che regnava era un individualismo sempre più accentuato, che produceva solitudine, angoscia, incapacità a guardare oltre i propri bisogni materiali, oltre le quotidiane tristezze, ad aprirsi verso le attese degli altri. Gesù aveva compreso tutto ciò e non voleva lasciare nessuno solo a confrontarsi con queste tristi realtà e quasi sempre senza via d’uscita. Ed ecco il rimedio da Dio immaginato da tutta l’eternità e partecipato da Gesù stesso e, su suo mandato,  prima dai dodici apostoli e poi dalla Chiesa a tutti gli uomini di tutti tempi. “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato”. In fondo questo è il compito primario degli apostoli ed anche il motivo principale per cui Egli ha istituito la Chiesa, quello di proclamare il vangelo, la “bella notizia” che nonostante tante cose di segno contrario: le discordie, le guerre, l’egoismo, così spesso l’apparente trionfo del male che si manifesta in svariate forme, Dio ama gli uomini e li invita a vivere per sempre con lui; proclamarlo a tutti, di generazione in generazione, nel mondo intero; annunciarlo a chi ancora non lo sa, ricordarlo a chi tende a dimenticarsene o a trascurarlo. Compito che non è esclusivo del papa, dei vescovi, dei preti. Tutta la Chiesa come tale è missionaria, dunque tutti quanti ne fanno parte, ciascuno  a suo modo, secondo i doni ricevuti e le circostanze in cui viene a trovarsi, ma secondo itinerari comuni: come, ad esempio,  un comportamento coerente, la pratica dell’amore del prossimo, e la non-reticenza, cioè il coraggio di dichiararsi, quando occorre, per quello che si è; il coraggio di manifestare la propria fede.

 

redazioneIconfronti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *