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“Antigone” con regia di servizio e attori “porta-parola”

“Antigone” con regia di servizio e attori “porta-parola”
di Pasquale De Cristofaro
Fot: www.terza-pagina.it

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“Sir le mot” vince al Comunale. Mi spiego. L’ultimo spettacolo visto al teatro Verdi è stato “Antigone” nella versione rielaborata da Valeria Parrella, giovane ma già affermata scrittrice. Dico subito che l’operazione, interessante ed audace, non mi ha particolarmente colpito. La Parrella usa il testo sofocleo solo come pre-testo. Alla volontà di Antigone di seppellire il corpo del fratello Polinice nemico della Patria nonostante il divieto di Creonte tiranno e zio della stessa, qui, la drammaturga sposta tutto l’agone dialettico sul concetto di un pietoso “fine vita” che Antigone vorrebbe concedere al fratello in coma e che “il Legislatore”, invece, nega attraverso un accanimento terapeutico. Per rendere tutto più plausibile la giovane scrittrice, infatti, rinomina Creonte come “il Legislatore” e riduce il coro a solo due attori giustificando questo come il segno dei tempi. Il coro non rappresenta più l’intera comunità bensì è il portavoce di se stesso. Il senso della tragedia antica smarrito per sempre e precipitato in un più borghese “dramma da camera”. Ora, a parte le differenze sostanziali tra la tragedia e la sua rielaborazione (Polinice in Sofocle è morto, qui, è in coma), a me sembra che la stessa motivazione di tutta l’operazione drammaturgica mostri una qualche debolezza strutturale. Il linguaggio della Parrella è alto, senza alcun cedimento alla parlata mimetico-discorsiva; lo stile profondo ed oracolare rendono il testo capace di assumere su di sé un’importanza non da poco, eppure … La messa in scena di Luca De Fusco mi è sembrata troppo ossequiosa della parola del testo tanto da sacrificare ad essa l’azione. Una scena afasica, fatta di stazioni, posizionamenti, lame sottili di luci che trapassano un buio molto fitto e attori che si limitano a non agire se non portare la parola dell’autrice. Attori bravi, in verità, sacrificati nel semplice ruolo di “porta-parola”. Tutto questo, mi è sembrato davvero troppo: una vera e propria resa della teatralità. E non bastava di certo quel troppo insistito “primo piano” degli stessi attori sul velatino in proscenio per dare un minimo di movimento ad una regia di “servizio”. Infine, se la scrittrice voleva porre la giusta attenzione su un tema così sentito nella società odierna del “fine vita”, perché scomodare Sofocle e non scrivere qualcosa di completamente nuovo? Forse, perché, si ha bisogno di quarti di nobiltà per entrare nei cartelloni pubblici? Se così è, signori miei siamo messi molto male con buona pace di chi continua a far finta di niente. L’Italia vive un momento davvero buio e la sua cultura non se la passa certo meglio.

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© 2012 iConfronti-inserto di Salernosera (Aut. n. 26 del 28/11/2011). Direttore: Andrea Manzi. Contatti: info@iconfronti.it

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