Antimafia non a parole

Antimafia non a parole
di Aniello Manganiello
Don Manganiello
Don Manganiello

Vent’anni fa don Peppino Diana scrisse, con la sua morte violenta, il messaggio più bello e intenso diretto all’Italia libera, civile e consapevole: ci chiese, don Peppino, di impegnarci con ogni forza e tanta convinzione a sbarrare la strada alla camorra, a tutte le mafie, anche quelle più mimetizzate e subdole. Divenne simbolo senza volerlo quel prete. Egli non credeva agli eroi nella misura in cui, per lui, erano la legalità e la non violenza i presupposti per una vita degna di essere vissuta e di essere spesa a vent’anni da quella morte, la libertà che don Diana ci chiese di erigere a fondamento della nostra vita è diventata un lusso. Non tutti, infatti, sono convinti di doverne fare uso. No, della libertà si può fare a meno, pensano soprattutto i giovani: l’essenziale è stare bene, essere paghi di consumismo e di agi, di ozi e di soldi. I nostri ragazzi la pensano così e delegano la lotte contro le mafie agli altri, a quelli che vanno ai cortei, alle assemblee, agli incontri pubblici. Don Peppino non voleva questo, non ha mai chiesto di costruire trincee spettacolari per la guerra agli abusi e alla lesione dei diritti. L’unica trincea è la vita in tutte le sue espressioni, in ogni sua estensione, professionale, familiare, istituzionale. Deve comparire tra noi tutti, in altri termini, una pratica della libertà nella quale l’etica deve diventare vita, anzi etica e vita dovranno stringere un patto e diventare un’unità inossidabile.
Occorre lavorare sodo, educare, indicare la strada e soprattutto insegnare che non può esserci separazione tra la cultura dell’onestà e una vita onesta. Devono essere la stessa cosa, altrimenti le manifestazioni e le mobilitazioni avranno soltanto il valore di sterile propaganda. Ma noi della propaganda non abbiamo bisogno, vogliamo condotte etiche, non prediche moraleggianti.
Mi sia consentito di aggiungere, nel ricordare con affetto il caro don Peppino, che anche lo Stato non sembra voler combattere per davvero questa battaglia di libertà. Come si può essere credibili continuando a reprimere soltanto? Io non vedo un serio, concreto impegno nel prevenire il crimine. Eppure, una strada maestra ci sarebbe: eliminare o limitare le ingiustizie sociali, creare lavoro, togliere a chi ha troppo e ridistribuire con equità e visione prospettica. Invece, da questo punto di vista, non accade mai nulla di sostanziale e la miseria estende il suo perimetro, allarga i confini del suo impero.
Si stima in 300 miliardi l’anno il fatturato delle mafie: se esistono le stime, significa che si è monitorato il fenomeno. Dunque, perché non si aggrediscono questi beni seguendo corsie preferenziali, superando gli ostacoli e facendo in modo di investire tale ricchezza in attività produttive? Se a questo giacimento di illegalità sommiamo il fatturato della corruzione (altri 60 miliardi l’anno) si ha la misura di come l’Italia civile e produttiva viva nella morsa di un potere criminale di grandi dimensioni che comprime la legalità e condiziona ogni cosa. Nonostante sia così evidente questa emergenza, non si provvede con la speditezza che la situazione attuale imporrebbe alla confisca dei beni delle mafie. Gli averi dei malavitosi restano semplicemente sequestrati e quando qualche confisca viene effettuata non si mettono questi beni a disposizione di chi li richiede per attività sociali che potrebbero aiutare le comunità soprattutto nei territori di confine. Una burocratizzazione assurda delle attività antimafia, a meno che non si tratti di “Libera”, rete alla quale viene riconosciuta una sorta di monopolio delle attività contro la criminalità, garantendo ad essa ogni corsia preferenziale. Invece, esistono tante associazioni che esprimono una forte, vitalissima tensione sociale, pur non riconoscendosi in quel contenitore. È il caso di “Ultimi” e di tante altre espressioni di sincero spirito di partecipazione e di legalità. Ed è anche a nome di queste realtà, che qualcuno ha interesse a mantenere sottotraccia, che riaffermo, nel ventennale dell’assassinio di don Peppe Diana, il mio impegno per la legalità e la democrazia, auspicando che alla stagione dei proclami e della retorica segua finalmente l’antimafia della carità che, evitando i clamori, produce grandi frutti e insperate conversioni.

redazioneIconfronti

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