Aree protette patrimoni di comunità

Aree protette patrimoni di comunità

Domani sera, mercoledì, alle 20,45, serata culturale promossa dalla redazione de “Il Paradosso”, la rivista per la promozione dello sviluppo che è organo ufficiale della Fondazione Alario per Elea-Velia onlus. Nel corso della serata, il direttore editoriale Carmelo Conte, il direttore responsabile Andrea Manzi, la redazione e i collaboratori del periodico-laboratorio si confronteranno con lettori, amministratori e rappresentanti della società civile della Città del Parco (Cilento/Diano/Alburni). La manifestazione si terrà nel cortile del monumentale complesso Alario di Ascea Marina.
Riportiamo, per gentile concessione dell’editore, l’articolo di apertura del numero di agosto de Il Paradosso, che è in edicola dagli inizi del mese.

 

di Domenico Nicoletti *

Domenico Nicoletti
Domenico Nicoletti

Quale ruolo potrà svolgere un’area protetta nel configurare il nostro futuro? e più precisamente nel ricostruire quel rapporto uomo/natura, che con ogni evidenza rappresenta una delle sfide centrali del nuovo millennio? Una nuova collaborazione tra processi sociali e naturali implica d’altronde un’adeguata comprensione di come le dinamiche ecologiche e le relazioni ambientali influenzano le scelte umane e sono a loro volta influenzate da esse.

I Parchi in Italia e soprattutto al sud, hanno offerto, fin dalla loro nascita, uno straordinario terreno di sperimentazione per ricostruire quelle condizioni di alleanza tra uomo e ambiente naturale che nel passato hanno reso i territori testimonianza di cultura e civiltà. La riscoperta di nuovi ruoli e funzioni dei territori, in termini di qualità paesaggistica ed ambientale, ha contribuito in misura notevole all’avanzamento della conoscenza e dei tentativi di “progettare con la natura“.

Questo contributo sta diventando sempre più importante ed insostituibile, in relazione alla devastazioni ambientali, al dissesto idrogeologico ed al degrado degli spazi naturali. Ad esso si associa la missione educativa dei Parchi, sempre più spesso concepiti come punti focali per l’educazione ambientale. Mediante le attività di comunicazione e di “interpretazione” (che, non a caso, occupano uno spazio crescente nelle politiche dei Parchi) si può aiutare la gente ad imparare a vivere in armonia con la natura. Infine, le politiche dei Parchi svolgono un ruolo di crescente importanza nella valorizzazione delle identità locali, vale a dire nei confronti delle sfide centrali della globalizzazione. Nell’esperienza dei territori del Mezzogiorno, i Parchi sono sempre più spesso concepiti come strumenti essenziali di rivalutazione e rafforzamento dei valori, delle specificità e delle culture locali. Localizzati spesso in aree “marginali“, esposte al declino economico, sociale e culturale, essi possono essere visti dalle comunità locali come un mezzo per affermare i loro diritti, le loro competenze e la loro identità collettiva.

È così possibile far emergere il “territorio”, nelle sue varie componenti, come sistema di valori e di relazioni, in cui le realtà locali si propongono come interpreti insostituibili per affrontare in modo efficace, risolutivo ed equo i grandi e i piccoli problemi connessi a una gestione sostenibile del territorio fondata su processi di sviluppo condivisi.

Nel caso delle aree protette, è proprio il “territorio” a offrire esperienze antiche e consolidate di gestione delle risorse naturali, attuate dalle comunità locali attraverso strutture organizzative sviluppate nel corso di millenni e modulate sulle caratteristiche delle specifiche realtà, per rispondere a criteri da un lato di conservazione e incremento delle risorse stesse e dall’altro di equa ripartizione dei prodotti e delle produzioni. Questa consapevolezza, che è condizione di base per la loro esistenza, riconosce l’attualità di queste esperienze che possono contribuire al processo di modernizzazione della società, orientando processi di rivitalizzazione economica e di riassetto ambientale che garantiscano sia usi ragionati e controllati delle risorse e del territorio, nonché equi e accessibili, sia rinascita socio-culturale in quanto fattori di integrazione e coesione sociale quindi di veri e propri “patrimoni di comunità”.

È evidente l’importanza di fare riemergere queste realtà nella prospettiva di consolidarne la presenza sul territorio e di valorizzarne l’esperienza per garantire il raggiungimento degli obiettivi accennati anche attraverso la modulazione delle sue strategie nelle politiche orientate alla tutela, alla conservazione ed allo sviluppo delle risorse locali. Esperienza di censimento ed indagine condotta con la Banca Mondiale sulle Conoscenze tradizionali dell’UNESCO e il loro uso innovativo (www.tkwb.org).

Come espressione di una nuova, seppur confusa e controversa, soggettività territoriale, le aree protette hanno contribuito ad una nuova consapevolezza e ad aprire spazi strategici al “progetto locale“, evitando il rischio che la conservazione dei valori locali si inaridisca in una difesa nostalgica e senza speranza del passato, inserendo tali valori in reti aperte di innovazione e di sviluppo sociale e culturale.

Negli ultimi anni, le politiche internazionali in materia di tutela della natura si sono arricchite di nuovi riferimenti concettuali ed operativi, di esigenze e di strategie, frutto di esperienze culturali, scientifiche e politiche che hanno aggiornato la missione delle aree protette, rendendola più funzionale e moderna rispetto ai soli target di conservazione della biodiversità a cui oggi si aggiungono e si integrano altri importanti obiettivi quali la lotta alla povertà ed un reale possibile nuovo modello di sostenibilità la cui sfida sta davanti a noi.

La loro attualità sta tutta nella capacità, che rappresentano, di aiutarci a ricercare processi decisionali partecipati e il più possibile condivisi, fondati su obiettivi di sviluppo sostenibile ed equi; si tratta di un’esigenza ineludibile e comune per tutti i paesi, condizione per garantire la salvaguardia delle risorse, una migliore qualità della vita e la prevenzione di conflitti.

In Italia, la recente assunzione della Strategia Nazionale della Biodiversità, ha lasciato intravvedere non solo un nuovo modello di condivisione nazionale nello scenario internazionale delle politiche ambientali, ma anche l’approccio ai nuovi “paradigmi” posti dalla società contemporanea, precisando che “le aree protette debbono unire al loro obiettivo primario ed irrinunciabile di laboratori per la conservazione e l’aumento della biodiversità, servizi eco sistemici aggiuntivi ed integrativi attraverso lo sviluppo di attività sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale”. Ed ancora:“L’efficacia delle aree protette è collegata all’appoggio che esse riscuotono presso le comunità locali che vivono al loro interno o che comunque dipendono da esse, nonché dagli altri portatori di interesse a tutti i livelli (locali, nazionali, regionali, globali).

Già nel 2001 da A. Phillips (presidente dell’IUCNWCPA), lanciava il nuovo paradigma dei Parchi poi consacrato e sviluppato nella Conferenza mondiale di Durban nel settembre 2003, con rilevanti implicazioni per la ricerca della qualità nelle politiche dei Parchi. I molti dibattiti, i ripensamenti critici e le proposte emerse nel corso della Conferenza indicano importanti cambiamenti di rotta, su cui anche in Italia sarebbe opportuno riflettere e confrontarsi:

il definitivo superamento delle concezioni insulari delle aree protette, in favore di una vera e propria territorializzazione delle politiche che le riguardano, basata sul riconoscimento che esse fanno parte inscindibile di più vasti sistemi ecologici, economici, sociali e culturali;

il pieno riconoscimento della inseparabilità dei problemi ambientali a tutti i livelli da quelli sociali ed economici, e quindi delle politiche di conservazione da quelle volte a promuovere lo sviluppo sostenibile.

Le nuove parole d’ordine – LAVORARE CON, PER E MEDIANTE LE COMUNITÀ LOCALI, OCCUPARSI MENO DEI VISITATORI E PIÙ DEGLI ATTORI LOCALI, SPOSTARE L’ATTENZIONE SULLE RETI E LE CONNESSIONI – ruotano attorno a questa duplice indicazione.

Allo stato, nonostante i ritardi normativi e la mancata assunzione di un modello avanzato di gestione delle Aree Protette secondo i richiamati principi ed indirizzi promossi dall’IUCN e da EUROPARK, bisogna prendere atto, come precisa la stessa Strategia Nazionale della Biodiversità che le aree protette svolgono nuovi e più significativi ruoli :

– sono veri e propri “serbatoi” e laboratori per la conservazione del territorio, del paesaggio, degli ecosistemi, degli habitat e delle specie;

– contribuiscono in modo sostanziale al mantenimento e alla valorizzazione delle buone pratiche e delle culture tradizionali, con particolare riferimento al comparto rurale e alla pesca;

– esercitano un ruolo cardine per la diffusione dell’educazione ambientale e la formazione delle nuove generazioni sull’importanza intrinseca della biodiversità e sulle opportunità economiche e di sviluppo sostenibile che da essa derivano;

– assicurano, valorizzano e promuovono i benefici derivanti dai servizi ecosistemici;

– sono luoghi privilegiati per la promozione, la pratica e la diffusione della ricerca scientifica, lo sviluppo di modalità di processi partecipativi per la gestione del territorio e lo sviluppo sostenibile;

– rappresentano territori vocati all’esercizio ed alla sperimentazione di modelli turistici indirizzati alla diffusione della consapevolezza, responsabilità e sostenibilità ambientale;

– costituiscono, insieme ai siti della Rete Natura 2000, tessere irrinunciabili per la definizione delle “reti ecologiche” sia quali nodi che come corridoi e stepping stones;

– sono depositarie di un prezioso know-how sulla gestione delle risorse naturali e sulle modalità di organizzazione interna da utilizzare e trasferire in ambito di iniziative di cooperazione internazionale, con particolare riferimento al bacino del Mediterraneo; 

– rappresentano un “modello integrato di sviluppo” che, seppure implementabile, costituisce l’esempio tangibile dell’effettiva percorribilità di percorsi che vedono nella conservazione e la promozione della biodiversità il motore primario per il conseguimento di benessere sociale e di opportunità di sviluppo locale durevole e sostenibile.

Permangono tuttavia alcune significative criticità che possono essere come di seguito sintetizzate:

– carenza nell’approccio strategico, sistemico e sinergico nella gestione delle aree protette, e di raccordo istituzionale sia a livello centrale che locale;

– mancanza di strumenti di comunicazione-condivisione e partecipazione nella gestione e salvaguardia delle aree protette;

– carenza e non omogenea disponibilità delle conoscenze naturalistiche e socio-economiche di base da utilizzare quali punti di riferimento per le scelte operative e gestionali da parte di decisori spesso lontani dalle aspettative locali;

– carenza nell’azione formativa per il raggiungimento di un omogeneo livello professionale del personale delle aree protette, con riferimento a tutti i ruoli;

– mancanza delle capacità di concertazione-condivisione e partecipazione alla percezione delle opportunità e delle potenzialità di sviluppo economico e sociale offerte dalle aree protette e diffuso atteggiamento teso ad evidenziare i soli obblighi e divieti, da parte di amministrazioni, comunità locali e portatori di interesse;

– lentezza degli iter amministrativi e burocratici a partire dall’esperienza dei ritardi nell’approvazione degli strumenti di pianificazione e di sviluppo socio-economico;

– lentezza nell’iter istitutivo e nell’effettivo decollo del sistema delle aree marine protette,

– mancanza di modelli condivisi di valutazione e verifica ambientale ed economica dell’efficacia e dell’efficienza di gestione delle singole aree protette, da utilizzare sia a livello centrale che regionale e provinciale (bilanci sociali e naturalistici);

– carenza di figure professionali tecniche con spiccato profilo curriculare di settore negli enti di gestione, con inevitabili ripercussioni sul raggiungimento di adeguati obiettivi di conservazione e di sviluppo sostenibile;

– mancanza di modelli gestionali avanzati (manageriali) e di personale con profilo curriculare idoneo alla gestione di processi che talvolta richiedono rapide ed incisive valutazioni e decisioni conseguenti;

– scarsità di finanziamenti sia a livello statale che regionale, in relazione alla qualità ed alla quantità dei servizi offerti ed utilizzo non sempre coerente ed efficace dei fondi disponibili in riferimento agli obiettivi di conservazione discendenti dalla normativa nazionale.

Per quanto detto, è evidente il passaggio da una vecchia cultura dei Parchi agganciata alle funzioni e ruolo di conservazione della natura, sulla quale le aree protette si sono arroccate in questi anni senza adeguarsi ai cambiamenti e alle aspettative in atto e la nuova cultura dei Parchi che vede nella rinnovata consapevolezza delle realtà locali e quindi dei Comuni, il rilancio del futuro dei Parchi.

La stessa Strategia Nazionale della Biodiversità ravvisa la necessità di dare un forte impulso alla gestione delle aree protette, nella direzione del “fare sistema”, mettendo in comune e condividendo obiettivi di conservazione e di sviluppo sostenibile, investendo significative energie e risorse, e prevedendo l’avvio di una fase programmatica e progettuale “straordinaria” che veda nella Strategia Nazionale della Biodiversità il necessario punto di riferimento.

La legge quadro sulle aree protette n. 394/91, dopo decenni di dibattiti e discussioni, è giunta in Parlamento con una condivisione pressoché unanime, essendo il testo definitivo frutto di lunghe intese e concertazioni di largo respiro. Le mediazioni e i punti di intesa portano sempre delle complessità e delle imperfezioni. Tuttavia, come spesso è stato affermato, la legge quadro rappresenta per il paese un traguardo storico, anche se con notevole ritardo nello scenario europeo e con un’impreparazione psicologica e culturale di una società che non aveva ancora finito di vivere la “grande transizione” guidata dallo sviluppo postindustriale (insofferente di ogni “vincolo ambientale” e contrapposto anche nell’immaginario collettivo alla conservazione della natura e dei segni del passato) e che stenta a misurarsi con le nuove culture della conoscenza, partecipazione e responsabilità.

Di qui, forse, la difficoltà ad immaginare forme innovative di sviluppo riconciliate con l’ambiente, capaci di recuperare le sapienze e i valori ereditari e soprattutto di “ricordarsi del futuro”, misurando costantemente gli effetti nel tempo delle scelte attuali. Ma anche la crescente imprevedibilità delle dinamiche reali (frutto del progresso tecnologico e del rapido passaggio dalla società dei luoghi alla società delle reti e della conoscenza) pesa sulla scarsa attitudine a “prevenire”, evitando i costi proibitivi dei collassi e degli insuccessi ambientali, ad inventare scelte prudenti e consapevoli, a ricostituire rapporti amichevoli con la terra.

Notevoli e lungimiranti le innovazioni principali:

a)    aver sancito il principio di “ garantire e promuovere, in forma coordinata, la conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale del paese”, e cioè “ delle formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e biologiche o gruppi di esse che hanno rilevante valore naturalistico ed ambientale”, attraverso il doppio regime della tutela e della gestione;

b)    aver introdotto un livello nazionale di macroanalisi (Carta della Natura),macropianificazione (Linee fondamentali di assetto del territorio) e macroprogrammazione (Programma triennale per le aree naturali protette);

c)     aver istituito un vero e proprio “sistema delle aree naturali protette di interesse internazionale, nazionale e regionale”, coordinato, attivato, finanziato, promosso e potenziato attraverso lo strumento del Programma Triennale che veniva, in sintesi, a configurarsi anche come un macropiano sovraordinato;

d)    aver destinato alle aree Parco ingenti risorse dirette (attraverso il finanziamento ordinario del sistema e quello straordinario con i Programmi triennali per le aree naturali protette) ed indirette ( in applicazione dell’art. 7 della legge), per la promozione di interventi di organizzazione, di promozione e di sviluppo sostenibile.

Tutto ciò consentiva, nel volgere di pochi anni, la realizzazione di un vasto ed organico sistema di aree protette nazionali e regionali che poneva, finalmente, l’Italia al passo con gli altri paesi europei, recuperando quel ritardo ultradecennale.

A soli cinque anni dall’entrata in vigore della legge, il primo elenco ufficiale delle aree naturali protette, fotografava una situazione sorprendentemente soddisfacente, non solo per la bontà dei risultati, ma soprattutto per la celerità, inusuale in Italia, con cui erano state attuate le previsioni della legge:

•2.107.000 ha. di superficie protetta, pari al 7% del territorio nazionale (di cui oltre 1.250.000 protetti a Parco Nazionale);

•13 nuovi Parchi nazionali istituiti, portando il totale a 18;

•155 riserve naturali statali;

•oltre 350 aree protette regionali e private.

Nel panorama nazionale ed internazionale non esiste altra legge che abbia prodotto altrettanti risultati in tempi così brevi. 

Le scelte e gli scenari nazionali ed internazionali, dalla Strategia Nazionale della Biodiversità alla Convenzione Europea del Paesaggio e la Carta Europea del Turismo Sostenibile e Responsabile, richiedono un quadro di riferimento innovativo e fortemente integrato alle politiche nazionali e alle strategie di sistema che si allinei con gli obiettivi 2020 della stessa Strategia Nazionale della Biodiversità. E quindi:

1. promuovere un’efficace politica nazionale per le aree protette, organicamente inserita nelle strategie per la conservazione della natura e in quelle per lo sviluppo economico e territoriale del Paese, basata sull’individuazione di obiettivi comuni e differenziati, lungimiranti ed ambiziosi e sulle strategie da adottare per la loro realizzazione;

2. porre le basi per un reale approccio sistemico delle aree protette favorendo, in particolare, la nascita e il potenziamento ove esistenti, di strutture tecniche a livello statale, regionale e locale in grado di garantire, attraverso l’assistenza e la fornitura di servizi qualificati, il necessario ed insostituibile raccordo interistituzionale e lo sviluppo del sistema delle aree protette in termini di performance ecologiche, sociali ed economiche;

3. sostituire la strumentazione di pianificazione, con più avanzati modelli di gestione e sviluppo socio-economico delle aree protette nazionali e regionali, (piani-progetto, progetti-azione) che oltre a individuare specifiche misure di conservazione per gli habitat e le specie di interesse comunitario se presenti, monitorando l’efficacia per la conservazione della biodiversità e dei servizi eco sistemici, sviluppando interventi su settori in sperimentazione e strategici per la nazione in attuazione delle più recenti direttive comunitarie in tema di energia, ambiente e sostenibilità.

4. rendere le aree protette effettivi punti focali dell’innovazione sui beni comuni, delle reti di ricerca e monitoraggio sul territorio per i temi inerenti la biodiversità e dei servizi eco sistemici, sede privilegiata di collaborazione con il mondo della ricerca scientifica ed universitaria;

5. superare con provvedimenti straordinari e immediati i ritardi nell’istituzione e nello start up delle aree marine protette;

6. supportare il sistema delle aree protette con finanziamenti adeguati e strumenti innovativi di autofinanziamento ed incentivo a nuovi modelli di produzione e creatività.

Considerata, l’attualità e il ruolo strategico delle aree protette, ribadito dalla Strategia Nazionale della Biodiversità, in un momento di particolare crisi del paese, è necessario operare scelte possibili e consapevoli, attraverso interventi mirati e puntuali che guardano all’efficacia e all’efficienza del sistema con una notevole dose di economicità, che l’ANCI propone attraverso:

1 – chiari riferimenti alle innovazioni nazionali ed internazionali nei principi e finalità;

2 – una riduzione drastica di comitati nazionali e consulte, utilizzando le strutture ministeriali quali strumenti di raccordo interistituzionali (SCN del MATT), con conseguente riduzione di costi e tempi burocratici;

3 – l’eliminazione delle “due presidenze” del modello gestionale attuale, con una sola presidenza dell’Ente Parco, che da una parte punti alla crescita di consapevolezza e responsabilità degli attori locali e dall’altra eviti sovrapposizioni e confusioni istituzionali, realizzando, anche in questo caso, una riduzione di costi e tempi burocratici;

4 – la garanzia della continuità amministrativa ed operativa (sostituendo la direzione del Parco) con una struttura manageriale (coordinatore ambientale dei Parchi) di emanazione Ministeriale che garantisca alta e consolidata competenza, responsabilità ed azione di raccordo costante tra le politiche nazionali e quelle locali;

5 – una concerta sburocratizzazione e semplificazione amministrativa (dal nulla osta, all’approvazione ed attuazione dei livelli di pianificazione e programmazione);

6 -l’aumento delle entrate da autofinanziamento con nuovi modelli e strumenti finanziari oltre che meccanismi di valorizzazione delle produzioni dei SERVIZI ECOSISTEMICI delle aree protette che garantirebbe non solo una sostanziale e concreta autonomia politica ed amministrativa, (fiscalità di vantaggio), ma anche la sperimentazione di nuovi modelli di impresa per il paese (green economy);

7 – una razionalizzazione delle responsabilità e delle competenze territoriali che in questi anni si sono sovrapposte e spesso sono andate in conflitto. Competenze del Ministero dei Beni Culturali (sul paesaggio e le componenti di matrice ambientale), regionali (usi civici e demani), provinciali (uso del territorio e delle acque), delle comunità montane (svincoli idrogeologici, manutenzione territoriale e attività antincendio), del corpo forestale (spesso in contrasto con l’azione delle Aree Protette) hanno fortemente inciso sul governo del territorio ed in particolare della matrice ambientale in aree ad elevata qualità naturalistica, senza trovare una sintesi nel governo del territorio. La missione delle aree protette deve trovare strumenti e modelli di sintesi che portano ad avere un quadro chiaro di ruoli e responsabilità nel momento in cui la razionalizzazione delle competenze richiede una drastica riduzione e concentrazione.

Tali prospettive, oltre a rispondere alle esigenze di protagonismo e responsabilità delle realtà locali, pongono di fronte ad una nuova e più complessa sfida legata all’esigenza di delineare con maggiore chiarezza ed operatività una gestione fortemente strutturata nell’organizzazione e nel modello manageriale per rispondere in maniera moderna e concreta al futuro, soprattutto nel mezzogiorno, dove sono assolutamente prioritarie e necessarie capacità e competenze qualificateper affrontare le sfide delle politiche di coesione con elevati livelli di programmazione e spesa delle risorse comunitarie, raccordando esigenze ed indirizzi nazionali sulle politiche delle aree protette, alle politiche regionali e locali.

La sburocratizzazione, nel rispetto dei ruoli e funzioni interistituzionali, attiene a passaggi assolutamente necessari se non vitali per la stessa comprensione dei processi di attuazione della pianificazione e programmazione attraverso i nuovi modelli della gestione e programmazione strategica ed operativa assumono carattere di immediatezza e chiara responsabilità sulla scorta di obiettivi, progetti ed azioni (pianificazione strategica).

 

Conclusioni

La sintetica analisi di quanto accaduto nella politica delle aree protette in italia e il grande cambiamento della cultura dei Parchi a livello internazionale, al quale l’Italia non ha saputo rispondere soprattutto per quanto attiene il ruolo delle realtà territoriali e le aspettative dei Comuni dei Parchi, evidenzia la necessità che le modifiche alla legge quadro sulle aree protette n.394/91 in discussione al Senato, sappiano cogliere i nuovi scenari gestionali ed operativi dando una concreta risposta al rilancio del protagonismo e la partecipazione attiva delle realtà locali, senza stravolgere l’assetto normativo, ma garantendo ai Parchi del terzo millennio, di adempiere alle nuove funzioni strategiche che sono chiamati ad attuare per gli anni a venire dovendo: “unire al loro obiettivo primario ed irrinunciabile dilaboratori per la conservazione e l’aumento della biodiversità, servizi eco sistemici aggiuntivi ed integrativi attraverso lo sviluppo di attività sostenibili dal punto di vista ambientale, economico e sociale”.

Le aree protette in Italia, possono realmente rappresentare i laboratori di sperimentazione ed innovazione di modelli e strumenti avanzati di applicazione della Strategia Nazionale della Biodiversità e di valutazione e verifica di come i servizi eco sistemici possano contribuire in termini di risorse economiche aggiuntive alla gestione e alla vita delle aree protette. In tal modo la politica delle aree protette, oltre a dare un contributo alla fuoriuscita dalla crisi del paese, fornisce al territorio una nuova sfida nella possibile implementazione della cosiddetta green economy attraverso strumenti e modelli di approccio sostenibile e fortemente strutturati sulle proprie risorse (naturali, umane e culturali) per affrontare i nuovi paradigmi della società contemporanea.

La politica dei Parchi del terzo millennio, indirizzata sempre di più al potenziamento delle produzioni naturali e di qualità, al turismo sostenibile e responsabile, alla ottimale utilizzazione delle risorse ecosistemiche, al riuso e riciclo dei rifiuti prodotti, alla riqualificazione naturalistica e produttiva degli ambienti degradati, alle politiche energetiche e alle risorse rinnovabili, non può prescindere da una drastica spinta innovativa che ristori i territori produttivi dei Parchi delle risorse che generano attuando politiche di tutela e valorizzazione, facendo pagare i costi direttamente a chi ne beneficia ed alleggerendo al contempo gli oneri a carico dello Stato.

La fiscalità di vantaggio, approvata nel 2006 dalla Comunità Europea, per aree definite geograficamente e per un numero di anni limitato (4-5 anni), alimentata dalle risorse economiche provenienti dal mercato dei crediti di carbonio (visto che la maggior parte dell’ossigeno prodotto proviene dai Parchi), potrà stimolare la crescita di quelle giovani imprese verdi in grande crescita nel paese, senza incidere sulla spesa nazionale, garantendo anzi il presidio territoriale di questi territori sempre più a rischio spopolamento e desertificazione con i conseguenti rischi di ulteriore spesa per i disastri ambientali conseguenti.

In concreto, la nuova politica dei Parchi, alleggerita di sovrastrutture e rappresentanze inutili e costose e più efficacemente organizzata a livello gestionale ed operativo con una rinnovata responsabilità locale (come riportato nelle allegate proposte ANCI di modifica della legge) senza tradire la sua prioritaria missione (art. 1 della Legge quadro sulle aree protette), potrà sperimentare nuovi modelli e strumenti di autonomia gestionale e razionalizzazione delle responsabilità e competenze territoriale di sicuro interesse per l’innovazione e la cultura d’impresa in italia senza gravare sul bilancio dello stato ma sulle proprie risorse.

Difatti appaiono realistiche, e di facile attuazione alcune concrete misure ed azioni di razionalizzazione del sistema delle responsabilità e competenze che possono più facilmente attivare un sistema integrato di compensazione e innovativa allocazione di risorse economiche verso la creazione di un nuovo modello d’impresa certificata ambientalmente (emas e marchi europei) non senza trascurare sperimentazioni di ticket sui servizi ecosistemici offerti dai Parchi, per la produzione di beni e servizi oltre che per la fruizione di alcune limitate aree di rilevante interesse ambientale, almeno per pareggiare i costi dei servizi offerti, come la manutenzione e gestione delle aree di pregio e della sentieristica riconvertendo la qualità del lavoro delle comunità montane e dei suoi addetti attraverso un coordinamento delle politiche di gestione dei Parchi.

Una concreta politica di autonomia gestionale ed operativa garantirebbe alle aree protette oltre che un rilancio motivazionale fortemente appannato in questi anni dal rilassamento culturale e operativo dell’azione dei Parchi, nuove e più significative sfide di innovazione ed un nuovo approccio alle politiche per la conservazione del territorio, del paesaggio, degli ecosistemi, degli habitat e delle specie, restituendo alle aree protette un nuovo protagonismo che veda nella responsabilità del territorio un mezzo per affermare diritti e competenze dell’identità locale nelle responsabilità collettive.

 

* Docente di Gestione e Salvaguardia delle Aree Protette presso la Laurea Magistrale in Scienze Ambientali Facoltà di Scienze MM.FF.NN. dell’Università degli Studi di Salerno).

 

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