Artisti sotto la tenda (del circo mediatico)

Artisti sotto la tenda (del circo mediatico)

Continua il dibattito de I Confronti sul teatro a Salerno aperto dalla provocazione del regista Pasquale De Cristofaro (“I tradimenti del teatro doc”). Dopo l’intervento della giornalista Luciana Libero, è la volta di Francesco Tozza, critico ed storico del teatro.

di Francesco Tozza
Il critico teatrale Francesco Tozza
Il critico teatrale Francesco Tozza

Periodicamente si accendono a Salerno interessanti (e interessate!) polemiche sul teatro: piccoli fuochi (quando non addirittura fuochi fatui) che riscaldano un poco la fredda temperatura (quella culturale, ovviamente) della città, lasciando per lo più invariato lo stato delle cose, o comunque non impedendo che le cose vadano per il loro verso, che non è quello giusto, probabilmente. Perché questo avviene? Forse (e il dubbio qui non è solo esercizio di retorica) perché il vero obbiettivo delle polemiche non è poi il teatro (o, in genere, l’attività culturale), bensì il potere (che non è l’entità quasi metafisica contro cui si lottava qualche decennio fa, ma – più semplicemente – quel complesso di funzioni che i soliti noti esercitano, al riparo delle stesse istituzioni). Fin qui nulla di straordinario: son cose che avvengono dappertutto, e non da oggi. Il guaio è che dalle nostre parti il potere (per il cui esercizio serve qui perfino quella picciol cosa che è l’attività teatrale) non è quasi mai contestato in nome di una progettualità seria e concreta, da portare innanzi in maniera disinteressata ed effettivamente competente, insomma per una chiara e valida alternativa di governo della cosa, ma più riduttivamente per concorrere al suo esercizio, forti solo delle fette di consenso che si possono così assicurare a chi già lo esercita e per nessuna ragione vuole abbandonarlo.

Indifferenza più o meno calcolata, connivenze, patti sottobanco per assicurarsi l’andata in porto di proprie iniziative solo grazie a manciate di carità…pubblica, contribuiscono ad alimentare il quadro appena delineato; il resto lo fa il silenzio assordante di chi pur potrebbe e dovrebbe parlare, con discreta autorità e senza tema di ricatto alcuno, mentre invece finisce con l’ingrossare le schiere sempre più numerose di chierici, non più vagantes ma ormai stanziali nella vicina valle dell’Irno o, tutt’al più, poco lontano, in quello che fu lo Studio di un ben più dinamico imperatore.

Ma anche le polemiche, per quel che ne rimane, sono troppo spesso gratuite, insulse (in altri tempi si sarebbe detto provinciali). Fa eccezione quella appena sorta qualche giorno fa intorno ad un evento tutto salernitano, e tale destinato a rimanere, se non se ne cura la meritata esportazione altrove, verso altri lidi teatrali? Lo si spera e ce lo si augura. Purtroppo ci si attarda, così sembra, sui suoi tradimenti, più o meno accettati, rispetto alla sua fonte d’ispirazione (“La serva padrona” di Pergolesi, riscritta da Antonello Mercurio, per la regia di Pasquale De Cristofaro), con un dibattito che probabilmente ha animato la “trappola” di facebook, non certo la vita culturale cittadina, portata indietro di qualche decennio: ho dato incidentalmente uno sguardo, nei giorni scorsi, fra gli scaffali della mia biblioteca, ad un volume con gli “Atti” di una tavola rotonda, cui assistetti con vivo interesse, svoltasi alla Biennale-teatro veneziana e con il titolo Tradizione e tradimento dei classici nel teatro contemporaneo; la data di svolgimento, il 26 e 27 settembre 1970 (la bellezza di 45 anni fa!). Lo stesso Pasquale De Cristofaro, uscendo melanconicamente da uno degli spettacoli inseriti nel cartellone di prosa del Verdi, lamenta più in generale l’attuale abbassamento di qualità nell’offerta, in un teatro che – come si sa (o forse non si sa più, per dimenticanza più o meno colpevole) – ben altro ha presentato sul suo palcoscenico, nel repertorio c. d. tradizionale e nella sperimentazione più agguerrita. Costituisce, da questo punto di vista, il classico sasso nello stagno la suddetta messa in scena della serva padrona? È probabile: ma può una produzione locale, per quanto di innegabile spessore, far alzare il livello di un’offerta, peraltro attinente un ambito diverso, quello degli spettacoli lirici e musicali in genere, nel quale, pur fra mille contraddizioni e qualche errore di prospettiva nella politica di avvicinamento al settore, qualcosa è stato fatto in questi ultimi anni? E poi, mi si consenta, i meriti di uno spettacolo li si lasci sottolineare dagli spettatori (che l’hanno comunque fatto, pur fra gli immancabili dissensi, magari sottovoce, trattandosi di amati amici!), e in sede critica da chi di dovere, senza censure o ingiustificati nervosismi (non parlo per me, cui si è riservata un’apprezzabile forma di rispetto, bontà loro!); ma a sottolinearli – è l’unico appunto che muovo a De Cristofaro – non poteva essere, e ripetutamente, uno degli artefici dello spettacolo, in una difesa d’ufficio, inopportuna e irrituale, contro ignoti (o ben noti) che nello specifico avevano pure la loro competenza.

Ma il problema, evidentemente, non è lo spettacolo lirico di cui ormai sufficientemente si è parlato e discusso; né tanto meno il deluso malcontento di fronte ad un cartellone, che non si può certo seguire con “spirito allegro”, per quella mancanza di azzardo (direi anche di una minima dose di coraggio) che De Cristofaro ha giustamente lamentato e “rende del tutto superflua l’esistenza di una critica teatrale che rischia di diventare un esercizio intellettuale fine a se stesso”, come lucidamente ha aggiunto Luciana Libero. Della quale è pienamente condivisibile l’analisi sulla disorganizzazione produttiva e distributiva dell’attività teatrale lontano ma anche (aggiungiamo noi) vicino al Vesuvio. Resta la domanda sul che fare, oggi; domanda, peraltro, di una portata e vastità ormai spaventose, coinvolgendo tutti i campi (non solo quello teatrale) del nostro agire quotidiano, in cui ci muoviamo sbandati, spesso inermi, davvero perplessi sotto la tenda – del circo mediatico, aggiungiamo noi – parafrasando il bel titolo di un vecchio film di Alexander Kluge, nel ’68 tedesco. Aprire la discussione – dice De Cristofaro (ma il sempreverde consiglio di sapore illuministico, da solo, forse non é più sufficiente). Aprire “una vertenza generale sulla politica teatrale e culturale dell’amministrazione” – dice, più incisivamente, la Libero; ma la crisi della delega, la difficoltà di appoggiarsi ad una forza politica, seriamente alternativa, e d’altra parte il continuo fallimento dello spontaneismo movimentista, rigettano nel dubbio. Che non deve però diventare inerzia, angosciosa solitudine, tanto meno gesto inconsulto!

Urge – per tornare al nostro microcosmo… – una solidarietà nuova fra le forze in campo, per non cadere vittime di un individualismo esasperato, con alleanze di comodo, contingenti, dove abbonda il narcisismo o il calcolo di corto respiro. I teatranti a Salerno non hanno mai ottenuto niente perché hanno coltivato ingenuamente il loro orticello, divisi da rivalità per nulla o poco giustificate da non dimostrate competenze o da arroganti dichiarazioni di superiorità, condannati quindi ad una permanente amatorialità (che comunque non guasta, se consapevole!).

Urge il ricorso alla memoria storica (che a Salerno, almeno nell’ambito che qui interessa, ma non solo, è pressoché assente), dimenticando che senza passato non c’é presente, né tanto meno futuro. Troppo spesso, peraltro, si onorano formalmente (e a scoppio ritardato) artisti del bel tempo che fu, non ricordando, in buona o cattiva fede, di averli lasciati soli, o quasi, a suo tempo (il caso De Berardinis docet); e l’errore si ripete ancora, allorché – per contestare, più o meno legittimamente, un sistema operativo – si disertano appuntamenti e ospitalità di sicuro prestigio. L’altra sera, al concerto del violoncellista Enrico Dindo, uno dei migliori offerti negli ultimi anni (una vera chicca per una città di provincia come Salerno), la sala del Verdi contava solo qualche decina di ascoltatori! E non è la prima volta che si registra tale macroscopico assenteismo, frutto di un fondamentalismo ideologico tutt’altro che spento, e che non sa più sceverare fra i diversi piani di una pur comprensibile polemica; la quale però, così condotta, fa solo vittime illustri, alimentando una ormai allarmante ignoranza e un pericoloso insularismo culturale. Del resto, il bellum omnium contra omnes è sotto gli occhi di tutti: musicisti contro musicisti, teatranti contro teatranti, professori contro professori, a danno della Musica, del Teatro e della Formazione, di cui in fondo poco o nulla interessa al di là dei rispettivi mestieri, quelli che si ha la fortuna di esercitare già, o semplicemente la voglia matta di abbracciare a tutti i costi, possibilmente senza giudizi di merito o gli immancabili confronti.

Urge infine (ma sono davvero tante, e ancora altre, le cose che urgono in questa città, ma ormai non in essa soltanto) un migliore e più proficuo rapporto fra i vecchi e i giovani; non solo o non tanto nei c. d. luoghi deputati a tale rapporto, la scuola e l’università (la famiglia ormai non più tanto!), dove laboratori, seminari (oltre ai quasi quotidiani incontri) non sempre agevolano l’effettiva, reciproca conoscenza e lo scambio (non solo il travaso!) culturale, essendo qui giocoforza impari il rapporto fra discenti e docenti. Occorre lasciarli fare, i giovani; in tutti i modi far loro scoprire i luoghi del vecchio e del nuovo divertimento (spesso semplicemente ignorati nel loro legame con un concetto di cultura, che è anche valida pratica di vita); appoggiare le loro iniziative (magari ce ne fossero di più, e in tutti i campi!), anche quando rischiano di ledere le nostre, o ad esse sostituirsi, ormai; non toglierseli di torno, con alibi subdolamente scientifici, inviandoli all’estero del loro finale malcontento e del nostro attuale tornaconto, rendendo quelle esperienze, fondamentali per l’accrescimento culturale, più o meno occulti strumenti di parcheggi infiniti, senza effettivi sbocchi legittimamente attesi. I giovani sembrano a volte arroganti (anche gli adulti però, e comunque l’arroganza è sempre prova di sostanziale debolezza); a volte arroganti lo sono per davvero, ma allora diventa più necessario aiutarli, non paternalisticamente ma con sincerità, prendendo atto che le difficoltà sono oggi soprattutto le loro, incomparabili rispetto alle nostre. Ci chiamano, magari, nel loro furore non sempre effettivamente innovativo, dinosauri; e qualcuno ne rimane ferito, soprattutto quando se ne predica la pur inevitabile … estinzione! In città lo scontro fra i vecchi e i giovani ha raggiunto, emblematicamente, picchi piuttosto spiacevoli. Il nostro invito non è ad un facile quanto ingenuo buonismo; sebbene ci sembra ancor valido il messaggio che sprigionano le stupende pagine de Il grande Inquisitore, ne I fratelli Karamazov di Dostoevskij (il silenzio del Cristo, addirittura il suo bacio finale sulla guancia di chi ne maledice il ritorno e continua a scacciarlo da questo mondo). Ci appelliamo, semplicemente, ad una maggiore comprensione: è innegabile che noi siamo i dinosauri, forse non meno terribili dei mostri che attualmente girano per il pianeta; già estinti, probabilmente. Auguriamoci, almeno, che i giovani vengano a trovarci nei musei dove prima o dopo vorranno rinchiuderci, per apprendere, se non altro, quanto comunque abbiamo contato per l’evoluzione della specie.

In evidenza la foto di Leo de Berardinis

redazioneIconfronti

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