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Ascensione, festa di speranza

Ascensione, festa di speranza
di Michele Santangelo

ascensioneIn questa ultima domenica del tempo pasquale, la chiesa cattolica festeggia l’Ascensione di Gesù al cielo. Per la verità è una festa che viene celebrata anche dalle chiese protestanti e da quella ortodossa. La data tradizionale era il giovedì che cadeva il quarantesimo giorno dopo la celebrazione della Pasqua ed era festa anche dal punto di vista civile fino al 1977, quando un decreto dello stato italiano abolì il valore civile di alcune feste ricadenti nel corso della settimana. Da allora una disposizione della Santa Sede, per non diminuire l’importanza della celebrazione, stabilì che liturgicamente, in Italia si celebrasse la domenica seguente. Per i cristiani, l’episodio dell’Ascensione è molto importante, essendo il ricordo dell’ultima manifestazione terrena di Gesù Cristo ai suoi Apostoli dopo la resurrezione ed è citato anche nel Credo insieme agli altri dogmi fondamentali della fede cristiana. Per narrare l’evento particolare riguardante la vita di Gesù, la liturgia fa ricorso per ben due volte all’evangelista Luca, autore, oltre che del suo vangelo, anche dell’ ultimo libro del Nuovo Testamento, gli Atti degli Apostoli. Con le due narrazioni, S. Luca coglie i due momenti della seconda e ultima fase della storia della salvezza in cui il protagonista è Gesù e tramite Lui la Chiesa. Nella prima, quella presentata nel Vecchio Testamento, l’opera di Dio è incentrata nel popolo biblico e nella promessa del Messia Salvatore. In Gesù e nella sua continuazione, la Chiesa, c’è il compimento della promessa fatta a Israele. In questo contesto l’Ascensione è considerata un avvenimento necessario per far sì che si realizzi il tempo della chiesa, in modo che la salvezza in lui realizzata possa essere portata a tutti i popoli. “Mi sarete testimoni in Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra”. E non è un’atmosfera di tristezza quella che si respira nei brani di scrittura che leggiamo in questa festa: “poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio”. Avevano capito gli apostoli che d’ora in poi saranno loro a rendere presente il Maestro in mezzo agli uomini. Essi sanno che le ultime parole di Gesù non sono un mesto addio o la rassegnata raccomandazione di uno che sta per morire. D’altra parte prima di scomparire dai loro occhi egli aveva promesso: “io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso”, “riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”, altro che abbandono! Prima di distaccarsi da loro li benedice: “alzate le mani, li benedisse” e la benedizione di Gesù vale la forza vitale che da Lui stesso promana. Forse in molte esemplificazioni moralistiche, anche da parte di persone di chiesa, è stato sottolineato che non bisogna attirarsi la maledizione di Dio, ma la maledizione non è nei programmi di Dio. È questa una testimonianza di cui ogni cristiano dovrebbe farsi carico. L’ultimo gesto di Gesù prima di salire al cielo è la benedizione. Il mondo lo aveva rifiutato e perfino messo a morte e la sua risposta è appunto la benedizione. E benedice tutti, così come siamo, con le nostre gioie, ma anche le nostre amarezze e le nostre povertà, i nostri dubbi, le nostre fatiche, le nostre debolezze. Tutto ciò apre l’animo alla speranza. Cristo non è venuto invano per nessuno.

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