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Asse Lega-Berlusconi a Nord, Bersani pensa all’alleanza con l’Udc

Asse Lega-Berlusconi a Nord, Bersani pensa all’alleanza con l’Udc

Un vertice fiume tra Silvio Berlusconi e Roberto Maroni segna il ritorno dell’alleanza tra Pdl e Lega che dovrebbe ripartire dalla regione Lombardia per proseguire poi alle politiche. L’accordo, salvo colpi di scena, sembra ormai raggiunto tanto che nel corso dell’incontro si sarebbero discussi anche i dettagli sulla base di alcuni sondaggi e proiezioni che darebbero chances non solo alla riconquista del Pirellone con Maroni nuovo governatore, ma anche sul piano nazionale, il ritrovato “asse del Nord” metterebbe in seria difficoltà la vittoria del Pd al Senato nel caso in cui Berlusconi e Maroni riuscissero a conquistare Veneto e Lombardia. Ragionamenti fatti nel corso della riunione a palazzo Grazioli a cui hanno preso parte anche Angelino Alfano, Denis Verdini e i leghisti Roberto Calderoli e Giancarlo Giorgetti. Certo a “pesare” è sempre lo spettro della candidatura di Mario Monti ma, sia nel Pdl che nelle file della Lega, l’ipotesi di “marciare divisi” non viene più presa in considerazione. Il segretario del Carroccio proverà a giocarsi con i lumbard più restii ad un ritorno al passato e cioé ad un’intesa con il Cavaliere la “carta” della sfiducia al governo messa in pratica dal Pdl. In fondo, è il ragionamento che fanno alcuni di loro, è quello che da sempre chiediamo al Cavaliere. Inoltre, sondaggi alla mano, il mancato accordo metterebbe in seria difficoltà, soprattutto se tra i competitor ci sarà anche l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, la conquista della Regione da parte della Lega. Il Cavaliere avrebbe dato il via libera ad appoggiare il leader del Carroccio chiedendo però che l’alleanza venga sancita anche a livello politico. Un “boccone amaro” da far digerire ai tanti leghisti. Tanto che Maroni, a quanto raccontano, nel corso dell’incontro avrebbe anche chiesto all’ex capo del governo di non candidarsi in prima persona ma di fare solo il king maker lanciando la volata ad un altro.
Ostenta sicurezza invece Pierluigi Bersani. «Francamente penso che faremo bene anche al Senato e ritengo che non ci sarà un problema numerico». Ma Pier Luigi Bersani non sottovaluta le insidie del Porcellum sui premi regionali per palazzo Madama. In particolare, gli occhi sono puntati su Lombardia e Veneto. La ricetta del segretario del Pd resta quella di un’intesa con i centristi. Nessuna coalizione. Un’alleanza. Preferibilmente, dichiarata prima del voto. «Noi sappiamo di dover avere una politica aperta, e ci rivolgeremo a formazioni di centro, europeiste, costituzionali, che siano contro il populismo di Berlusconi e della Lega», dice anche oggi Bersani. I centristi, per ora, non hanno deciso. Attendono la scelta di Mario Monti. In attesa che si organizzino, il Pd e i progressisti hanno pressoché definito il loro campo. Lo schema resta quello della coalizione di Pd con Sel, allargata magari a due “listine”. Una a sinistra con Socialisti, ecologisti e magari i sindaci. Una al centro. Di quest’ultima hanno parlato oggi Bersani e Bruno Tabacci in un incontro a Montecitorio. «C’è spazio per una lista moderata alla Camera e al Senato», spiega. Con chi? Tabacci guarda ai moderati di Portas ma anche ai fuoriusciti dell’Idv con Massimo Donadi. La lista “di sinistra”, per così dire, è ancora un po’ più arretrata. Soprattutto sul versante dei sindaci. Se Giuliano Pisapia, Marco Doria e Massimo Zedda potrebbero dare una mano, resterebbe fuori Luigi De Magistris. Domani il sindaco di Napoli presenterà a Roma il “Movimento Arancione”, in collegamento con Antonio Ingroia. Una strada che lo allontana da un’eventuale alleanza con il Pd.
Per quanto riguarda invece la data delle elezioni se le Camere davvero approveranno la legge di Stabilità prima di Natale, si arriverà alle elezioni già nella seconda metà di febbraio, verrà meno, così, il rischio di un ingorgo istituzionale di primavera nel quale le consultazioni per la formazione del nuovo governo si sarebbero sovrapposte con la conclusione del settennato. Uno scenario di fronte al quale si erano ipotizzate dimissioni anticipate di Giorgio Napolitano rispetto alla fine del Settennato. La prossima settimana sarà decisiva: Giorgio Napolitano ha già fatto sapere che tirerà le somme lunedì 17 dicembre al Quirinale, ricevendo le Alte cariche dello Stato. Il premier Mario Monti ha fissato per il 21 dicembre la conferenza stampa di fine anno spiegando che sarà il suo ultimo appuntamento pubblico da premier. Se tutto filerà liscio proprio in quei giorni il capo dello Stato potrebbe sciogliere le Camere. Intanto restano confermati tutti gli appuntamenti – anche internazionali – del presidente Napolitano fino a tutto marzo.
Cosa farà dopo le elezioni Mario Monti non lo ha detto neanche nella riunione del Consiglio dei Ministri, ma quello che intende fare nella campagna elettorale già avviata appare sempre più chiaro: ribattere colpo su colpo agli attacchi all’Europa, difendere l’operato del suo governo, rivendicare i successi ottenuti in 13 mesi di lavoro. E anche spiegare cosa il governo avrebbe ancora potuto fare ancora con un po’ più di tempo, magari senza l’accelerazione della crisi imposta dallo strappo di Silvio Berlusconi. Dopo la stoccata di ieri da Oslo sul rischio populismo e sulle “promesse irrealizzabili”, il premier ribatte anche oggi al Cavaliere che denunciava “l’imbroglio dello spread”, la linea “germanocentrica” dell’esecutivo Monti, fino ad accusare Monti di aver “portato a una situazione di crisi molto peggiore di quando eravamo noi al governo”. E allora è “un falso mito” che lo spread dipenda da cause esterne al Paese, e quando governava Berlusconi, tredici mesi fa, “l’Italia si è trovata in condizioni finanziarie molto difficili” ma “sarei felice di apprendere da qualcuno come sarebbe stato possibile salvarsi da un destino simile a quello della Grecia, dal baratro e ottenere anche la crescita…”. Alla quale invece bisognava pensare “qualche anno fa, quando non c’era la crisi”. Insomma, fin da ora Monti prova a smascherare quelle “soluzioni magiche” che si tende a presentare ai cittadini – “che non sono sprovveduti” – durante la campagna elettorale, quando si cerca di “ipersemplificare le cose” e si “promette ciò che non può essere mantenuto”. E prova ad “orientare la testa delle persone”.

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