Attacco alle università del Sud

Attacco alle università del Sud
di Francesco Mancuso *

L’Università del Sud è sotto attacco? Parrebbe di sì, a giudicare dal dibattito di questi giorni. I fronti sono molteplici e alcune incursioni provengono anche da nemici insospettabili. Il fuoco di fila è stato aperto da una deputata di Liberi e Uguali, Elisa Simoni, la quale, invitata ad una trasmissione televisiva per illustrare la proposta di abolizione delle tasse universitarie avanzata dal presidente Grasso (proposta che può essere discussa e valutata solo all’interno di un quadro più comprensivo: al di là del merito, ad essa si deve il ritorno dell’università nel dibattito pubblico dopo il clamoroso sciopero dei docenti) , ha chiesto – testualmente – ad un suo interlocutore: «lei pensa che una famiglia di classe media del Sud possa far studiare il proprio figlio a Roma?». Ora, l’affermazione potrebbe passare sotto silenzio se non presupponesse almeno tre idee quanto meno controverse: la prima è il sottintendere che un’università romana (o milanese o pisana o bolognese…) sia sempre e comunque migliore di un’università meridionale: perché sobbarcarsi, sennò, gli alti costi di trasferta di uno studente in una grande città come Roma, dove un posto letto può arrivare a costare 500 euro? La seconda idea è quella, discutibile, che le sole tasse universitarie siano ostacolo fondamentale alla mobilità studentesca, il che è palesemente falso. La terza, più correttamente, non è un’idea ma una non-conoscenza: del fatto che le università, tutte le università italiane, comprese quelle meridionali, hanno oggi molti strumenti per favorire la mobilità studentesca, e non a caso si parla di generazione-Erasmus.
Freud sosteneva che i lapsus, se di questo si è trattato nel caso della Simoni, non sono mai neutrali, non avvengono senza significato: presuppongono rimozioni, tendenze inconsce, rimozioni di verità cui fondamentalmente si crede. Ma ancora più inquietanti delle disattenzioni sono le parole dette per omaggiare un presunto sensus communis, per captare benevolenza dell’uditorio, per individuare soluzioni semplici a problemi complessi, per eludere la ricerca di responsabilità. È il caso, a me pare, delle parole pronunciate da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, in un recente convegno a Padova: «c’è uno iato enorme – ha affermato Cantone – fra università del Sud e del Nord, che rischia di essere sempre più amplificato dalla logica di dare i contributi maggiori a chi produce meglio, perché finisce per rendere ancora di più zavorre alcune università che forse sarebbe proprio il caso di chiudere». Si analizzi la logica dell’affermazione: si dà per scontato che vi sia uno «iato», una distanza enorme tra università settentrionali e meridionali. Non si capisce dove sia, questo iato. Certo, storicamente, il numero di Grand commis, alti magistrati e funzionari di Stato provenienti da università meridionali è sempre stato molto elevato. E tuttavia almeno uno iato sicuramente esiste, ed è relativo alla logica dei finanziamenti ordinari e premiali alle università dopo la nascita dell’ANVUR (Agenzia Nazionale Valutazione Università e Ricerca, paternità ministro Mussi) e della legge 240 (maternità, ministra Gelmini).

Raffaele Cantone
Raffaele Cantone

Una logica che definirei da Sceriffo di Nottingham: dare di più a chi ha di più, dare di meno a chi ha di meno. Promuovere chi non ha bisogno di promozione; affossare chi, per contesti socioeconomici e culturali, è in difficoltà. Qualcosa di molto, molto lontano da quel principio di solidarietà che è sancito nell’articolo 2 della nostra Carta costituzionale. Una logica competitiva, quasi di guerra (commerciale: lo studente inteso come cliente; performances difficilmente quantificabili come indici indiscutibili di qualità, algoritmi sapientemente orientati di allocazione delle risorse, valutazioni della ricerca che privilegiano contenitori a contenuti) di tutti contro tutti, si è oramai impossessata dell’università, scalzando la necessaria ‘collaborazione’ propria di un’Accademia che sia aperta e universale, non una botteguccia che produce cose, che «produce meglio», come un opificio, per utilizzare le parole di Cantone. Una logica, infine, penetrata anche all’interno dei singoli atenei: le risorse non vanno a sostenere i dipartimenti più in difficoltà, spesso quelli quantitativamente più cospicui per docenti e bacino studentesco, promuovendo all’interno di essi il personale abilitato con merito, ma ad incrementare chi ha già risorse su cui contare. Un tempo si sarebbe definito tutto questo: ‘socialdarwinismo’.
Certo, Cantone segnala, accorgendosi delle sperequazioni, che la logica dei finanziamenti è strabica e ingiusta (e bisognerà aprire una volta per tutte la discussione pubblica sulla valutazione nelle università), ma la giusta ammissione viene subito dopo superata e cancellata parlando, in modo a mio avviso inaccettabile, di università ‘zavorre’.
Raffaele Cantone è un magistrato nato nel Sud. Egli sa bene che scuola e università spesso sono i soli presidi non armati, nel Mezzogiorno, della legalità, della cultura e dello sviluppo. Parlare di zavorre, riferendosi all’università (meridionali), equivale a parlare di pesi inutili, da tagliare senza costi sociali, ma con sicuri (ma non specificati) guadagni. Così non è: affossare ed eliminare alcune università meridionali equivale ad impoverire ulteriormente il meridione tutto, e non cancella la gravità delle parole il fatto che Cantone abbia successivamente specificato che non è «sua intenzione chiudere alcune facoltà napoletane» (perché, quelle della Calabria o della Sicilia, o di altre province campane sì?). Tutto questo, infine, ricorda le famigerate parole di un exministro della Repubblica, settentrionale, il quale giustificò i tagli lineari, da lui ideati e applicati a scuola, cultura e università con l’affermazione: «con la cultura non si mangia». Zavorra, appunto.
Questa modalità di ragionamento post hoc ergo propter hoc, questa confusione di effetti e cause, ulteriormente complicata dal suggerimento di terapie farmacologiche (combattere il ‘male’ con il ‘male’), pare azionarsi implacabile quando al centro dei discorsi del presidente Cantone vi sono le università: qualcuno si ricorda dello scandalo suscitato dagli accordi intrapresi all’interno di un settore scientifico-disciplinare (il Diritto tributario) per abilitare certi, e non abilitare certi altri, ostracizzati? Ci si è mai domandato perché docenti così accorti, esperti e prestigiosi, come quelli implicati, alcuni dei quali anche arrestati, hanno voluto rischiare così tanto per una semplice abilitazione (che non vuol dire concorso: un abilitato non ha per ciò stesso diritto ad una cattedra…)? Qualcuno ha mai azzardato l’ipotesi che, poiché quel settore disciplinare, come molti altri, si intreccia strettamente con la professione privata, forse la rilevanza di quelle abilitazioni era incrementata proprio, e direi esclusivamente, dalla ricaduta professionale delle stesse? Come a dire, non è la professione ad essere funzionale all’accademia, ma questa alle professioni. Ebbene, la terapia che al tempo suggerì il dott. Cantone per «combattere la corruzione nell’università» (sebbene in quel caso non si trattò propriamente di episodi corruttivi: e un giurista dovrebbe sempre usare accortamente i termini) fu quella di «far entrare il mondo delle professioni nell’università». Oppure, altro esempio di logica inversa, la successiva affermazione patavina per cui al fine di limitare (giustamente) la moltiplicazione delle università telematiche private bisognerebbe pensare alla abolizione del valore legale del titolo di studio.
L’università è un mondo complesso, ma è anche un settore decisivo per le sorti di un Paese moderno. Parlarne con approssimazione è il peggior torto che si possa fare. Non all’università: al Paese tutto.

* professore di Filosofia del diritto all’Università di Salerno

redazioneIconfronti

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