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Attore dilettante o professionista? Sottile il discrimine

Attore dilettante o professionista? Sottile il discrimine
di Roberto Lombardi

Ritratto in studio di un gruppo di giovani attori dilettanti in abiti da giorno Antonelli, Liborio/3 Ottobre 1905 (raccolte Museali Fratelli Alinari, Firenze)

L’intervento della signora Luciana Libero su queste pagine, a proposito degli attori impiegati per l’installazione di Peter Greenaway nella nostra città, pone una serie di interrogativi che hanno come sfondo una contrapposizione fra professionisti e dilettanti. Sono certo che dietro una tale opposizione vi siano motivi articolati, interessanti da approfondire, che coinvolgono persino certi contrasti fra categorie professionali e i tentativi di eliminazione dei relativi ordini e altrettanti progetti di liberalizzazione. Ricorderete, forse, le lotte fra psichiatri e psicologi e oggi fra psicologi e counselor e domani chissà. E non c’entra neppure la circostanza che un professore o un imbianchino facciano l’attore o il pittore: al doppio lavoro nel nostro paese si adattano in molti, e i doppi, tripli, sestupli e svariatissimi incarichi si moltiplicano tra fior di professionisti. E confonderemmo solo le acque accennando ai politici di professione, tanto vituperati, e ai governi di tecnici invece altrettanto con patate. E poi, mentre dibattiamo, un po’ intellettualmente, di differenze, alla lunga esigue, fra dilettanti e professionisti, ricordiamo che il nostro mondo e il mercato che lo governa sono a loro volta governati dalla necessità, dalla contingenza e dall’impersonalità. E se la necessità gioca a favore del potere e la contingenza contro i miserabili, l’impersonalità è il nemico giurato del genio.
Da tempo nei discorsi non sento più parlare di hobby e passatempi; ormai anche le attempate signore che si danno al découpage, frequentano laboratori più agguerriti dei corsi di formazione obbligatori per chi ha perduto il mestiere o la professione: più semplicemente per chi ha perduto il lavoro e anzi, sarò più cinico, per chi ha perduto lo stipendio. Qui da noi troppi sono alla ricerca non di un’arte, professione o mestiere che dia corpo alla propria vocazione, ma di uno stipendio, quale che sia. La mia personalissima opinione è che esistano solo tre categorie di professionisti; nell’ordine: boxeur, puttane e soldati (semplici, beninteso). Di puttane e soldati ne troviamo a schiere anche fra politici, gente di spettacolo, giornalisti. È anche vero che tanti cominciano anche da boxeur (famelici, ambiziosi, forse anche talentuosi, ma prima di tutto pronti a sgomitare e a fare sgambetti) e finiscono assai più spesso come puttane o sull’attenti, a deliziare o a prendere ordini, e spesso entrambi. E se il dilettantismo nell’arte rappresenta la normalità (quanti, anche nomi assoluti, si sono “appassionati” alla propria carriera creata da mercanti e critici d’arte?) è altrove che ci sembra che esso incarni l’anomalia. Ogni mille imbrattamuri, uno street writer finisce per emergere; d’altronde, ogni cento diplomati in pianoforte novantanove sono dei dattilografi che non hanno mai sfiorato la musica e che presto smarriranno anche il senso delle note. Ricordate Gianluca Di Gennaro, il giovanissimo interprete di “Certi Bambini”, il bellissimo film dei fratelli Frazzi? Cos’era quel ragazzino quando, splendidamente guidato dai registi, interpretò in maniera finalmente convincente un ruolo di bambino in un film italiano? E cos’è diventato una volta fagocitato dai circuiti televisivi? Non era un professionista, prima? È scampato al dilettantismo, dopo? In una cerchia di amici che si danno al teatro ne troveremo a bizzeffe di attori, ma di elettricisti, tecnici video/audio c’è carenza. Cos’è che distingue un professionista da un dilettante (perché è chiaro che c’è differenza fra l’uno e l’altro)? Di certo è professionista anche l’attore che si adatta a portare il suo lavoro in una contrada sperduta, magari con una compagnia raffazzonata, e magari con un recital montato alla meno peggio, pur di raggiungere il numero di borderò che lo metterà in grado di mangiare col suo lavoro (dei rientri ministeriali per il teatro e dei finanziamenti pubblici a partiti, giornali, imprese, passati, presenti e futuri, dovremo chiarire la natura); in ogni caso egli è un boxeur che su quel ring che è la vita, lotta e si adatta. E dunque l’appellativo “attore” non si può dire che non se lo sia guadagnato. In relazione al caso di specie, sul quale scrive la signora Libero, penso che il ruolo di Dante, Coleridge e Melville, all’interno del progetto espositivo firmato Greenaway, fosse stato pure affidato a un attore con più phisique du role, non avrebbe, così pensato, evitato quel senso, tutto sommato, frettoloso. E a chi si senta o meno un absolute beginner, ricordo il melvilleano Bartlebly lo scrivano: – Professionista o dilettante? «I would prefer not to».

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