Attrezzati o disponibili? Disquisendo sulla fruibilità dell’opera d’arte

Attrezzati o disponibili? Disquisendo sulla fruibilità dell’opera d’arte
Foto: musicroom.it

Il commento di uno dei lettori, che ringrazio, della rubrica Il Logonauta, mi ha spinto a una riflessione su quelle che dovrebbero essere le componenti della fruizione dell’opera d’arte. “Opera d’arte”, “prodotto artistico” sono espressioni al limite della sopportabilità, preferirei parlare di linguaggi espressivi, ma ciò renderebbe le mie frasi ancora più involute. L’assunto di partenza è che certe sperimentazioni artistiche siano destinate, o siano fruibili solo da una élite, come se esse alzassero una barriera fra sé e il pubblico; ostacoli invece che non esisterebbero di fronte a uno spettacolo di forma classica o rappresentato secondo stilemi più classici (già sperimentati). Per seguire i primi, insomma, il pubblico dovrebbe essere “attrezzato”. Non credo possa trattarsi di una attrezzatura intellettuale, perché se è vero che per capire una manovra filosofica bisogna essere in possesso di un armamentario culturale, per comprendere invece un’immagine poetica, basta la propria “vitalità”, l’essere nella vita e lasciarsi andare ad essa, come facciamo quando ci riescono le nostre cose migliori. E poi sono anche convinto che se dovessimo spiegare perché ci piace un cartone animato di Braccobaldo o di Gatto Silvestro, anzi, di più, se dovessimo spiegare un episodio, che abbiamo visto, gradito e compreso, del Braccobaldo Show o dei Simpson, incontreremmo le stesse difficoltà che avremmo nel raccontare il videoclip del più estremo video artista o nell’ascoltare un brano dodecafonico (il termine non era molto amato dal fondatore del sistema compositivo della sequenza di dodici suoni, ma chiamarlo così, è più arduo che ascoltare la sua Kammersymphonie). Intendo che nessuno, neppure il più colto degli spettatori può fruire di uno spettacolo solo con la testa o soprattutto attraverso una dimensione intellettuale. Sia che ascoltiamo Grazie dei fiori interpretato dalla grande Nilla Pizzi (brano che trovo di una melodrammaticità assoluta, profonda e persino rarefatta), o la Lulu di Alban Berg, o i deliziosi, leggeri voli a intreccio dell’indimenticabile Quartetto Cetra o i camaleontici 4’33’’ di John Cage, non possiamo avvicinarci a loro se non attraverso quella dimensione che qualcuno vorrà chiamare emotiva, qualcun altro spirituale, ma che, pur rappresentando un oltre, non può essere oltre l’umano. E non è neppure questione di profondità, perché le cose che comprendiamo meglio, le comprendiamo a pelle; e non c’è nulla di più superficiale dell’epidermide, anche se a tutti è chiaro che nessuno di noi finisce là dove finisce la pelle. Così, forse, ci si potrebbe accorgere che non occorre una particolare “attrezzatura”, per seguire una proposta sperimentale, ma solo “disponibilità”.

redazioneIconfronti

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